05/10/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una giornata in mare con i pescatori sardi del Basso Sulcis in lotta contro la Nato

Peschereccio blocca mezzo da sbarco NatoDal nostro inviato a Capo Teulada (Sardegna) – “Ajò, andaus!”, urlano Pietro Paolo di Giovanni e Sandru Uccheddu alle decine di pescatori che aspettano sulla banchina del molo e sulle barche. E’ il segnale per la partenza.
Sono da poco passate le otto di mattina quando, uno dopo l’altro, i motori diesel dei pescherecci si accendono gorgogliando e in pochi minuti la flottiglia dei pescatori delle marinerie di Teulada e Sant’Anna Arresi lascia il porto. Una ventina di imbarcazioni in tutto. Fanno prua verso un sole ancora basso sull’orizzonte d’acqua, un sole che illumina un cielo terso, senza nemmeno una nuvola. Un debole e caldo vento di scirocco fa sventolare le bandiere arcobaleno della pace e quelle rosse del sindacato issate sulle prue e sulle cabine delle barche.
Sui volti abbronzati dei pescatori, la fierezza di chi sta andando a lottare per difendere tutto ciò che rappresenta la propria esistenza: per loro, la libertà di pescare nel proprio mare.

Una libertà che, per colpa del poligono militare di Capo Teulada, le ultime due generazioni di pescatori del Basso Sulcis non hanno mai conosciuto. E che negli ultimi due anni è sparita del tutto con l’imposizione del divieto di pesca permanente, per trecentosessantacinque giorni all’anno. O meglio, con l’inflessibile imposizione del rispetto di tale divieto che, formalmente, vige da oltre cinquant’anni, ma che fino ad ora nessuno, in nome del buon senso, aveva mai reso effettivo.

Superata Punta Nera, compaiono improvvisamente controluce le gigantesche sagome che stanno iniziando l’esercitazione militare Nato più importante dell’anno: “Destined Glory 2004”. Una guerra simulata che dura per settimane e che coinvolge decine di navi e migliaia di soldati di undici nazioni diverse.
Dai portelloni posteriori delle navi stanno già uscendo mezzi anfibi, zatteroni blindati e guizzanti stormi di gommoni stipati di incursori. Lo scenario ricorda, in piccolo, quello dello sbarco degli Alleati in Normandia (o anticipa forse quello della ‘Coalizione’ su qualche costa mediorientale. Chi lo sa?).
Lo sbarco, condotto anche via aerea con grandi elicotteri da trasporto-truppe che decollano dai pontili delle navi, dovrebbe essere coperto dal fuoco delle cannoniere e dalle bombe degli aerei decollati dalla portaerei della Sesta flotta Usa che incrocia al largo del Capo.

Ma questo surreale spettacolo bellico, allestito dagli strateghi della Nato al costo di decine di migliaia di euro al giorno, non riesce nemmeno a iniziare.
Sotto lo sguardo incredulo dei soldati americani, francesi, spagnoli, olandesi, greci e non solo, che osservano dall’alto dei pontili d’acciaio delle navi, le piccole barche di legno dei pescatori sulcitani penetrano nella ‘zona rossa’ del poligono infilandosi dritti nel teatro di manovra, tra le navi da guerra. Un motoscafo dei Carabinieri vigila da lontano.
La radio di bordo dei pescatori gracchia le trasmissioni captate dal canale militare della vicina portaelicotteri italiana San Giorgio: “Bersagli  in avvicinamento”.
La flotta dei pescatori, capitanata dai pescherecci dei presidenti delle due cooperative di Teulada e Sant’Anna Arresi, l’ ‘Albatros’ di Pietro Paolo di Giovanni e il ‘Libeccio’ di Sandro Uccheddu, tirano dritto verso Porto Scuro, la spiaggia dello sbarco, davanti alla quale fanno scattare un vero e proprio blocco navale che, con caroselli, manovre improvvise e affiancamenti di disturbo, impedisce ai mezzi da sbarco di raggiungere la costa. Alcuni riescono a passare. Altri no.
Il tentativo dei militari di forzare il blocco prosegue per oltre un’ora, ma alla fine le forze navali Nato si arrendono, interrompendo ogni manovra e tornando a incrociare al largo.
A terra, sulla spiaggia di Porto Scuro, rimane un inutile avamposto del contingente da sbarco.

I pescatori sono soddisfatti ma sanno bene di aver vinto solo la prima battaglia di una guerra pacifica che sarà molto lunga.
E’ il momento per un po’ di relax.
A bordo del ‘Libeccio’ Sandro accende la radio su una stazione di musica dialettale sarda e inizia a preparare panini e a stappare birre. Paolo e Beniamino scendono sottocoperta per farsi una partitella a scopa.
“Se ripenso a quando ero giovane”, dice Beniamino Desogus, 57 anni, continuando a guardare le carte che ha in mano. “Se penso a quando, durante le esercitazioni militari, i marinai americani ci facevano il pieno di nafta gratis in cambio di una cassa di polipi. Fino a un paio di anni fa c’era una certa comprensione da parte dei militari, sia italiani che stranieri. Il divieto c’era, ma rispettavano il nostro diritto di lavorare. Quando finivano di sparare ci avvertivano e noi gettavamo le reti. Adesso invece, improvvisamente, e non capiamo perché, non ci è più concesso di lavorare nemmeno nelle pause tra un’esercitazione e l’altra. Così noi, che dobbiamo per forza pescare per dar da mangiare ai nostri figli, veniamo costretti a rubare, a pescare di notte, a giocare a guardie e ladri con le motovedette della Guardia Costiera, che se ci becca ci multa e ci sequestra le reti”.

Marco e Beniamino giocano a carte sottocoperta“No, non si può proprio andare avanti così”, dice Paolo Marrocu, 29 anni, risalendo in cabina alla fine della partita. “Con quello che peschiamo adesso, illegalmente, riusciamo appena a sopravvivere. E poi lavorare così, sempre di nascosto, è avvilente, umiliante. Quando ho cominciato a pescare da ragazzino era tutta un’altra cosa. Adesso, potessi tornare indietro, non farei più il pescatore. Ma ormai… Amo pescare, ma devo anche sopravvivere. Ci hanno costretto loro a fare quello che stiamo facendo. Sicuramente ce la faranno pagare cara, ma è un rischio che siamo disposti a correre per far valere i nostri diritti”.

“Noi viviamo in un mostruoso nonsenso”, spiega senza mollare la ruota del timone Sandro Uccheddu, 38 anni, il capitano e presidente della cooperativa Sant’Anna Arresi. “Lo Stato, che dovrebbe promuovere il diritto al lavoro, a noi ce lo toglie. E perché? Perché altrimenti corriamo dei rischi a causa degli errori che lui, lo Stato, ha commesso, inquinando di bombe il nostro mare per decenni e rifiutandosi poi di bonificarlo. Dicono che ormai è impossibile ripulire i fondali, che costa troppo. Peggio per loro: potevano pensarci prima! Noi vogliamo pescare tra un’esercitazione e l’altra, come facevamo prima. Ma vogliamo anche che riparino i danni che hanno fatto al nostro mare. Un mare evitato dai grandi banchi di pesci che, come accade normalmente in ogni capo, dovrebbero passare per qui. Ma con tutto questo casino, è normale che girino alla larga da qui. Senza contare tutti i pesci che sterminano. Durante l’ultima esercitazione abbiamo riempito il piazzale del porto di pesci uccisi dai bombardamenti in mare. Ma il problema principale sono i fondali, quelli per la cui pericolosità ci viene vietato di pescare, quelli che loro hanno reso imbonificabili. La scorsa settimana, durante un’altra nostra dimostrazione, il motoscafo dei Carabinieri si era ormeggiato vicino a noi, senza accorgersi che  avevano gettato l’ancora vicino a un siluro. Quando glielo abbiamo fatto notare – quel giorno c’era bonaccia e si vedeva il fondo – sono impalliditi. Vorrei essere una mosca”, conclude Sandro prima di rispondere a una chiamata radio, “così adesso potrei volare a Roma e sentire cosa dicono al ministero della Difesa, quanto sono arrabbiati per la brutta figura che stiamo facendo fare loro con gli altri paesi Nato”.

La quiete del primo pomeriggio viene spezzata dall’allarme radio lanciato da un peschereccio che sta nel golfo successivo. “Qui a terra stanno sparando con i carri armati, venite!”. Alcune barche dei pescatori fanno rotta verso quella spiaggia al di là del promontorio. “U Focu!” urlano alcuni appena aggirata la punta. Sulla costa stepposa del monte dove i carri hanno appena sparato si è sviluppato un incendio che, spinto dal vento di scirocco, si mangia mezza montagna prima di venire domato dai militari intervenuti. “Questo è come rispettano il nostro ambiente”, commenta triste Beniamino guardando le fiamme. “Vede quel monte lì, vicino a quello che brucia: è bucato come una groviera perché lo usano come bersaglio. E la punta di Capo Teulada, con quelle due enormi voragini nella roccia: sono le bombe che lo hanno ridotto così”.

Le barche fanno ritorno a Porto Scuro, riposizionandosi per il blocco navale. Si ritorna all’ozio del dopo pranzo.
Ma dopo un paio d’ore, intorno alle 17:30, due jet militari sfrecciano con fragore sul golfo e contemporaneamente alcuni elicotteri si alzano in volo dalle navi. I pescatori riaccendono i motori delle barche: è evidente che sta succedendo qualcosa. Infatti, dopo poco, una grossa zattera blindata battente bandiere olandese e spagnola esce dalla pancia di una nave e si avvicina minacciosamente. I pescherecci si dispongono a catenaccio. Il mezzo militare arriva al blocco e ferma i motori. La sua prua d’acciaio quasi sfiora quella di uno dei pescherecci. I pescatori inveiscono contro i soldati. Uno di loro dal ponte chiede: “Do you speak english?”. Dopo alcune risate si fa avanti Massimiliano Frau, l’unico dei pescatori che sa un po’ di inglese. Ritto in piedi sulla prua del peschereccio, a pochi metri dai militari olandesi, dice loro: “Se voi venite qui, noi non lavoriamo. Tornatevene a casa vostra a fare la guerra!”. “All right”, risponde diplomatico il militare, che chiama via radio il comando e poi ordina al macchinista di fare indietro tutta.
I pescatori esultano per la vittoria di questo scontro diretto.
Ma dopo dieci minuti lo zatterone si ripresenta con tutta l’aria di voler sfondare la difesa avversaria, che però non lascia libero un varco. Dopo alcune finte e un paio di tentativi di avanzamenti a sorpresa, gli olandesi si arrendono e fanno definitivamente dietro front.

La portaelicotteri San GiorgioIl morale è altissimo, ma il sole è ormai basso. Nella splendida luce dorata del tramonto i comandanti del ‘Libeccio’ e dell’ ‘Albatros’ si accordano sul da farsi parlandosi da una barca all’altra. Valutano l'opportunità di rimanere a oltranza, anche di notte, perché hanno capito che come abbassano la guardia, le manovre di sbarco riprendono. “Si rimane per la notte ragazzi, che se i gatti se ne vanno i topi ricominciano a ballare”, annuncia Sandro al suo equipaggio.
Paolo, appoggiato al muretto di poppa, sorride soddisfatto senza dire nulla e si accende una sigaretta.
Beniamino, seduto sulle reti, si stringe nel suo maglione per ripararsi dal vento freddo che ha iniziato a spirare forte. “E’ giusto rimanere a oltranza. Questa è l’unica possibilità che ci è rimasta. Se non vinciamo ‘sta volta, non vinceremo mai più”.

Enrico Piovesana

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