Numero 11. Dal 1° aprile al 30 aprile 2007
Dimezzano gli sbarchi, aumentano i
pattugliamenti congiunti e vanno avanti le deportazioni, ma intanto,
lungo le rotte per l’Europa, si continua a morire. 28 le vittime
dell’immigrazione clandestina nel mese di Aprile 2007, tre in
Grecia, due in Algeria, due sulla costa di Malaga, in Spagna, e 21
sulla via delle Canarie, dove nei primi tre mesi del 2007 gli arrivi
sono diminuiti del 57 percento rispetto al 2006. Almeno 8.211 le
vittime al confine censite da Fortress Europe* dal 1988.
Fortezza Europa. Spagna, Italia,
Malta e Grecia potranno presto contare sull’appoggio di squadre
specializzate di intervento rapido. 450 uomini messi a disposizione
dai 27 Stati membri, pronti ad essere mobilitati sui punti caldi
della frontiera sud. Lo ha deciso in via definitiva il Parlamento
europeo, che ha anche aggiunto 10 milioni di euro ai 34 del bilancio
Frontex, l’agenzia per il controllo delle frontiere esterne
dell’Unione. Ad oggi
Frontex conta su 116 navi, 27
elicotteri, 21 aerei e 400 veicoli radar. Messi a disposizione dagli
Stati volenterosi, serviranno a sigillare la frontiera, con una
trentina di operazioni pronte a partire con la bella stagione. Nel
Canale di Sicilia tutto dipende dalla volontà della Libia di
partecipare o meno ad operazioni congiunte, visto il suo rifiuto lo
scorso anno. Intanto Malta e Grecia hanno chiesto a
Frontex un
finanziamento per
Nautilus 2, il proseguio dell’omonima
operazione che, all’inizio dell’ottobre 2006, con la
partecipazione di Malta, Grecia, Italia, Francia e Germania, costò
1,2 milioni di euro in 15 giorni. Una risposta è attesa a
breve, e se Malta non è in grado di dare nessuna garanzia sul
diritto d’asilo e deportazioni in Paesi terzi, poco importa.
Nel frattempo alle Canarie, ultimo atto
della militarizzazione delle frontiere spagnole, è stato
installato il Sive (Sistema integrato di vigilanza esterna)
sull’isola di Lanzarote. Nel giro di due anni tutto l’arcipelago
ne sarà dotato. Il sistema - già montato nel 2003 lungo
lo stretto di Gibilterra per una spesa di 120 milioni di euro -
intercetta una barca fino a 30 miglia dalla costa. L’installazione
del Sive porterà 6 milioni di euro nelle casse della
Tecosa, azienda controllata dal gruppo Siemens, specializzata
in tecnologie del controllo delle frontiere.
Dead or alive. I pattugliamenti
Frontex non serviranno a bloccare gli sbarchi. Partire in
piroga è l’unica carta da giocare per migliaia di giovani
per i quali non esiste nessuna possibilità di avere un visto
d’ingresso per l’Unione europea. In Senegal già fervono i
preparativi per la buona stagione. E chi sbarca alle Canarie racconta
di viaggi sempre più lunghi per evitare i pattugliamenti di
Frontex, che in due mesi di attività hanno respinto in
mare 1.167 giovani migranti. Dei 20 morti ad Aprile sulle rotte per
l’arcipelago spagnolo, nessuno è annegato. Sono tutti morti
di ipotermia e disidratazione, dopo viaggi lunghi 8-10 giorni,
addirittura 28, su rotte che ormai, lo dice la Guardia costiera
italiana, passano a 300 miglia dalla costa africana. La lista è
lunga. 30 aprile, muore all’ospedale di Las Palmas un uomo sbarcato
il giorno prima. 28 aprile, 3 morti su una piroga a Lanzarote. 26
aprile, 2 morti su una piroga a Tenerife. 23 aprile, 13 morti su una
piroga alla deriva in acque mauritane. 5 aprile, 2 morti su una
piroga soccorsa nel Sahara occidentale.
Sulla piroga soccorsa il 23 aprile al
largo di Nouadhibou, viaggiavano anche 13 passeggeri in gravi
condizioni di salute. Per essere ricoverati hanno dovuto invertire
rotta, 600 chilometri a sud, fino a Dakar, in Senegal. La Mauritania
non autorizzava lo sbarco. A Nouadhibou, dove continuano ad essere
detenuti 23 dei 400 passeggeri del Marine I, ormai da quasi
tre mesi, i clandestini non li vuole nessuno.
Made in Africa. Bebé de
Mamatou Hamidou Djob. Bebé de Antonia Andrew. Bebé de
Jackson Katrine. La parola bebé ritorna ossessiva sei volte
nella lista redatta da Afvic (Associazione amici e famiglie
delle vittime dell’immigrazione clandestina). I genitori non hanno
avuto nemmeno il tempo di dare loro un nome. Sono morti a poche ore
dalla nascita. I loro piccoli corpi sono abbandonati insieme a quelli
di 12 adulti in due obitori di Casablanca. Morte naturale. Nigeriani,
ivoriani, maliani, congolesi. Stanno lì da mesi, qualcuno da
un anno. Anche da morti si rimane clandestini. Nessuno ha i contatti
per avvisare le famiglie dei defunti a sud del Sahara, e le autorità
non sembrano disposte a spendere un dirham (moneta marocchina)
per la loro sepoltura, di cui la rete delle associazioni subsahariane
in Marocco si sta facendo carico. Papà e mamma nel frattempo
rischiano ogni giorno di essere arrestati e deportati da Casablanca e
Rabat a Oujda, frontiera con l’Algeria, dove vivono, secondo
l’associazione Beni Znassen, più di 700 migranti,
nascosti nelle vallate tra Oujda e Berkan, senza accesso al mercato
del lavoro e ai servizi di cura, braccati. E il 27 aprile a Oujda
sono stati deportati 6 migranti sub-sahariani arrestati a Rabat, tra
cui Adama Keita, un rifugiato politico ivoriano sotto la protezione
dell’Alto commissariato dei rifugiati delle Nazioni Unite. Nazioni
Unite che, come già durante le deportazioni di massa del
Natale 2006 - continuano a mostrarsi impotenti di fronte all’ennesima
violazione del diritto d’asilo in Marocco. Da un po’ di tempo un
clandestino ha meno diritti in Africa che in Europa; da quando i
Paesi del Maghreb si sono eretti a gendarmi delle frontiere dell’Ue.
La caccia all’uomo. Al Murtala
Muhammed di Lagos, Nigeria, sono atterrati la notte di giovedì
5 aprile. 500 persone, la maggior parte donne, non pochi bambini.
Finisce qui il calvario degli ultimi deportati nigeriani dalla Libia
di Gheddafi. Denunciano il trattamento disumano riservato loro dalle
autorità libiche. Un deportato dice di essere stato torturato
dalle guardie libiche in carcere. E un uomo dichiara di aver passato
quattro anni in carcere prima di essere deportato. I loro beni sono
stati confiscati dagli agenti al momento dell’arresto e nessuno ha
avuto modo di difendersi legalmente contro la deportazione.
Dall’inizio del 2007 Tripoli ha espulso 1.100 nigeriani. Da metà
settembre gli stranieri deportati dalla Libia, secondo le notizie
disponibili, sono almeno 11mila. Ma secondo quanto dichiarato dai
deportati nigeriani, le carceri libiche sono ancora affollate. Da
marzo 2007 per entrare in Libia serve un visto d’ingresso anche per
i cittadini africani. Gheddafi aveva dato un ultimatum agli stranieri
irregolari presenti sul territorio. E adesso il timore è che
possa scattare una vera e propria caccia all’uomo. Le cifre degli
arresti non sono rassicuranti, specie alla luce delle condizioni
delle carceri libiche, già denunciate dall'Ue, da Human
Rights Watch e da Afvic.
Viaggio a Tripoli. Tutto questo
sembra non preoccupare affatto il ministro degli esteri italiano
Massimo D’Alema, che il 9 aprile ha incontrato Gheddafi a Tripoli.
Dopo tutto l’Italia ha finanziato tre delle carceri libiche per i
migranti, a Kufrah, Sebha e Gharyan. Ma la stagione degli sbarchi è
vicina. Lo dicono i recenti arrivi in Sicilia, Calabria e Sardegna. E
tra poco il traffico aumenterà, condito dall'allarmismo
creato dai mass media. E allora l’Italia e l’Europa, nella mera
contabilità degli sbarchi, non possono non applaudire alle
cifre di Tripoli. Il fine giustifica i mezzi. Agli
harrag (come vengono chimati in Algeria e non solo là i migranti) di
mezza Africa, braccati nei quartieri popolari del litorale tra
Misratah e Zuwarah, non rimane che gettarsi in mare - costi quel che
costi - pur di non essere rispediti in prigione, derubati, torturati
per mesi e poi deportati.
Gabriele Del Grande