23/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Nel campo di Mae La, tra i profughi Karen fuggiti alle atrocità dell'esercito brimano
Ottenuto un permesso invisibile da alcune autorità, invisibili pure loro, sono riuscito a raggiungere il campo profughi di Mae La, al confine tra Thailandia e Myanmar, dove vivono più di 50 mila rifugiati Karen, vittime del regime militare birmano. Le loro testimonianze sono atroci.
 
Il campo (Foto di G.Marletta)Testimonianze disumane. “Quando l'esercito arriva  nei villaggi, gli uomini vengono trascinati fuori dalle case, presi a calci e pugni. Le donne vengono portate nella foresta, dove vengono stuprate, spesso da un intero plotone”, racconta un profugo, ricordando il caso di Naw Moo Moo, una ragazza di vent'anni, stuprata ripetutamente da quattro soldati della 246° Divisione e poi uccisa con un colpo di pistola nella vagina.
Storie di stupri, violenze, torture.
E poi i racconti dei "portatori" e degli "apri pista": uomini e donne Karen costretti dai soldati, senza mai essere nutriti, a portare in spalla le pesantissime casse di cibo e munizioni per l'esercito o ancor peggio a camminare davanti ai militari sui terreni minati.
E ancora, le tante storie delle donne costrette dall’esercito ai avori forzati, mal nutrite e perennemente malate, molte vittime di aborti spontanei causati dalla fatica.
Ogni profugo con cui parlo ha una, due, dieci storie disumane da raccontare. Storie che, moltiplicate per oltre 50 mila fa davvero paura.
Nessuno può varcare le recinzioni di filo spinato che costeggiano l’intero campo. I tanti giovani che ci hanno provato, nel tentativo di raggiungere le città più vicine in cerca di un lavoro, sono stati rispediti nelle mani dei loro carnefici in Myanmar.
 
Una profuga con bambino (Foto di G.Marletta)Un popolo di senza terra. Le tantissime persone che vivono qui a Mae La sono le poche fortunate ad aver raggiunto questo campo, dove, nonostante tutto, la gente sorride, dove si respira un’atmosfera di calore familiare e di grande solidarietà e serenità. Dalla prima ondata del 1995 a quella di quest'anno, causata dall' ultima offensiva da parte del governo, i Karen hanno ricreato qui, sul lato orientale del monte che li divide dal loro territorio, un villaggio, seppure affollatissimo, identico a quelli in cui hanno sempre vissuto ed ora dati al fuoco dall' esercito. Capanne e palafitte di legno e bambolo con i tetti di foglie secche fanno da abitazioni e i negozi, parrucchieri e templi, chiese e infermerie. Non c’è traccia di cemento. L’elettricità, rarissima, è alimentata da generatori a benzina.
Una cosa però, qui, manca quasi del tutto: le coltivazioni. I minuscoli orticelli familiari sembrano tristi monumenti in ricordo di ciò che, per millenni, è stata l’attività principale di questo popolo: l’agricoltura. Non avendo pipotendo più coltivare, ogni famiglia deve arrangiarsi per sfamarsi. Le Ong, numerosissime in questa zona, sono l’unica salvezza per queste persone.
 
La chiesa del campo (Foto di G.Marletta)Cattolici, buddisti e musulmani. La religione più diffusa tra gli abitanti del campo è quella cattolica. "Che Dio ti benedica"  è la frase che conclude ogni conversazione. Tre messe al giorno con tanto di canti corali e piccole pianole che fungono da organo, permettono ai fedeli di portar a termine i loro doveri da cristiani.
La domenica, i profughi cattolici si radunano a centinaia nelle cinque chiese sparse nel campo.
In cima al picco più alto della lunga montagna, invece, spunta uno stupa buddista. Subito sotto, in una caverna, abitano tre monaci che, sereni e meditativi, vegliano sull’intero villaggio. Anche i musulmani hanno la loro comunità e una moschea dove si riuniscono il venerdì per pregare.
“Non sempre però c’è pace tra i gruppi religiosi”, mi spiega Luka, padre del reverendo Arther. “Ogni anno si verificano piccoli tumulti tra fazioni che finiscono solitamente con qualche ferita da coltello. Fenomeni dovuti soprattutto alla sovrappopolazione del campo e quindi al continuo contatto, troppo intimo e forzato, tra le persone”.
 
Fieri di essere Karen. La loro vita seppur povera e semplice sembra alimentata da un grandissimo senso di comunità. Nessuno si sente solo e, anche se il desiderio di "tornare a casa" è fortissimo, la determinazione e il senso di appartenenza a una delle tribù più antiche del mondo sono fortemente radicati nello spirito di ognuna di queste persone e forse, un giorno, questo li aiuterà a tornare nei loro villaggi, a lavorare in pace i loro campi e a continuare a chiamarsi con fierezza "tribù dei Karen".
Gianrigo Marletta 
Parole chiave: birmania, myanmar, mae la, profughi, karen
Categoria: Guerra, Tortura, Profughi
Luogo: Myanmar