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Crisi umanitaria. Il 2 maggio un
convoglio della Croce Rossa Internazionale e della Mezzaluna Rossa è
stato attaccato da miliziani ignoti nella zona di al Saifi, poco
distante dalla città di Sa'ada: una regione tribale, epicentro
delle attività delle milizie sciite di al Houti. La notizia è
trapelata solo domenica 6: due persone sono rimaste ferite. I
veicoli, 15 camion, trasportavano aiuti per alcune centinaia di
famiglie di sfollati in fuga dai combattimenti. L'attacco è
stato condannato dalle Nazioni Unite, che temono possa compromettere
le operazioni umanitarie, proprio mentre i combattimenti
imperversano. “Molte persone vengono uccise ogni giorno, anche
civili” sostiene la Civil Society Coalition, un gruppo di Ong
locali, “e siamo preoccupati per il crescente numero di sfollati
cui non si riesce a portare assistenza”. Le forze armate yemenite
non sono state in grado di sopprimere le milizie ribelli, che trovano
riparo nei villaggi fortificati e nelle zone montagnose a ridosso di
Sa'ada. Ma proprio la difficoltà di accesso alla zona è
uno dei motivi di preoccupazione per le Ong, che accusano il governo
di avere tagliato le comunicazioni con il nord del paese, impedendo
l'accesso anche ai giornalisti. Questo fa sì che le notizie su
quel che accade sul campo siano scarse e frammentarie, mentre delle
vittime non si sa proprio nulla. L'unico dato disponibile lo fornisce
la Mezzaluna Rossa a Sana'a, secondo cui il numero degli sfollati
supera già le 30 mila unità.
“Genocidio”. Il leader dei
ribelli sciiti, Abd al Malik al Houti, intervistato dall'Associated
Press, ha dichiarato che “Intere città e villaggi sono
soggetti a spaventosi bombardamenti delle corrotte autorità
(di Sana'a) di cui i civili sono le prime vittime. Gli attacchi del
governo contro i villaggi sono un genocidio”. Alcune fonti mediche
a Saada, rimaste anonime, sostengono che dall'inizio dell'anno sono
morti oltre 1500 soldati governativi e 2 mila ribelli, mentre sui
civili non c'è nessuna stima. Al Houti ha anche smentito di
ricevere aiuti dall'estero, rivendicando il carattere locale del
conflitto e, di contro, ha accusato le autorità di Sana'a di
agire per soddisfare i partner internazionali: “Il governo attacca,
massacra la sua gente e versa il loro sangue per soddisfare l'alleato
americano” ha dichiarato. Nonostante le ingenti perdite, le milizie
ribelli sono ancora bene armate e promettono di continuare la
battaglia, iniziata nel 2004, per stabilire una teocrazia islamica
nel paese.
Armi e violenza. La regione di
Sa'ada è nota soprattutto per il gran numero di armi che vi
circola liberamente: dai fucili alle bombe, fino all'artiglieria, nei
mercati si trova di tutto. Essere armati fa parte della tradizione
yemenita, ma la presenza di oltre 40 milioni di armi su una
popolazione di 22 milioni di non aiuta certo a contenere la violenza.
Recentemente il governo di Sana'a ha iniziato una campagna per
chiudere le rivendite di armi non autorizzate. Il ministero
dell'Interno ha istituito un comitato per censire le armi e ha varato
un piano triennale per regolarne il possesso e per combattere le
ideologie estremiste. Sono almeno 18 i mercati di armi nel paese e
oltre 300 i negozi, il governo ha annunciato che presto chiuderà
quelli non autorizzati nella speranza di ridurre gli scontri tribali
(22 solo nel 2006) e le violenze in genere. Quel che resta da vedere
è se questa decisione verrà accettata dalle tribù
o verrà invece accolta come un tentativo di disarmarle.
Intanto, per cominciare, i 21 principali clan yemeniti hanno firmato
un accordo in cui si impegnano a smettere di usare le armi, almeno
per festeggiare i matrimoni.Naoki Tomasini
Parole chiave: Yemen, armi al houti, saada, croce rossa, mezzaluna rossa, tribù