Mogadiscio è un inferno. I tentativi di tregua tra il clan Hawiye, che controlla
la città, e le forze del governo somalo di transizione svaniscono dopo pochi giorni:
come sempre riprendono i combattimenti e si contano solo i cadaveri.
Abbatti l'antenna. “Sei colpi di granata non sono una casualità” dichiara Ali Iman Sharmarke, direttore
dell'emittente televisiva HornAfrik, la cui sede è stata colpita sabato scorso
da diverse granate. L'esplosione avrebbe danneggiato, oltre al parcheggio e a una cisterna d'acqua, l'antenna
dell'emittente e quattro persone dello staff sono rimaste seriamente ferite, tanto
da dover essere trasportate d'urgenza in aereo verso il Kenya per ricevere cure adeguate. Sharmarke rincara le accuse aggiungendo che
“vi è la possibilità che l'intento delle truppe etiopi e del governo di transizione
somalo fosse quello di negare al nostro pubblico internazionale la possibilità
di vedere cosa sta accadendo in Somalia”.
Libertà di parola. L'emittente era stata più volte criticata da autorità del governo e il fatto
che membri dello staff facciano parte del clan Hawiye, il più potente in Mogadiscio, non ha certo migliorato la situazione. Sharmarke ha specificato: “Non possiamo
negare il fatto che apparteniamo al clan Hawiye, ma questo non interferisce con
il nostro lavoro giornalistico e sfido chiunque a trovare comportamenti o notizie che non seguano gli standard di professionalità e di
etica lavorativa”. Non si tratterebbe del primo caso di intervento del governo
nelle faccende mediatiche: dal dicembre scorso, ovvero dall'invasione delle truppe
etiopi nel paese per scacciare il precedente governo delle Corti Islamiche, sono
state molte le piccole emittenti locali costrette a chiudere. Il mese scorso il
canale arabo al-Jazeera è stato costretto a sospendere le trasmissioni per non
fomentare ulteriormente, secondo le accuse, la resistenza islamica a Mogadiscio. Il direttore di HornAfrik ha aggiunto: “Non tollerano che la Somalia abbia una
libera informazione”. Le trasmissioni dovrebbero riprendere oggi, “sempre che non ci bombardino di nuovo”, conclude Sharmarke.
Campo di battaglia. La guerra aperta di Mogadiscio ha raggiunto il sesto giorno e la situazione
è sempre più allarmante: le truppe etiopi hanno schierato carri armati bombardando
ininterrotamente le postazioni nemiche. I miliziani, fedeli alle Corti islamiche,
rispondono agli attacchi con camioncini dotati di mitragliatrici montate sul tettuccio.
Bilancio provvisorio: almeno 230 morti. Sharmarke ha dichiarato: “Non ho mai visto
una situazione simile in nove anni. I proettili colpiscono indiscriminatamente
civili e luoghi di culto”. Testimoni locali riferiscono che le strade sono impraticalbili e trovare cadaveri
per le strade di Mogadiscio sta diventando un'abitudine. Le tregue ormai sembrano
servire solo per seppellire le vittime.