Si vuole tornare a parlare di pace in Darfur. I ribelli, attraverso un mediatore
Onu, si dichiarano intenzionati a voler riprendere i negoziati e, in risposta,
il governo del Sudan concede una tregua di due mesi ai combattimenti. La comunità
internazionale mette di nuovo sotto pressione le autorità di Khartoum e per questo
il summit di Tripoli si carica di grandi speranze.
Un passo avanti.
“Le forze militari del governo non condurranno operazioni
militari per i prossimi
due mesi” ha dichiarato Majzub al-Khalifa Ahmed, consigliere del
presidente sudanese
Omar al-Bashir. La tregua sembra riaprire le porte, a un anno di
distanza, al negoziato che nel 2006 segnò sì la fine del
conflitto nel Darfur ma non garantì
la pace e la stabilità promesse. Nel maggio scorso solo il Sudan
Liberation Movement
(Sla) acconsentì alla firma, mentre gli altri due gruppi ribelli, il
Justice and
Equality Movement (Jem) e una parte minoritaria del Sla non si
presentarono nemmeno
ai colloqui di Abuja. Khalifa ha annunciato la creazione del Darfur
Transitonal
Regional Authority (Dtra), progetto economico che prevede lo
stanziamento di fondi
“per aiutare le persone sfollate a ritornare alle proprie abitazioni, a
ricostruire
strade e nuovi villaggi”. Alla cerimonia era presente anche Minni
Minnawi, capo
dell'ex gruppo ribelle Sla e ora consigliere speciale del presidente.
Khalida
ha dichiato “la porta è aperta a tutti quelli che non hanno firmato
l'accordo”,
aggiungendo che “non riusciranno a fermare la pace”.
Un passo indietro. Via da Um Dukhun. Molte Ong internazionali, tra cui la britannica Oxfam, la
spagnola Save the Children e la statunitense Mercy Corps, hanno annunciato la
sospensione temporanea delle attività di assistenza alla popolazione darfurina
di Um Dukhun, nello stato del West Darfur. La sofferta decisione giunge a fronte
dell'aumento nelle ultime tre settimane degli attacchi dei ribelli contro le organizzazioni
umanitarie. Un operatore è stato brutalmente picchiato e le sue condizioni sono
critiche, mentre in un altro episodio un convoglio umanitario è stato prima bersaglio
di colpi di arma da fuoco e successivamente derubato. In un cominicato stampa
congiunto le Ong dichiarano: “Siamo davvero spiacenti per la sospensione temporanea
dell'assistenza a persone che necessitano urgente assistenza ma attacchi contro
agenti umanitari non sono accettabili e non possono essere tollerati”. Altre 100
mila persone si troveranno adesso senza assistenza adeguata.
Road Map.
Antonio Guterress, Alto commissario Onu per i rifugiati, in visita in
questi
giorni in Sudan ha dichiarato che “nemmeno una forza di 100 mila uomini
potrebbe
sorvegliare efficamente la regione del Darfur”. Per Guterress è
fondamentale cercare di risolvere prima la crisi politica per
permettere poi in seguito di porre fine a quella umanitaria: “Prima si
deve cercare
di risolvere la crisi politica. Certo servono le truppe Onu, ma i
peacekeepers
non possono operare se non c'è pace”. Abdallah Kamis, governatore dello
stato
nel West Darfur, in occasione della visita di Guterres ha dichiarato :
“Noi speriamo
che questa terra ritorni un paradiso in cui le persone vivranno fino al
giorno
del Giudizio”. Le speranze della comunità internazionale sono
riposte nel summit che si svolge
oggi a Tripoli e che vedrà la partecipazione di Sudan, Ciad,
Eritrea, Stati Uniti,
Gran Bretagna, di rappresentanti dell'Unione Africana e dell'Unione
Europea. L'obiettivo
è quello di favorire una riconciliazione tra le varie parti in causa,
tra il governo
e i gruppi ribelli. Ban ki Moon, segretario Onu, ha auspicato che a
Tripoli avvenga
“la creazione di una vera road map anche per il Darfur”.