02/05/2007
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Gli Usa bombardano Herat senza avvertirci, il sistema giudiziario che dovevamo costruire è un disastro. I francesi se ne vanno. E noi?
Cinquantuno civili morti. Questo il risultato della azione militare statunitense
nella provincia di Herat, che dovrebbe essere sotto il controllo delle nostre
truppe. Ma le nostre truppe, di quell'attacco, nemmeno sono state avvisate prima.
E se il risentimento verso gli occidentali, e anche verso gli italiani, era alto,
adesso nella provincia dove operano i "nostri ragazzi" è davvero alle stelle,
e le manifestazioni anti-occidentali esplodono in ogni angolo dell'Afghanistan,
comprese le zone di competenza italiana.
Dovevamo portare aiuti umanitari: è di ieri la notizia che 5 milioni di euro
stanziati per la ricostruzione ad Herat sono ancora in una banca di Islamabad,
intoccati e probabilmente intoccabili. La cooperazione civile non riesce ad attivare
progetti. Quelli che erano attivi prima dell'inizio del conflitto sono oggi chiusi.
Tutte le grandi e piccole organizzazioni italiane o hanno chiuso i battenti, oppure
rimangono con dei microprogetti sempre utili, forse, ma non certo significativi.
L'ultima in ordine di tempo e la prima in ordine di importanza ad essere stata
costretta a lasciare il Paese è stata Emergency. E proprio la vicenda di Emergency
dovrebbe portare buoni consigli al nostro presidente del Consiglio, al nostro
ministro degli Esteri e pure a quello della Difesa.
L'Italia ha investito 50 milioni di euro nella ricostruzione dello stesso sistema
giudiziario che ha rinchiuso da un mese e mezzo un suo cittadino, Rahmatullah
Hanefi, peraltro dipendente di una organizzazione italiana, senza che sia mai
stata formalizzata alcuna accusa, senza che gli sia stato permesso di ricevere
visite, senza che gli sia stato permesso di avere un avvocato. Di questo caso
si stanno occupando anche Amnesty International e Human Right Watch. Sarebbe un
caso devastante (e quanti altri ce ne sono?) se si trattasse di un semplice cittadino
afgano. Ma quello che peggiora la situazione, è che questo signore afgano è finito
nei guai lavorando su indicazione del governo italiano, facendo quel che il governo
italiano gli chiedeva di fare, e per riportare a casa la pelle di due cittadini
italiani, Gabriele Torsello prima e Daniele Mastrogiacomo poi.
D'Alema dice oggi che la condotta delle autorità di Kabul sarà "un metro importante
per la valutazione circa la serietà di intenti per la costruzione di uno stato
di diritto" delle autorità afgane. Bene, ha un solo difetto questa frase del nostro
ministro degli Esteri. Il verbo all'indicativo futuro. Quando, lo sarà, visto
che è da due mesi che il governo afgano calpesta la faccia dell'Italia violando
ogni diritto alla libertà e alla difesa di un cittadino che non ha fatto altro
che accondiscendere, e davvero malvolentieri, alle richieste fatte proprio da
D'Alema e Prodi?
Ma qualcuno ci vuole spiegare che senso ha rimanere ancora in un paese dove tutto
dimostra che la democrazia e la civiltà che dovevano portare gli Usa e i loro
alleati sono scappate insieme alle centinaia di migliaia di profughi?
E dove le bombe (come era prevedibile, peraltro) hanno ottenuto solo lo scopo
di far rimpiangere alla popolazione il governo dei talebani?
Ci vogliono spiegare, D'Alema e Prodi, che senso ha investire ogni giorno più
di un milione dei nostri euro in una impresa fallimentare al punto che gli statunitensi
nemmeno ci avvisano prima di bombardare il "nostro territorio" (ammazzando civili)
e dove esistono leggi talmente segrete che nemmeno al ministero della giustizia
(a cui noi, è bene ribadirlo, abbiamo dato 50 milioni di euro) ne sono a conoscenza?
I francesi lo hanno capito. E da membri della Nato, e alleati degli Stati Uniti,
hanno scelto: i loro militari lasceranno al più presto l'Afghanistan.
Maso Notarianni