17/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Intervista a Kimmie Weeks, una grande voce di pace a soli 23 anni, "in difesa dei bambini".
Scritto per noi da
Damiano Razzoli
 
Kimmie Weeks ha ventitre anni ed e' oggi una delle più importanti voci di pace che si scagliano contro le venticinque guerre del mondo. Queste guerre costringono più di 300 mila bambini a trasformarsi in vittime e carnefici. Kimmie Weeks è nato in Liberia, e qui è scampato all'inferno. Ora è ambasciatore dell'Unesco, rappresentante dell'Unicef e responsabile di Peace for Kids, un'associazione
Kimmie Weeks, foto di Mana Sakaguchi
con un chiaro obiettivo: creare un mondo migliore per i bambini e le generazioni future. Quattordici anni fa, nella insanguinata Monrovia, Kimmie Weeks, mentre rifiutava la morte, dava alla luce una storia di lotta e speranza.
 
Una missione contro il disumano."Avevo solo dieci anni quando presi una decisione, maturata dopo aver vissuto sulla mia pelle la guerra civile, iniziata nel 1989. Mi sono ritrovato tra gli scontri, bambino, a subire fame, miseria e malattie. In quei momenti pensavo che i bambini non avrebbero mai dovuto sopportare simili sofferenze. Così ho scelto: dedicare la mia vita alla difesa dei loro diritti. Qualsiasi fosse la strada da seguire, ho iniziato. Tutto è cominciato lentamente, organizzando piccole campagne per strappare le pistole dalle mani dei più piccoli, fino alla nascita della mia prima organizzazione, nel 1994. Viaggiando di scuola in scuola, di università in università, con la mia testimonianza racconto una realtà spesso sconosciuta e lontana, per scalfire la bolla d'indifferenza che protegge il mondo occidentale. Parlo a giovani come me, parlo alle persone di potere, perché sono loro ad influenzare e indirizzare le scelte politiche. Dico a tutti loro che è sufficiente un semplice sforzo per contribuire al cambiamento".
Kimmie Weeks, orfano di padre, insieme alla madre fuggì nelle periferie della città con un mucchio di vestiti sulle spalle e nient'altro. Trovarono rifugio in una stanza con altre sedici famiglie. Mesi e mesi di indigenza, furtive spedizioni nella foresta, alla ricerca di foglie e radici da mangiare. Infine, il colera. Caduto in coma, dichiarato morto, la madre lo salvò, rifiutandosi di seppellirlo accanto ad una pila d’immondizia. Tanto scosse quel corpo emaciato e spento, che Kimmie Weeks si risvegliò e riprese conoscenza. Resistette alle armi, trascorse il suo tempo come volontario in improvvisati ospedali da campo per bambini e neonati. Lì, per la prima volta, “un bambino morì tra le mie braccia, e scoprii cosa si prova quando una madre perde suo figlio". A tredici anni, con altri coetanei, fondò la prima organizzazione umanitaria liberiana, Voice of the Future. Presentò all'Onu un piano per sottrarre i bambini alla guerra. Venne respinto diciassette volte. Finalmente, l'Unicef, nel 1996, sovvenzionò la sua Campagna per il Disarmo dei Bambini: da Bambino soldato a Monrovia una base all'altra, pregando i signori della guerra di risparmiare i bambini: "Lasciateli andare a casa dalle proprie famiglie, lasciateli andare a scuola".
  
Un messaggio per il presente.“Dobbiamo creare pace non solo per eliminare la guerra, ma per proteggere i civili, i bambini, che muoiono perché si ammazzano tra loro. Milioni di bambini affrontano la guerra e lavorano sotto sfruttamento; alcuni sono rifugiati, altri orfani. Un quadro simile induce la gente a pensare che non ci siano speranze. A queste persone io dico che, nonostante le circostanze e i numeri, ogni cosa si conquista progressivamente, con tenacia: dieci anni fa, 60 mila bambini morivano quotidianamente; oggi, invece, secondo le stime dell'Unicef, sono 30 mila, un numero pur sempre preoccupante, ma che in dieci anni è stato dimezzato grazie all'impegno di grandi organizzazioni, ma soprattutto grazie al coinvolgimento dei giovani di tutto il mondo, studenti di ogni ordine e grado che si sono riuniti e si sono detti: "Noi vogliamo e possiamo fare la differenza".
Nei primi giorni del 1999, Kimmie Weeks fu costretto all'esilio. Le forze di sicurezza, fedeli al presidente Charles Taylor, pianificarono il suo assassinio. In un rapporto, pubblicato dopo precise indagini nel dicembre 1998, Kimmie Weeks aveva infatti descritto e denunciato l'uso di bambini soldato da parte dell'esercito liberiano. Gli Stati Uniti, un anno più tardi, gli concessero asilo politico. Ora, studente universitario in Massachusetts, sta proseguendo la sua campagna. Seguito da una troupe della Bbc, la Missione Internazionale per i Bambini Soldato lo ricondurrà a gennaio, dopo cinque anni, nel suo Paese natale, per verificare i miglioramenti compiuti e svelare tragedie spesso dimenticate. Bambini afflitti da colera in Liberia
 
Una giovane voce di pace. Kimmie Weeks dice: "Qualcuno afferma che ho fatto ciò che ho fatto solo perché ho conosciuto la guerra. Sì è vero, comprendo più profondamente il male e la violenza rispetto a chi è stato preservato da un simile dolore, ma quando guardo i giovani attivisti nel mondo, ce ne sono molti che provengono da Paesi occidentali, da famiglie della classe media, e fanno la differenza. Io ho vissuto un'esperienza concreta, ma ciò non implica che chi non abbia visto la guerra o non sia nato in un Paese sottosviluppato, non possa agire con successo e consapevolezza per la pace".
Un libro, Peace in Our Lifetime, uscito all'inizio di quest'anno, ha ospitato alcuni brani dei più grandi messaggeri di pace della storia. Vi compare anche Kimmie Weeks. "E' fenomenale, quasi surreale," commenta "che le mie parole siano menzionate accanto a quelle di Nelson Mandela, Gandhi, Martin Luther King. La spiegazione che mi sono dato è che nonostante l'età, lo status, chiunque può riuscire a fare anche una sola, piccola, frazione di quello che Martin Luther King, Gandhi e Nelson Mandela hanno fatto. Qualsiasi cosa è possibile e non importa quanto giovane o vecchio tu sia". (segue)
Categoria: Bambini, Pace
Luogo: Liberia