Un viaggio fra i quilombolas, i villaggi fondati dagli schiavi africani fuggiti dai colonizzatori
scritto per noi da
Luca Sinesi*
Arriviamo
a Conceição das Crioulas in una mattina calda e
piena di luce, alla fine della stagione delle piogge, a fine Aprile.
La valle è un paradiso colorato di verde ma tra qualche mese,
con l’arrivo del periodo di siccità, si trasformerà
in una fornace arsa e polverosa. Ci attendono i
rappresentanti della Associação Quilombola de
Conceição das Crioulas (AQCC), Givania, Cida, Maria
dos Santos e Roziane. Tutte donne tra i 40 e i 20 anni di età,
che ci ricordano che l’eredità delle prime sei creole (crioulas) non è
andata perduta. Perché, come scopriremo durante il nostro
soggiorno nel villaggio, a Conceição vige un
matriarcato di fatto, che vede le donne in prima fila nella lotta per
scuola, acqua, servizi e salute.
Conceição
das Crioulas è un piccolo villaggio abitato da 3.800
discendenti di schiavi fuggitivi nel bel mezzo della zona semi-arida
dello Stato di Pernambuco, nel Nord-Est del Brasile, a 440 chilometri
dalla capitale Recife. La sua storia è curiosa e avvincente
allo stesso tempo: gli anziani della comunità raccontano che,
agli inizi del ‘700, sei donne africane provenienti dalla costa
Atlantica camminarono per settimane fino ad arrivare in una valle
tranquilla e isolata, confinante con la terra degli indios Atikum.
Qui, in mezzo ad una natura rigogliosa e aspra, che sapeva regalare a
uomini e animali periodi di grande fertilità inframmezzati da
lunghi periodi di siccità, le sei donne cominciarono a
coltivare cotone. La loro presenza in quella valle desolata fu
tollerata dalle autorità vicine, a tal punto che per tutto il
18° secolo, decine di schiavi fuggitivi arrivarono nella comunità
e vi si stabilirono. Uno di essi, tal Francisco José, portò
con sé come protezione una antica immagine della Vergine
dell’Immacolata Concezione, che fu innalzata a simbolo della
comunità e che diede il nome al nuovo villaggio:
Conceição
(la vergine)
das Crioulas (in onore delle sei fondatrici della
comunità).
Quilombolas. E'
un Brasile sconosciuto anche agli occhi di molti Brasiliani,
lontano dalla costa atlantica di Rio e Bahia e dalle sconfinate
distese verdi e azzurre del bacino amazzonico. Un Brasile che non è
segnato nemmeno sulle carte geografiche.
Si
trovano qui le cosiddette comunità quilombolas, villaggi
fondati tra il ‘600 e l’800 dagli schiavi africani che fuggivano
dalle fazendas dei colonizzatori portoghesi e si rifugiavano
in zone impenetrabili, distanti dai 300 ai 900 chilometri dalla
costa. Una fuga di massa che raggiunse il suo culmine alla fine del
‘600, quando il quilombo più famoso, Palmares, governato dal
nobile africano Zumbi, raggiunse i 29.000 abitanti e una
organizzazione sociale e economica degna dei più avanzati
avamposti dei colonizzatori nella nuova terra del Pau Brasil.
Oggi,
le comunità quilombolas, che secondo gli studi più
recenti sono 1098 in un territorio che va dagli stati di Minas
Gerais, nel centro-ovest, al Maranhão, nel nord-est, sono
ancora abitati dai discendenti di quegli stessi schiavi ribelli e
cominciano a lottare per essere riconosciute dal Governo come piccole
enclave afro-brasiliane in un paese che affronta ancora oggi gravi
discriminazioni razziali contro la popolazione nera.
In diretta con l'Africa. Siamo
qui per cominciare un progetto cofinanziato dall’agenzia di
cooperazione britannica
International Service, per
diversificare la scarsissima produzione agricola locale e per
incentivare gli agricoltori a produrre alimenti biologici, cioè
senza uso di agro-tossici e pesticidi. L’ingegnere agronomo del
progetto è un mozambicano, Samora Vuma, un tipo che ride
sempre e ha le idee chiare. “Un tecnico non cambia nulla se non
coinvolge la comunità in tutte le fasi del progetto”, dice
Samora, mentre si guarda attorno, confessando che qui è uguale
al suo villaggio natale, chiamato Xai-Xai . Lui è il primo
nero nato in Africa a vivere in questa comunità di discendenti
di africani. Ci vivrà per due anni e l’interscambio non sarà
solo tecnico, ma culturale, riportando alle radici le conoscenze e le
pratiche agricole che i quilombolas impararono dai loro antenati
africani.
Bambole e storia. Le
condizioni della comunità sono al limite della sopravvivenza.
Dopo la crisi nella produzione del cotone, dovuta all’invasione di
un parassita che dal 1987 distrugge sistematicamente le coltivazioni
locali di cotone, la principale fonte di sostentamento è la
coltivazione di mais e fagioli.
L’altra
è l’artigianato, con decine di donne della comunità
che fabbricano le sempre più celebri bambole di
Conceição.
Ogni tipo di bambola ha il nome di una leader della comunità.
C’è Dona Francisca Ferreira, una delle sei donne che
fondarono la comunitá. C’é Mãe Magá,
una delle levatrici piú rispettate nella comunitá, e
per questo conosciuta semplicemente come “la madre di tutti”. In
ogni bambola prodotta, ci sono la storia e la memoria del popolo
quilombola.
Le mille storie di Cento. Durante
la riunione di presentazione del nuovo agronomo Samora, Cem si alza e
si scusa con tutti. “Devo andare a raccogliere i fagioli nel campo,
se no oggi non si mangia niente”, e va via di corsa. Lo chiamano
così perché per due volte, durante la distribuzione
mensile del paniere che contiene le razioni minime indispensabili,
lui era la centesima persona della fila. “Cem! (Cento!)”, gridava
l’addetto alla distribuzione. E nella comunità hanno
cominciato a chiamarlo tutti così. Cem!
E
Cem deve correre per andare a raccogliere i fagioli del suo pranzo
perché i campi degli agricoltori quilombolas sono tutti ad
almeno tre chilometri dalla comunità. Il loro territorio è
minacciato dagli altri discendenti, i trisnipoti dei colonizzatori e
dei proprietari terrieri bianchi che, negli ultimi cento anni, hanno
sistematicamente invaso le terre di Conceição das
Crioulas. E non è valso a nulla il titolo di possesso
delle terre, concesso dal Governo Federale ai quilombolas nel 2000,
dopo decenni di lotte per il riconoscimento del territorio degli avi.
I fazendeiros sanno come oliare i giudici locali. E grazie
alle generose prebende, il processo di espropriazione contro i
latifondisti giace nelle sabbie profonde di una colonizzazione che in
fondo non è mai finita.
La valle della Vergine. Andiamoci,
allora, nei campi, dice Givania, che cominciò negli anni ’90
la lotta per costruire una scuola a Conceição, ed è
diventata modello di una educazione basata sul riconoscimento delle
radici africane del popolo quilombola. Oggi tutti i maestri della
scuola locale sono quilombolas.
E
così ci incamminiamo in un sentiero di terra battuta, tra la
vegetazione ritornata alla vita dopo le piogge stagionali e le
recinzioni odiose delle
fazendas. Ad un tratto, un serpente
attraversa il sentiero e si ferma proprio di fronte a noi. Un giovane
della comunità prende un ramo secco, vuole uccidere il
serpente. João Alfredo, uno dei leader comunitari, gli blocca
prontamente il braccio. “Sta fermo!”. Il serpente ci guarda per
un po’ e poi riprende il suo cammino.
Chiedo
a João il perché del suo gesto. “Gli anziani ci hanno
insegnato che non si devono mai uccidere i serpenti. Loro vanno
sempre in coppia e così se tu ne uccidi una, l’altro
comincia a seguirti, nascosto tra gli arbusti della
caatinga.
Puoi camminare dieci chilometri e lui sempre lì a spiarti e
seguirti. Poi quando arrivi in casa, lui entra e si nasconde vicino
ai tuoi sandali. Aspetta tutta la notte, lì senza muoversi. E
la mattina, quando vai a metterti i sandali, il serpente consuma la
sua vendetta”.
La
valle di Conceição è di una bellezza disarmante,
circondata da serre di pietra che si rincorrono all’infinito e che
riflettono la luce colorandola di toni opachi, contrastati
dall’azzurro brillante del cielo del clima semi-arido.
Arriviamo
in un campo dove la terra é praticamente sabbia. Poche e
sparute piante di fagioli resistono all’avanzare della territorio
arido. E a Cida, coordinatrice dell’Associazione, luccicano gli
occhi. “Ogni volta che torno nel campo della mia famiglia é
come se rivedessi la storia del nostro popolo”. C’é una
capanna, dove Maria sta preparando il pranzo per suo figlio che ci
guarda timido, ma sorride e si nasconde dietro una pietra.
Un albero, un nome. “Andiamo
a sederci in salotto”, dice Cida. E il salotto in questione é
sotto un albero di cajú, che resiste a temperature estreme e
produce una frutta squisita. “Tutti i nostri alberi hanno un nome,
un nome di persona, perché sono parte della comunitá,
perché qui sotto gli alberi noi parliamo, festeggiamo,
balliamo e ci organizziamo per resistere”.
Il
sole finalmente sta scendendo, e noi ci sediamo sotto il cajú
e un anziano della comunitá con i sandali ai piedi comincia a
raccontare l’ennesima storia del popolo quilombola.