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Alle nove del mattino ci sono già
quaranta gradi all'ombra. Ma nessuno pensa di scappare a rifugiarsi
sotto un mango: né la banda degli ottoni, né
le danzatrici delle spade, né le centinaia di persone che
affollano la strada. Una grande festa, per l'apertura del centro, per
cui le autorità locali hanno anche – secondo tradizione –
sacrificato un grosso toro nero, che poi sarà fatto a pezzi e
distribuito alla gente più povera del villaggio di Soba, dove sorge l'ospedale.
I bambini
corrono intorno alla pozza di sangue rosso dell'animale, si balla e
si canta mentre si aspettano le autorità. Poi arriva wali
Abdulalim al Muthafy, il
governatore dello Stato di Khartoum: “La prima volta che mi
avete proposto questo progetto – dice abbracciando il chirurgo di
Emergency Gino Strada – pensavo fosse una follia. E adesso,
guardate!”. Alle sue spalle, il centro: altissima tecnologia,
rispetto dell'ambiente, la capacità di effettuare – a pieno
ritmo – 1.500 interventi di cardiochirurgia ogni anno. Con standard
uguali e superiori a quelli europei. Già diciassette pazienti sono stati operati
nelle prime due settimane di attività: la prima è stata Sunia, che ha subìto
una sostituzione della valvola mitralica, e adesso corre ridendo sotto il
tendone allestito davanti all'ospedale, per non perdersi l'inizio
della cerimonia.
Arriva anche il ministro federale della Sanità sudanese, Tabita Boutros, e i suoi colleghi dei Paesi
confinanti: il ministro della Sanità della Repubblica
Centroafricana, il viceministro della Sanità dell'Uganda, il
direttore generale della Sanità dell'Eritrea. Insieme a loro, gli
ambasciatori di tutti gli Stati che circondano il Sudan: perché
il centro Salam ospiterà i pazienti di tutta la regione,
diventando il punto di riferimento per la cardiochirugia di un'enorme
parte dell'Africa.
La temperatura sotto al tendone sale,
gli uomini si aggiustano i turbanti bianchi, le donne asciugano il
sudore nei loro veli. Fuori la banda aspetta paziente, gli strumenti
di ottone sotto il sole sono diventati incandescenti. Dopo le parole
di Malek Abdu, alto dirigente al ministero della Sanità che
canta le lodi di un centro di eccellenza che porterà lustro a
tutto il continente, il silenzio viene rotto dalle grida di un uomo.
“Allah Akbar”, Dio è grande, urla puntando il dito contro
il cielo. Non fa parte della delegazione delle autorità, se ne
stava tra il pubblico alle spalle del piccolo palco. Continua a
gridare, in arabo. E grida che una donna della sua famiglia era in
fin di vita, dopo che per tre anni non erano riusciti a racimolare i
soldi necessari all'operazione di cui aveva bisogno. E grida che
ormai si erano rassegnati all'idea che morisse, quando è stato
aperto questo centro, gratuito e per tutti. “Grazie a Emergency, e
grazie a Dio”. Non ci poteva essere un discorso migliore, insieme
al silenzioso sorriso di Sunia, per salutare l'apertura del centro
Salam. Cecilia Strada
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