06/05/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Prima settimana senza scontri da dicembre, ma la tensione rimane alta
E' passata poco più di una settimana dalla fine dei combattimenti a Mogadiscio. Per la capitale somala è il più lungo periodo di pace dallo scorso dicembre, quando le truppe somalo-etiopi scacciarono le Corti islamiche, dando il via a una interminabile serie di scontri con le milizie dei clan. I mercati riaprono e la popolazione civile comincia a tornare in città, ma quella che si respira a Mogadiscio non è un'atmosfera rilassata. “Siamo tutti in attesa di qualcosa – riferisce a PeaceReporter il giornalista Sahal Abdulle – sembra di essere tornati a dicembre, prima dell'inizio degli scontri”. E mentre le truppe somalo-etiopi assicurano di aver vinto, fonti attendibili ritengono che i miliziani abbiano semplicemente nascosto le armi in attesa di tornare a colpire.

Un soldato etiope pattuglia MogadiscioTregua. Per ora, però, gli abitanti della città si godono una meritata pausa dai combattimenti che, negli ultimi mesi, hanno provocato più di mille morti e fatto almeno 365.000 sfollati. “Di questi, 109.000 sono fuggiti verso nord, il resto verso ovest, presso i confini con l'Etiopia – riferisce a PeaceReporter il coordinatore umanitario Onu in Somalia, Eric Laroche –. La fine degli scontri ci ha permesso di assistere meglio la popolazione, la maggior parte della quale però rimane ancora irraggiungibile per i nostri convogli. La prossima settimana incontreremo nuovamente le autorità somale per tentare di garantire assistenza anche a Mogadiscio”. Finora, infatti, le agenzie umanitarie Onu operano solo nel sud del Paese, a Baidoa e Kismayo. “Le agenzie sono riuscite a raggiungere poco più di 30.000 persone – conferma a PeaceReporter il giornalista somalo Abukar Albadri – ciò significa che la stragrande maggioranza degli sfollati è rimasta fuori dai canali umanitari”.

Attesa. “La buona notizia è che non si spara più – continua Abdulle – ma la maggior parte degli sfollati con cui ho parlato preferisce attendere prima di fare ritorno. Al momento, è molto difficile fare previsioni su cosa accadrà”. Se infatti da una parte le autorità stanno trattando con gli esponenti principali del clan Hawiye, da cui proviene buona parte degli insorti e che da sempre controlla Mogadiscio, dall'altra non è stato raggiunto nessun accordo. Si teme che l'improvvisa scomparsa delle milizie claniche sia un semplice cambio di tattica da parte degli insorti. “Se il governo riuscirà a mettere in sicurezza Mogadiscio la situazione migliorerà veramente – continua Albadri – ma finora non ho visto alcun piano in questo senso”. Per la verità, venerdì il sindaco Mohamed Dheere ha bandito tutte le armi dalla città, ma non è chiaro come verrà fatto rispettare il provvedimento.
Giovedì, 151 uomini d'affari di Mogadiscio hanno deciso di consegnare le proprie armi alle truppe dell'Unione Africana, che hanno cominciato a pattugliare le strade cittadine. “Il numero dei businessmen che hanno aderito all'iniziativa è alto”, rimarca Albadri ma, come sottolinea Abdulle, “anche loro non si fidano del nuovo scenario, e si sono già organizzati per tutelare i propri interessi in caso le trattative falliscano. E' una situazione strana: sembra quasi che, dopo mesi d'inferno, ci trattino bene e ci accarezzino per pugnalarci poi alle spalle”.

Un soldato dell'Unione Africana raccoglie le armi consegnate dai businessmenScetticismo. Comprensibile che, dopo sedici anni di guerra civile e più di mezzo milione di morti, i somali siano scettici su questa strana pace. “Almeno la vita cittadina è ripresa – ricorda Albadri – anche se i prezzi al mercato sono tutti raddoppiati e 200.000 persone, che durante gli scontri dormivano nei palazzi governativi, ora ne sono state cacciate e non sanno dove andare, visto che le loro case sono state distrutte dai bombardamenti”.
L'assistenza all'interno di Mogadiscio rimane il primo problema ma, come sottolinea Laroche, “dobbiamo fare tutto da soli visto che il governo somalo ha mezzi limitati. Comunque, le truppe dell'Ua si sono dette disponibili a collaborare per mettere in sicurezza le zone della città dove dovessimo operare”. Per ora, i somali preferiscono attendere. “Ho mandato la mia famiglia all'estero il mese passato – conclude Albadri – mi mancano tanto, mi telefonano ogni mattina perché conoscono in che razza di infermo vivo. Proprio per questo rimangono dove sono”. 

Matteo Fagotto

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