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Decapitata la guerriglia, o no?
“Le prime informazioni indicano che è stato ucciso, ma
quando si ha a che fare con figure importanti come Masri occorrono
ulteriori controlli, compreso il test del Dna”, aveva dichiarato il
1 maggio scorso Ali al-Dabbagh, portavoce del premier iracheno
al-Maliki, rispondendo alla stampa circa la notizia della morte del
terrorista diffusa dal ministero degli Interni di Baghdad. Stessa
fonte per quanto riguarda, oggi, la morte di al-Baghdadi. La dinamica
dell'eliminazione dei due presunti leader della guerriglia è,
però, molto differente. Al-Masri, di recente nominato ministro
della Guerra dello stesso 'stato' del quale era a capo al-Baghdadi,
sarebbe stato ucciso nella zona di Taji, a nord di Baghdad, in uno
scontro che il ministero iracheno ha definito 'interno', mentre
al-Baghdadi sarebbe morto in una sparatoria, avvenuta ieri, nel
quartiere sunnita Ghazaliya di Baghdad.
Dinamiche oscure. In primo
luogo, per quanto possa valere, lo Stato Islamico in Iraq ha diffuso
una nota sul web nella quale smentisce seccamente la morte del
terrorista, e il governo di Baghdad per il momento non ha saputo
cancellare le perplessità dei giorni scorsi. Il dato più
importante, però, secondo la ricostruzione che era stata
fornita, è che il Consiglio di salvezza di al-Anbar,
coordinamento delle milizie tribali sunnite della regione che va da
Baghdad al confine con la Siria (secondo il ministero dell'Interno
iracheno avrebbero ucciso loro al-Masri), ammette di non averne
trovato il cadavere, anche se confermano l'informazione circolata nei
giorni scorsi.
La sicurezza autogestita. Il
Consiglio di Salvezza di al-Anbar è nato circa un anno fa,
nella regione più squassata dalla guerriglia in Iraq.
Attentati e feroci campagne militari hanno reso la zona un lago di
sangue. A un certo punto è nato un coordinamento delle tribù
che abitano la regione, per organizzare un'autodifesa contro le
violenze degli insorti e le brutalità dei militari iracheni e
della Coalizione. L'iniziativa si è rivelata efficiente, al
punto che nel novembre del 2006, l'allora ambasciatore Usa in Iraq
Zalmay Khalilzad, assieme al governo di Baghdad e ai comandanti
militari Usa, ha deciso d'incontrare il Consiglio, per creare un
coordinamento. L'accordo prevedeva, almeno sulla carta, che il
controllo della regione fosse affidato ai miliziani tribali, e gli
Usa avrebbero evitato azioni troppo punitive per la popolazione
civile. Proprio come fecero a Ramadi, dopo quel vertice,
'bonificando' la città dai guerriglieri stranieri ritenuti
elementi legati ad al-Qaeda.Christian Elia