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Dal nostro inviato a Capo Teulada (Sardegna) – “Ajò, andaus!”, urlano Pietro Paolo di Giovanni e Sandru Uccheddu alle decine
di pescatori che aspettano sulla banchina del molo e sulle barche. E’ il segnale
per la partenza.
Sono da poco passate le otto di mattina quando, uno dopo l’altro, i motori diesel
dei pescherecci si accendono gorgogliando e in pochi minuti la flottiglia dei
pescatori delle marinerie di Teulada e Sant’Anna Arresi lascia il porto. Una ventina
di imbarcazioni in tutto. Fanno prua verso un sole ancora basso sull’orizzonte
d’acqua, un sole che illumina un cielo terso, senza nemmeno una nuvola. Un debole
e caldo vento di scirocco fa sventolare le bandiere arcobaleno della pace e quelle
rosse del sindacato issate sulle prue e sulle cabine delle barche.
Sui volti abbronzati dei pescatori, la fierezza di chi sta andando a lottare
per difendere tutto ciò che rappresenta la propria esistenza: per loro, la libertà
di pescare nel proprio mare.
Una libertà che, per colpa del poligono militare di Capo Teulada, le ultime due
generazioni di pescatori del Basso Sulcis non hanno mai conosciuto. E che negli
ultimi due anni è sparita del tutto con l’imposizione del divieto di pesca permanente,
per trecentosessantacinque giorni all’anno. O meglio, con l’inflessibile imposizione
del rispetto di tale divieto che, formalmente, vige da oltre cinquant’anni, ma
che fino ad ora nessuno, in nome del buon senso, aveva mai reso effettivo.
Superata Punta Nera, compaiono improvvisamente controluce le gigantesche sagome
che stanno iniziando l’esercitazione militare Nato più importante dell’anno: “Destined
Glory 2004”. Una guerra simulata che dura per settimane e che coinvolge decine
di navi e migliaia di soldati di undici nazioni diverse.
Dai portelloni posteriori delle navi stanno già uscendo mezzi anfibi, zatteroni
blindati e guizzanti stormi di gommoni stipati di incursori. Lo scenario ricorda,
in piccolo, quello dello sbarco degli Alleati in Normandia (o anticipa forse quello
della ‘Coalizione’ su qualche costa mediorientale. Chi lo sa?).
Lo sbarco, condotto anche via aerea con grandi elicotteri da trasporto-truppe
che decollano dai pontili delle navi, dovrebbe essere coperto dal fuoco delle
cannoniere e dalle bombe degli aerei decollati dalla portaerei della Sesta flotta
Usa che incrocia al largo del Capo.
Ma questo surreale spettacolo bellico, allestito dagli strateghi della Nato al
costo di decine di migliaia di euro al giorno, non riesce nemmeno a iniziare.
Sotto lo sguardo incredulo dei soldati americani, francesi, spagnoli, olandesi,
greci e non solo, che osservano dall’alto dei pontili d’acciaio delle navi, le
piccole barche di legno dei pescatori sulcitani penetrano nella ‘zona rossa’ del
poligono infilandosi dritti nel teatro di manovra, tra le navi da guerra. Un motoscafo
dei Carabinieri vigila da lontano.
La radio di bordo dei pescatori gracchia le trasmissioni captate dal canale militare
della vicina portaelicotteri italiana San Giorgio: “Bersagli in avvicinamento”.
La flotta dei pescatori, capitanata dai pescherecci dei presidenti delle due
cooperative di Teulada e Sant’Anna Arresi, l’ ‘Albatros’ di Pietro Paolo di Giovanni
e il ‘Libeccio’ di Sandro Uccheddu, tirano dritto verso Porto Scuro, la spiaggia
dello sbarco, davanti alla quale fanno scattare un vero e proprio blocco navale
che, con caroselli, manovre improvvise e affiancamenti di disturbo, impedisce
ai mezzi da sbarco di raggiungere la costa. Alcuni riescono a passare. Altri no.
Il tentativo dei militari di forzare il blocco prosegue per oltre un’ora, ma
alla fine le forze navali Nato si arrendono, interrompendo ogni manovra e tornando
a incrociare al largo.
A terra, sulla spiaggia di Porto Scuro, rimane un inutile avamposto del contingente
da sbarco.
I pescatori sono soddisfatti ma sanno bene di aver vinto solo la prima battaglia
di una guerra pacifica che sarà molto lunga.
E’ il momento per un po’ di relax.
A bordo del ‘Libeccio’ Sandro accende la radio su una stazione di musica dialettale
sarda e inizia a preparare panini e a stappare birre. Paolo e Beniamino scendono
sottocoperta per farsi una partitella a scopa.
“Se ripenso a quando ero giovane”, dice Beniamino Desogus, 57 anni, continuando
a guardare le carte che ha in mano. “Se penso a quando, durante le esercitazioni
militari, i marinai americani ci facevano il pieno di nafta gratis in cambio di
una cassa di polipi. Fino a un paio di anni fa c’era una certa comprensione da
parte dei militari, sia italiani che stranieri. Il divieto c’era, ma rispettavano
il nostro diritto di lavorare. Quando finivano di sparare ci avvertivano e noi
gettavamo le reti. Adesso invece, improvvisamente, e non capiamo perché, non ci
è più concesso di lavorare nemmeno nelle pause tra un’esercitazione e l’altra.
Così noi, che dobbiamo per forza pescare per dar da mangiare ai nostri figli,
veniamo costretti a rubare, a pescare di notte, a giocare a guardie e ladri con
le motovedette della Guardia Costiera, che se ci becca ci multa e ci sequestra
le reti”.
“No, non si può proprio andare avanti così”, dice Paolo Marrocu, 29 anni, risalendo
in cabina alla fine della partita. “Con quello che peschiamo adesso, illegalmente,
riusciamo appena a sopravvivere. E poi lavorare così, sempre di nascosto, è avvilente,
umiliante. Quando ho cominciato a pescare da ragazzino era tutta un’altra cosa.
Adesso, potessi tornare indietro, non farei più il pescatore. Ma ormai… Amo pescare,
ma devo anche sopravvivere. Ci hanno costretto loro a fare quello che stiamo facendo.
Sicuramente ce la faranno pagare cara, ma è un rischio che siamo disposti a correre
per far valere i nostri diritti”.
“Noi viviamo in un mostruoso nonsenso”, spiega senza mollare la ruota del timone
Sandro Uccheddu, 38 anni, il capitano e presidente della cooperativa Sant’Anna
Arresi. “Lo Stato, che dovrebbe promuovere il diritto al lavoro, a noi ce lo toglie.
E perché? Perché altrimenti corriamo dei rischi a causa degli errori che lui,
lo Stato, ha commesso, inquinando di bombe il nostro mare per decenni e rifiutandosi
poi di bonificarlo. Dicono che ormai è impossibile ripulire i fondali, che costa
troppo. Peggio per loro: potevano pensarci prima! Noi vogliamo pescare tra un’esercitazione
e l’altra, come facevamo prima. Ma vogliamo anche che riparino i danni che hanno
fatto al nostro mare. Un mare evitato dai grandi banchi di pesci che, come accade
normalmente in ogni capo, dovrebbero passare per qui. Ma con tutto questo casino,
è normale che girino alla larga da qui. Senza contare tutti i pesci che sterminano.
Durante l’ultima esercitazione abbiamo riempito il piazzale del porto di pesci
uccisi dai bombardamenti in mare. Ma il problema principale sono i fondali, quelli
per la cui pericolosità ci viene vietato di pescare, quelli che loro hanno reso
imbonificabili. La scorsa settimana, durante un’altra nostra dimostrazione, il
motoscafo dei Carabinieri si era ormeggiato vicino a noi, senza accorgersi che
avevano gettato l’ancora vicino a un siluro. Quando glielo abbiamo fatto notare
– quel giorno c’era bonaccia e si vedeva il fondo – sono impalliditi. Vorrei essere
una mosca”, conclude Sandro prima di rispondere a una chiamata radio, “così adesso
potrei volare a Roma e sentire cosa dicono al ministero della Difesa, quanto sono
arrabbiati per la brutta figura che stiamo facendo fare loro con gli altri paesi
Nato”.
La quiete del primo pomeriggio viene spezzata dall’allarme radio lanciato da
un peschereccio che sta nel golfo successivo. “Qui a terra stanno sparando con
i carri armati, venite!”. Alcune barche dei pescatori fanno rotta verso quella
spiaggia al di là del promontorio. “U Focu!” urlano alcuni appena aggirata la
punta. Sulla costa stepposa del monte dove i carri hanno appena sparato si è sviluppato
un incendio che, spinto dal vento di scirocco, si mangia mezza montagna prima
di venire domato dai militari intervenuti. “Questo è come rispettano il nostro
ambiente”, commenta triste Beniamino guardando le fiamme. “Vede quel monte lì,
vicino a quello che brucia: è bucato come una groviera perché lo usano come bersaglio.
E la punta di Capo Teulada, con quelle due enormi voragini nella roccia: sono
le bombe che lo hanno ridotto così”.
Le barche fanno ritorno a Porto Scuro, riposizionandosi per il blocco navale.
Si ritorna all’ozio del dopo pranzo.
Ma dopo un paio d’ore, intorno alle 17:30, due jet militari sfrecciano con fragore
sul golfo e contemporaneamente alcuni elicotteri si alzano in volo dalle navi.
I pescatori riaccendono i motori delle barche: è evidente che sta succedendo qualcosa.
Infatti, dopo poco, una grossa zattera blindata battente bandiere olandese e spagnola
esce dalla pancia di una nave e si avvicina minacciosamente. I pescherecci si
dispongono a catenaccio. Il mezzo militare arriva al blocco e ferma i motori.
La sua prua d’acciaio quasi sfiora quella di uno dei pescherecci. I pescatori
inveiscono contro i soldati. Uno di loro dal ponte chiede: “Do you speak english?”.
Dopo alcune risate si fa avanti Massimiliano Frau, l’unico dei pescatori che sa
un po’ di inglese. Ritto in piedi sulla prua del peschereccio, a pochi metri dai
militari olandesi, dice loro: “Se voi venite qui, noi non lavoriamo. Tornatevene
a casa vostra a fare la guerra!”. “All right”, risponde diplomatico il militare,
che chiama via radio il comando e poi ordina al macchinista di fare indietro tutta.
I pescatori esultano per la vittoria di questo scontro diretto.
Ma dopo dieci minuti lo zatterone si ripresenta con tutta l’aria di voler sfondare
la difesa avversaria, che però non lascia libero un varco. Dopo alcune finte e
un paio di tentativi di avanzamenti a sorpresa, gli olandesi si arrendono e fanno
definitivamente dietro front.
Il morale è altissimo, ma il sole è ormai basso. Nella splendida luce dorata
del tramonto i comandanti del ‘Libeccio’ e dell’ ‘Albatros’ si accordano sul da
farsi parlandosi da una barca all’altra. Valutano l'opportunità di rimanere a
oltranza, anche di notte, perché hanno capito che come abbassano la guardia, le
manovre di sbarco riprendono. “Si rimane per la notte ragazzi, che se i gatti
se ne vanno i topi ricominciano a ballare”, annuncia Sandro al suo equipaggio.
Paolo, appoggiato al muretto di poppa, sorride soddisfatto senza dire nulla e
si accende una sigaretta.
Beniamino, seduto sulle reti, si stringe nel suo maglione per ripararsi dal vento
freddo che ha iniziato a spirare forte. “E’ giusto rimanere a oltranza. Questa
è l’unica possibilità che ci è rimasta. Se non vinciamo ‘sta volta, non vinceremo
mai più”.
Enrico Piovesana