08/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



A due settimane dallo “scandalo presidenziali” la democrazia nel Paese è ancora viva
All'indomani delle consultazioni-farsa dello scorso 21 aprile solo il presidente della Commissione elettorale nigeriana, Maurice Iwu, resisteva stoicamente definendole “libere e trasparenti”. Presentate come quelle che avrebbero dovuto consacrare la democrazia nigeriana, le elezioni si sono rivelate un bluff, condite da irregolarità marchiane, violenze e brogli. Ma, nonostante ciò, la democrazia in Nigeria è ancora viva: lo dimostra la mobilitazione della società civile, protagonista di denunce e iniziative impensabili fino ad appena otto anni fa.

Umaru Yar'Adua (a sinistra) proclamato presidente dalla Commissione elettoraleElezioni. Le pesanti irregolarità nelle elezioni che hanno portato alla vittoria di Umaru Yar'Adua, che salirà alla presidenza il prossimo 29 maggio, sono state riconosciute sia dagli osservatori che dal capo di stato uscente, Olusegun Obasanjo. “Il problema maggiore non è stato quello della mancanza di schede elettorali, che ha costretto alcuni seggi a non aprire – dichiara a PeaceReporter Sebastian Spio-Garbrah, analista del think-tank Eurasia Group – quanto il fatto che il People's Democratic Party (il partito al potere, ndr) abbia voluto imporre un determinato risultato. Senza brogli e intimidazioni, difficilmente Yar'Adua avrebbe ottenuto il 70 percento delle preferenze”. E se da una parte il presidente Obasanjo invita a non giudicare le consultazioni secondo standard europei, dall'altra, rimarca Spio-Garbrah, “le elezioni nigeriane sono state peggiori di quelle recentemente tenutesi in Liberia, Senegal, Benin e Repubblica Democratica del Congo, senza dover scomodare la Francia per un confronto”.

Sfiducia. La democrazia in Nigeria è dunque morta, assieme alle aspirazioni da grande potenza del gigante petrolifero africano? Sostenere una simile tesi sarebbe come buttare il bambino assieme all'acqua sporca, anche se, come riferisce a PeaceReporter l'analista politico nigeriano Anthony Akinola, “l'aspettativa per le elezioni era così alta che la delusione è stata molto forte. E al momento dell'insediamento del presidente ci potrebbero essere delle sorprese, visto che l'opposizione non ha riconosciuto i risultati”. Non sorprende quindi che, secondo un recente sondaggio di Afrobarometer, solo il 25 percento dei nigeriani creda nella democrazia, rispetto all'80 percento di sette anni fa. “Le cifre non mi sorprendono, anzi ritengo che quella del sondaggio sia una stima al rialzo – continua Spio-Garbrah – Per questa ragione la gente ha preferito non scendere in piazza a protestare: pochi hanno fiducia nel sistema, perché non ci sono alternative valide o significative differenze tra i vincitori e gli sconfitti”. Ciononostante, le denunce della società civile e dei media nigeriani mostrano come parte del Paese abbia coscienza di come difendere le libertà acquisite dopo 39 anni di dittature militari. Un buon punto di partenza per ricostruire una credibilità che, soprattutto a livello internazionale, è stata seriamente danneggiata.

In un seggio a LagosTransizione. “Yar'Adua (uno dei pochi politici nigeriani a non essere stato accusato di corruzione, ndr) ha i mezzi per risollevare l'immagine del Paese – continua Spio-Garbrah – ma ci vorranno anni. Dopo quanto è successo, che credibilità avrà la Nigeria per metter bocca nelle crisi africane come quelle in Costa d'Avorio, Sudan o Zimbabwe?”. Un brutto colpo per chi, come Obasanjo, aveva fatto dell'interventismo nigeriano nelle questioni continentali uno dei fiori all'occhiello della sua politica estera.
Con le sue contraddizioni e i “vorrei-ma-non-posso” del suo processo politico, la Nigeria rispecchia bene la fase di transizione vissuta attualmente dall'Africa, in cui spesso alle aspirazioni non corrispondono mezzi adeguati per raggiungerle. “Nonostante i problemi di legittimazione che il nuovo presidente avrà, non ritengo che la democrazia nigeriana sia in pericolo – rimarca Akinola – Il tempo dei governi militari si è concluso definitivamente”. Insomma, la preoccupazione è d'obbligo, ma forse non è il caso di fasciarsi la testa: piuttosto che la morte della democrazia, quella nigeriana potrebbe essere vista come una crisi di maturità del sistema. E l'ennesima riprova che gestire la democrazia giorno per giorno è molto più difficile che conquistarla. 

Matteo Fagotto

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