29/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Scoperti laboratori clandestini gestiti da coreani e cinesi con lavoratori sudamericani in schiavitù
Li chiamano bolitas, palline. Sono i boliviani che vivono in Argentina, coinvolti in giri di sfruttamento e lavoro nero, il cui vaso di pandora è appena stato scoperchiato a Buenos Aires. A gestire i giochi, cinesi e coreani.

Schiavi degli orientali. Almeno 14 laboratori tessili clandestini, zeppi di boliviani senza documenti, ammassati in condizioni disumane, sono stati scoperti giovedì nella capitale. In seguito a una denuncia porta dal Difensore del popolo, Alicia Pierini, nel 2005, il giudice Norberto Oyarbide ha scatenato la polizia giudiziaria che ha perquisito e smantellato dei veri e propri covi di gente curva sulle macchine da cucire, dalla mattina alla sera, senza sosta senza diritti, senza una vita oltre quelle mura. Dei signor nessuno per lo stato argentino, manodopera preziosa da spremere fino all'ultima goccia di sudore per impresari senza scrupoli che solitamente sono tutt'altro che argentini. In manette sono finite 17 persone fra cui otto coreani e due cinesi, e non si tratta di un'eccezione. È noto in tutto il paese che sono loro a sfruttare i boliviani in cerca di lavoro.

Vita da cani. Gli immigrati illegali fuoriusciti come le formiche dalle fabbriche tessili erano 173, fra loro anche un ecuadoriano. Gente Costretta a dormire e a mangiare nello stesso luogo dove lavorava sottopagata e maltrattata. Intere famiglie piegate dalla clandestinità e dalla miseria, con tanto di bambini al seguito, costretti a vivere in quei tuguri. Giornate e nottate accanto alle macchine da confezioni della madre, o molto spesso ore intere a dare una mano per rifinire i capi da consegnare entro sera.
A far da letto, delle brandine arrangiate fra i cumuli di stracci, con pannelli di legno come pareti. “L'ammassamento di questa gente era impressionante. Lavoravano in condizioni pessime”, ha denunciato Juan Carlos Gamboa, testimone di quanto avveniva fra le mura di quei laboratori e socio di una cooperativa sociale, La Alameda, che nel 2005 si è impegnata affinché il caso arrivasse in tribunale.

boliviani in argentinaDisposti a tutto. Dalle sette a mezzanotte. Questo il massacrante orario di lavoro a cui erano sottoposti gli operai boliviani. Orari disumani a cui si aggiungeva il divieto di uscire dalla fabbrica e quantità di cibo scarsissime e da dividere con moglie e figli
Attirati in Argentina con promesse di lavori ben pagati, las bolitas lasciano volentieri la loro nazione, a causa delle poche alternative che offre oltre alla terra da coltivare a foglia di coca e poco altro, occupazione che stenta a dar da mangiare a famiglie intere. Ma quando arrivano nel vicino stato del cono sud ogni aspettativa cade. Lo stipendio è misero: 80 euro. E le condizioni di vita inenarrabili.
Si tratta di un fenomeno ben strutturato, che da anni è sotto il controllo delle autorità giudiziarie che cercano di indagare su questo vero e proprio traffico di mano d'opera in schiavitù.

I precedenti. Nel 2006, l'incendio di un capannone clandestino in un quartiere centrale della città, provocò la morte di 4 bambini e 2 adulti. Anche quel laboratorio era gestito da coreani. Da allora le indagini degli inquirenti si stanno sviluppando a 360 gradi, andando a toccare persino grandi firme del mondo della moda internazionale che sfrutterebbero questo tipo di manodopera per fabbricare abiti a basso costo e a zero diritti per i lavoratori.
 

Stella Spinelli

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