08/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Un viaggio fra i quilombolas, i villaggi fondati dagli schiavi africani fuggiti dai colonizzatori
scritto per noi da
Luca Sinesi*
 
 
Arriviamo a Conceição das Crioulas in una mattina calda e piena di luce, alla fine della stagione delle piogge, a fine Aprile. La valle è un paradiso colorato di verde ma tra qualche mese, con l’arrivo del periodo di siccità, si trasformerà in una fornace arsa e polverosa. Ci attendono i rappresentanti della Associação Quilombola de Conceição das Crioulas (AQCC), Givania, Cida, Maria dos Santos e Roziane. Tutte donne tra i 40 e i 20 anni di età, che ci ricordano che l’eredità delle prime sei creole (crioulas) non è andata perduta. Perché, come scopriremo durante il nostro soggiorno nel villaggio, a Conceição vige un matriarcato di fatto, che vede le donne in prima fila nella lotta per scuola, acqua, servizi e salute.
 
QuilombolasConceição das Crioulas è un piccolo villaggio abitato da 3.800 discendenti di schiavi fuggitivi nel bel mezzo della zona semi-arida dello Stato di Pernambuco, nel Nord-Est del Brasile, a 440 chilometri dalla capitale Recife. La sua storia è curiosa e avvincente allo stesso tempo: gli anziani della comunità raccontano che, agli inizi del ‘700, sei donne africane provenienti dalla costa Atlantica camminarono per settimane fino ad arrivare in una valle tranquilla e isolata, confinante con la terra degli indios Atikum. Qui, in mezzo ad una natura rigogliosa e aspra, che sapeva regalare a uomini e animali periodi di grande fertilità inframmezzati da lunghi periodi di siccità, le sei donne cominciarono a coltivare cotone. La loro presenza in quella valle desolata fu tollerata dalle autorità vicine, a tal punto che per tutto il 18° secolo, decine di schiavi fuggitivi arrivarono nella comunità e vi si stabilirono. Uno di essi, tal Francisco José, portò con sé come protezione una antica immagine della Vergine dell’Immacolata Concezione, che fu innalzata a simbolo della comunità e che diede il nome al nuovo villaggio: Conceição (la vergine) das Crioulas (in onore delle sei fondatrici della comunità).

Quilombolas. E' un Brasile sconosciuto anche agli occhi di molti Brasiliani, lontano dalla costa atlantica di Rio e Bahia e dalle sconfinate distese verdi e azzurre del bacino amazzonico. Un Brasile che non è segnato nemmeno sulle carte geografiche.
Si trovano qui le cosiddette comunità quilombolas, villaggi fondati tra il ‘600 e l’800 dagli schiavi africani che fuggivano dalle fazendas dei colonizzatori portoghesi e si rifugiavano in zone impenetrabili, distanti dai 300 ai 900 chilometri dalla costa. Una fuga di massa che raggiunse il suo culmine alla fine del ‘600, quando il quilombo più famoso, Palmares, governato dal nobile africano Zumbi, raggiunse i 29.000 abitanti e una organizzazione sociale e economica degna dei più avanzati avamposti dei colonizzatori nella nuova terra del Pau Brasil.
Oggi, le comunità quilombolas, che secondo gli studi più recenti sono 1098 in un territorio che va dagli stati di Minas Gerais, nel centro-ovest, al Maranhão, nel nord-est, sono ancora abitati dai discendenti di quegli stessi schiavi ribelli e cominciano a lottare per essere riconosciute dal Governo come piccole enclave afro-brasiliane in un paese che affronta ancora oggi gravi discriminazioni razziali contro la popolazione nera.

cedrimonia quilombolasIn diretta con l'Africa. Siamo qui per cominciare un progetto cofinanziato dall’agenzia di cooperazione britannica International Service, per diversificare la scarsissima produzione agricola locale e per incentivare gli agricoltori a produrre alimenti biologici, cioè senza uso di agro-tossici e pesticidi. L’ingegnere agronomo del progetto è un mozambicano, Samora Vuma, un tipo che ride sempre e ha le idee chiare. “Un tecnico non cambia nulla se non coinvolge la comunità in tutte le fasi del progetto”, dice Samora, mentre si guarda attorno, confessando che qui è uguale al suo villaggio natale, chiamato Xai-Xai . Lui è il primo nero nato in Africa a vivere in questa comunità di discendenti di africani. Ci vivrà per due anni e l’interscambio non sarà solo tecnico, ma culturale, riportando alle radici le conoscenze e le pratiche agricole che i quilombolas impararono dai loro antenati africani.

Bambole e storia. Le condizioni della comunità sono al limite della sopravvivenza. Dopo la crisi nella produzione del cotone, dovuta all’invasione di un parassita che dal 1987 distrugge sistematicamente le coltivazioni locali di cotone, la principale fonte di sostentamento è la coltivazione di mais e fagioli.
L’altra è l’artigianato, con decine di donne della comunità che fabbricano le sempre più celebri bambole di Conceição. Ogni tipo di bambola ha il nome di una leader della comunità. C’è Dona Francisca Ferreira, una delle sei donne che fondarono la comunitá. C’é Mãe Magá, una delle levatrici piú rispettate nella comunitá, e per questo conosciuta semplicemente come “la madre di tutti”. In ogni bambola prodotta, ci sono la storia e la memoria del popolo quilombola.
 
Le mille storie di Cento. Durante la riunione di presentazione del nuovo agronomo Samora, Cem si alza e si scusa con tutti. “Devo andare a raccogliere i fagioli nel campo, se no oggi non si mangia niente”, e va via di corsa. Lo chiamano così perché per due volte, durante la distribuzione mensile del paniere che contiene le razioni minime indispensabili, lui era la centesima persona della fila. “Cem! (Cento!)”, gridava l’addetto alla distribuzione. E nella comunità hanno cominciato a chiamarlo tutti così. Cem!
E Cem deve correre per andare a raccogliere i fagioli del suo pranzo perché i campi degli agricoltori quilombolas sono tutti ad almeno tre chilometri dalla comunità. Il loro territorio è minacciato dagli altri discendenti, i trisnipoti dei colonizzatori e dei proprietari terrieri bianchi che, negli ultimi cento anni, hanno sistematicamente invaso le terre di Conceição das Crioulas. E non è valso a nulla il titolo di possesso delle terre, concesso dal Governo Federale ai quilombolas nel 2000, dopo decenni di lotte per il riconoscimento del territorio degli avi. I fazendeiros sanno come oliare i giudici locali. E grazie alle generose prebende, il processo di espropriazione contro i latifondisti giace nelle sabbie profonde di una colonizzazione che in fondo non è mai finita.

Uno degli alberi dei quilombolasLa valle della Vergine. Andiamoci, allora, nei campi, dice Givania, che cominciò negli anni ’90 la lotta per costruire una scuola a Conceição, ed è diventata modello di una educazione basata sul riconoscimento delle radici africane del popolo quilombola. Oggi tutti i maestri della scuola locale sono quilombolas.
E così ci incamminiamo in un sentiero di terra battuta, tra la vegetazione ritornata alla vita dopo le piogge stagionali e le recinzioni odiose delle fazendas. Ad un tratto, un serpente attraversa il sentiero e si ferma proprio di fronte a noi. Un giovane della comunità prende un ramo secco, vuole uccidere il serpente. João Alfredo, uno dei leader comunitari, gli blocca prontamente il braccio. “Sta fermo!”. Il serpente ci guarda per un po’ e poi riprende il suo cammino.
Chiedo a João il perché del suo gesto. “Gli anziani ci hanno insegnato che non si devono mai uccidere i serpenti. Loro vanno sempre in coppia e così se tu ne uccidi una, l’altro comincia a seguirti, nascosto tra gli arbusti della caatinga. Puoi camminare dieci chilometri e lui sempre lì a spiarti e seguirti. Poi quando arrivi in casa, lui entra e si nasconde vicino ai tuoi sandali. Aspetta tutta la notte, lì senza muoversi. E la mattina, quando vai a metterti i sandali, il serpente consuma la sua vendetta”.
La valle di Conceição è di una bellezza disarmante, circondata da serre di pietra che si rincorrono all’infinito e che riflettono la luce colorandola di toni opachi, contrastati dall’azzurro brillante del cielo del clima semi-arido.
Arriviamo in un campo dove la terra é praticamente sabbia. Poche e sparute piante di fagioli resistono all’avanzare della territorio arido. E a Cida, coordinatrice dell’Associazione, luccicano gli occhi. “Ogni volta che torno nel campo della mia famiglia é come se rivedessi la storia del nostro popolo”. C’é una capanna, dove Maria sta preparando il pranzo per suo figlio che ci guarda timido, ma sorride e si nasconde dietro una pietra.

Un albero, un nome. “Andiamo a sederci in salotto”, dice Cida. E il salotto in questione é sotto un albero di cajú, che resiste a temperature estreme e produce una frutta squisita. “Tutti i nostri alberi hanno un nome, un nome di persona, perché sono parte della comunitá, perché qui sotto gli alberi noi parliamo, festeggiamo, balliamo e ci organizziamo per resistere”.
Il sole finalmente sta scendendo, e noi ci sediamo sotto il cajú e un anziano della comunitá con i sandali ai piedi comincia a raccontare l’ennesima storia del popolo quilombola.
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