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Aiuti. Alla
conferenza partecipano oltre 50 paesi e numerose organizzazioni
umanitarie. L'Ici prevede un impegno delle potenze internazionali a
sostegno del governo iracheno che, dal canto suo, dovrà fare
progressi nei settori della sicurezza e del diritto, promuovendo
riforme politiche e cercando la riconciliazione tra le diverse anime
del paese. Il piano è stato adottato per acclamazione, ma a
breve dovrà essere votato da tutti. Le nazioni partecipanti
hanno offerto al governo di Baghdad 30 milioni di dollari di aiuti:
la cancellazione di buona parte del suo debito pubblico. Quello che
si chiede in cambio è “un impegno per raggiungere una vera
riconciliazione nazionale” ha spiegato Bayan Jabor, ministro delle
finanze di Baghdad, a dimostrazione che per le potenze partecipanti
il primo incubo da sventare è quello di un Iraq diviso. “La
divisione dell'Iraq in tre parti sarebbe un vero disastro” ha
dichiarato il ministro degli Esteri italiano D'Alema, che spinge
perché questa conferenza internazionale diventi “un modello
per quella sull'Afghanistan”.
Siria e Iran. Il premier
iracheno Al Maliki auspica che la conferenza segni “l'inizio di una
nuova fase dei rapporti tra l'Iraq e i paesi del mondo” e il suo
vice, Salih, ha parlato di “un messaggio di speranza”. Il primo
obiettivo della conferenza, però, era quello di aprire un
dialogo, anche se indiretto, tra Washington e gli stati confinanti
con l'Iraq, Siria e Iran, accusati di soffiare sulle fiamme delle
violenze settarie. Il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, insiste affinché
Damasco prenda misure concrete per fermare l'ingresso di combattenti
in Iraq e accusa Teheran di sostenere le milizie sciite nel paese.
Una critica che l'Iran rifiuta, accusanto gli Stati Uniti di
“Terrorismo” in riferimento ai cinque diplomatici iraniani
arrestati a gennaio in Iraq. Il ministro degli Esteri iraniano,
Manouchehr Mottaki, ha ribaltato le accuse sostenendo che gli Usa
hanno creato in Iraq “un rifugio sicuro per i terroristi che
tentano di trasformare il territorio iracheno in una base da cui
attaccare i paesi confinanti”. Ieri la Rice ha incontrato il ministro
degli Esteri siriano Moallem, in un faccia a faccia che ha definito
“il colloquio a più alto livello da diversi anni”.
Mottaki ha avuto un breve incontro con il suo omologo britannico, ma
un simile dialogo con i rappresentanti Usa, anche alla luce delle
ultime schermaglie verbali, è improbabile. Mottaki e la Rice
si sono visti attorno a un tavolo per il pranzo, ma anche quella
occasione è stata vanificata dalla scelta dell'iraniano di
lasciare i commensali, stizzito per l'abbigliamento di una provocante
violinista russa. Il portavoce del Dipartimento di Stato Usa, Mc
Cormack, ironizzando, ha ipotizzando che la donna che ha intimorito
il ministro Mottaki non fosse la violinista, bensì Condoleezza
Rice.
Ripensamenti. La conferenza è
iniziata mentre ancora riecheggiano le recenti dichiarazioni di
alcuni militari britannici, duramente critici verso la guerra in
Iraq. Il generale della corona, Michael Rose, ha sostenuto che “gli
Usa e i loro alleati dovrebbero ammettere la sconfitta e lasciare
l'Iraq”. “Vincere non è possibile” ha spiegato Rose
citando i soldati britannici incontrati in Iraq. “Prima si
comincerà a parlare di soluzioni politiche anziché
militari, prima torneranno a casa e le loro vite verranno salvate”.
“Gli insorti non si arrenderanno -ha spiegato il generale- non li
posso perdonare per quel che fanno ma comprendo le ragioni della loro
resistenza”. Sulla stessa linea anche l'ex segretario alla Difesa
Geoff Hoon, che ha recentemente ammesso gravi errori nella
pianificazione del dopo-invasione. Hoon ha rivelato di essere stato
in disaccordo con Bush sulle decisioni di sciogliere l'esercito
iracheno e di ostracizzare i baathisti, proprio le mosse che hanno
portato l'Iraq sprofondare nell'anarchia e nel settarismo.Naoki Tomasini
Parole chiave: Iraq, conferenza, Sharm el Sheikh, Rice, Mottachi, Mouallem