E' passata poco più di una
settimana dalla fine dei
combattimenti a Mogadiscio. Per la capitale
somala è il più lungo periodo di pace dallo scorso
dicembre, quando le truppe somalo-etiopi scacciarono le
Corti
islamiche, dando il via a una interminabile serie di scontri con le
milizie dei clan. I mercati riaprono e la popolazione civile comincia
a tornare in città, ma quella che si respira a Mogadiscio non
è un'atmosfera rilassata. “Siamo tutti in attesa di qualcosa
– riferisce a
PeaceReporter il giornalista Sahal Abdulle –
sembra di essere tornati a dicembre, prima dell'inizio degli
scontri”. E mentre le truppe somalo-etiopi assicurano di aver
vinto, fonti attendibili ritengono che i miliziani abbiano
semplicemente nascosto le armi in attesa di tornare a colpire.
Tregua. Per ora, però, gli abitanti
della città si godono una meritata pausa dai combattimenti
che, negli ultimi mesi, hanno provocato più di mille morti e
fatto almeno 365.000
sfollati. “Di questi, 109.000 sono fuggiti
verso nord, il resto verso ovest, presso i confini con l'Etiopia –
riferisce a
PeaceReporter il coordinatore umanitario Onu in
Somalia, Eric Laroche –. La fine degli scontri ci ha permesso di
assistere meglio la popolazione, la maggior parte della quale però
rimane ancora irraggiungibile per i nostri convogli. La prossima
settimana incontreremo nuovamente le autorità somale per
tentare di garantire assistenza anche a Mogadiscio”. Finora,
infatti, le agenzie umanitarie Onu operano solo nel sud del Paese, a
Baidoa e Kismayo. “Le agenzie sono riuscite a raggiungere poco più
di 30.000 persone – conferma a
PeaceReporter il giornalista
somalo Abukar Albadri – ciò significa che la stragrande
maggioranza degli sfollati è rimasta fuori dai canali
umanitari”.
Attesa. “La buona notizia è che non si
spara più – continua Abdulle – ma la maggior parte degli
sfollati con cui ho parlato preferisce attendere prima di fare
ritorno. Al momento, è molto difficile fare previsioni su cosa
accadrà”. Se infatti da una parte le autorità stanno
trattando con gli esponenti principali del clan Hawiye, da cui
proviene buona parte degli insorti e che da sempre controlla
Mogadiscio, dall'altra non è stato raggiunto nessun accordo.
Si teme che l'improvvisa scomparsa delle milizie claniche sia un
semplice cambio di tattica da parte degli insorti. “Se il governo
riuscirà a mettere in sicurezza Mogadiscio la situazione
migliorerà veramente – continua Albadri – ma finora non ho
visto alcun piano in questo senso”. Per la verità, venerdì
il sindaco Mohamed Dheere ha bandito tutte le armi dalla città,
ma non è chiaro come verrà fatto rispettare il
provvedimento.
Giovedì, 151 uomini d'affari di
Mogadiscio hanno deciso di consegnare le proprie armi alle truppe
dell'
Unione Africana, che hanno cominciato a pattugliare le strade
cittadine. “Il numero dei businessmen che hanno aderito
all'iniziativa è alto”, rimarca Albadri ma, come sottolinea
Abdulle, “anche loro non si fidano del nuovo scenario, e si sono
già organizzati per tutelare i propri interessi in caso le
trattative falliscano. E' una situazione strana: sembra quasi che,
dopo mesi d'inferno, ci trattino bene e ci accarezzino per pugnalarci
poi alle spalle”.
Scetticismo. Comprensibile che, dopo sedici anni di
guerra civile e più di mezzo milione di morti, i somali siano
scettici su questa strana pace. “Almeno la vita cittadina è
ripresa – ricorda Albadri – anche se i prezzi al mercato sono
tutti raddoppiati e 200.000 persone, che durante gli scontri
dormivano nei palazzi governativi, ora ne sono state cacciate e non
sanno dove andare, visto che le loro case sono state distrutte dai
bombardamenti”.
L'assistenza all'interno di Mogadiscio
rimane il primo problema ma, come sottolinea Laroche, “dobbiamo
fare tutto da soli visto che il governo somalo ha mezzi limitati.
Comunque, le truppe dell'Ua si sono dette disponibili a collaborare
per mettere in sicurezza le zone della città dove dovessimo
operare”. Per ora, i somali preferiscono attendere. “Ho mandato
la mia famiglia all'estero il mese passato – conclude Albadri –
mi mancano tanto, mi telefonano ogni mattina perché conoscono
in che razza di infermo vivo. Proprio per questo rimangono dove
sono”.