Un articolo del Corriere della Sera di lunedì
23 aprile, firmato da Fiorenza Sarzanini, titola «Il mediatore
di Emergency rischia il patibolo».
Si dice nell’Occhiello:
«È colpevole di un reato contro la sicurezza nazionale.
Non è prevista l’assistenza legale».
Il contenuto
dell’articolo relativo a “fatti” è soltanto un centone
di parole già dette e già note: tanto sugli
interrogativi sulla sorte di Adjmal Nashkbandi, l’interprete di
Mastrogiacomo (che Mastrogiacomo stesso testimonia di avere visto
liberato), assassinato l’8 aprile, quanto sulle accuse a
Rahmatullah Hanefi (il collaboratore di Emergency detenuto in
isolamento da oltre un mese in carceri afgane senza alcuna accusa
formale né l’assistenza di un legale).
È noto
anche ciò che si ricorda in chiusura dall’articolo, che cioè
«In Italia a questa accusa non sembra credere nessuno… Gli
stessi uomini dell’intelligence non hanno mai espresso dubbi sul
suo [di Rahmatullah Hanefi, o di Emergency] operato…».
È
sconcertante l’affermazione “di forma” che esista la
possibilità di un “procedimento” nel quale non sia
prevista l’assistenza legale, tanto più se tale
“procedimento” rischia di sfociare in una condanna a
morte.
Sconcertante vedere questa eventualità presentata
come una rassegnata constatazione. In palese contraddizione peraltro
con le dichiarazioni dell’Ambasciata afgana in Italia: «…
l’Afganistan ha una vera, democratica e avanzata costituzione con
adeguata chiarezza delle norme di legge e la protezione dei diritti e
dei privilegi di tutti gli individui». In palese contraddizione
anche con la Costituzione afgana vigente, la quale formalmente
sancisce l’inviolabilità e la non derogabilità per
alcun motivo del diritto alla difesa.
Non sono citate le fonti
della giornalista, il che non consente valutazioni sulla consistenza
delle affermazioni riportate. Se queste affermazioni non saranno
smentite, risulterà palesemente falso tutto ciò che è
detto circa il carattere «democratico» e «legittimo»
del governo Karzai, che l’Italia è impegnata a sostenere e
difendere in diverse forme, non solo militari: l’Italia è
infatti «paese guida» (lead country) nell’ambito della
«comunità dei donatori» per la ricostruzione
dell’amministrazione della Giustizia.
È
inconcepibile, di fronte a questo ulteriore elemento di valutazione,
che il governo italiano prosegua nel suo sostanziale disinteresse, in
considerazione anche del fatto che tutto questo sia relativo a una
persona che è accusata per ciò che ha compiuto in
attuazione di richieste della presidenza del Consiglio e del
ministero degli Esteri.
Non ha valore di argomento la ripetuta
dichiarazione di esponenti del governo italiano, secondo la quale non
sarebbe possibile intervenire in questo caso trattandosi di un
cittadino afgano detenuto dalle autorità del suo paese. Erano
cittadini afgani detenuti dalle autorità del loro paese anche
cinque prigionieri dei quali il governo italiano si è molto
attivamente e insistentemente interessato tra il 16 e il 18 marzo,
ottenendone la liberazione.