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Prigionieri. La
scritta sul cartellone, in inglese e arabo, ”per il bene dei nostri
prigionieri”, vuole ricordare la trattativa in corso per la
liberazione di Goldwasser e Regev, per i quali il movimento sciita ha
chiesto il rilascio dei prigionieri libanesi detenuti in Israele. A
differenza della trattativa per l'altro militare israeliano, Gilad
Shalit, catturato al confine di Gaza lo scorso giugno, dei due
soldati prigionieri di Hezbollah non ci sono state notizie.
Inizialmente si pensava fossero feriti e forse morti, e questo ha
forse contribuito a raffreddare la trattativa. La mossa di Hezbollah
è dunque un tentativo di ravvivare il negoziato, ma l'esercito
Israeliano ha subito fatto sapere di considerarla una “classica
operazione di propaganda nello stile di Hezbollah”.
Guerra.
Dopo la scorsa estate, Israele ha istituito una commissione per
valutare gli errori nella gestione di quella che è stata
ribattezzata “seconda guerra in Libano”, ma i retroscena della
cattura di Goldwasser e Regev rimangono ancora fumosi. A settembre,
un ufficiale dell'esercito israeliano, Amir Oren, ha rivelato
l'esistenza di rapporti di intelligence che parlavano di un imminente
tentativo di rapimento al confine con il Libano, ma a quanto pare
quelle informazioni sono state sottovalutate o non sono giunte in
tempo a chi poteva impedire la cattura dei due. Più di
recente, un altro ufficiale israeliano, Gadi Eisenkott, che dirigeva
le operazioni militari durante il conflitto, ha smentito le
affermazioni del governo, secondo cui la guerra è stata fatta
per salvare Goldwasser e Regev: “Dopo un paio di ore (dal
rapimento) -ha
dichiarato-, è apparso chiaro che non
avremmo potuto salvarli con mezzi militari”. Eisenkott, ha poi
rivelato come il vero scopo della guerra fosse colpire Hezbollah, che
si stava rinforzando pericolosamente nelle zone di confine. Un
obiettivo fallito, che ha portato alle dimissioni del generale Halutz
e ha fatto crollare il sostegno popolare nei confronti del premier
Olmert.
Sconfinamenti.
Sempre giovedì,
l'esercito libanese ha riferito che una pattuglia di dieci
soldati israeliani ha superato la linea del confine tra Israele e
Libano, tra i villaggi di Kfarshuba e Chebaa. Uno sconfinamento di un
centinaio di metri, subito rientrato per l'intervento dei soldati
libanesi, che non hanno sparato un colpo. L'esercito israeliano ha
smentito l'incursione e il comando dell'Unifil ha aperto delle
indagini per accertare i fatti. Dalla fine del conflitto in Libano,
Israele ha violato più volte il territorio del paese dei
cedri, specialmente con aerei senza pilota, i droni, che hanno
sorvolato a più riprese il territorio provocando l'irritazione
anche del comando Onu. Il confine tra Israele e Libano rimane una
zona caldissima e i presupposti che hanno fatto scoppiare il
conflitto a Luglio sono ancora attuali: in primis il costante
rafforzamento di Hezbollah, che ha moltiplicato le pattuglie di
miliziani al confine e acquisito ingenti quantitativi di armi. La
autorità libanesi ammettono una forte presenza di miliziani al
confine, ma sostengono che la loro presenza è discreta e non
si vede traccia di armi o equipaggiamenti bellici. Il 25 aprile
scorso, per la
prima volta dopo la fine del conflitto in Libano,
l'amministrazione statunitense ha approvato una nuova vendita di armi
a Israele: uno stock di bombe Mk 84 per cacciabombardieri, per
rifornire l'arsenale israeliano che era stato svuotato proprio sul
territorio libanese. L'esercito israeliano ha anche richiesto agli
Usa una fornitura di F22, caccia di nuova generazione che, in teoria,
il Pentagono considera non-esportabili. Con o senza questi ultimi, da
entrambi i lati del confine paiono
esserci tutte le condizioni per un nuovo
conflitto che, come il precedente, non porterebbe alla liberazione di
alcun prigioniero.
Naoki Tomasini
Parole chiave: Hezbollah, Ehud Goldwasser, Eldad Regev, Olmert, Dan Halutz