Nel campo di Mae La, tra i profughi Karen fuggiti alle atrocità dell'esercito brimano
Ottenuto un permesso invisibile da alcune autorità,
invisibili pure loro, sono riuscito a raggiungere il campo profughi di Mae La,
al confine tra Thailandia e Myanmar, dove vivono più di 50 mila rifugiati
Karen, vittime del regime militare birmano. Le loro testimonianze sono atroci.
Testimonianze
disumane. “Quando l'esercito arriva
nei villaggi, gli uomini vengono trascinati fuori dalle case, presi a
calci e pugni. Le donne vengono portate nella foresta, dove vengono stuprate,
spesso da un intero plotone”, racconta un profugo, ricordando il caso di Naw
Moo Moo, una ragazza di vent'anni, stuprata ripetutamente da quattro soldati
della 246° Divisione e poi uccisa con un colpo di pistola nella vagina.
Storie di stupri, violenze, torture.
E poi i racconti dei "portatori" e degli
"apri pista": uomini e donne Karen costretti dai soldati, senza mai
essere nutriti, a portare in spalla le pesantissime casse di cibo e munizioni
per l'esercito o ancor peggio a camminare davanti ai militari sui terreni
minati.
E ancora, le tante storie delle donne costrette
dall’esercito ai avori forzati, mal nutrite e perennemente malate, molte
vittime di aborti spontanei causati dalla fatica.
Ogni profugo con cui parlo ha una, due, dieci storie
disumane da raccontare. Storie che, moltiplicate per oltre 50 mila fa davvero
paura.
Nessuno può varcare le recinzioni di filo spinato che
costeggiano l’intero campo. I tanti giovani che ci hanno provato, nel tentativo
di raggiungere le città più vicine in cerca di un lavoro, sono stati rispediti
nelle mani dei loro carnefici in Myanmar.
Un popolo di senza
terra. Le tantissime persone che vivono qui a Mae La sono le poche
fortunate ad aver raggiunto questo campo, dove, nonostante tutto, la gente
sorride, dove si respira un’atmosfera di calore familiare e di grande
solidarietà e serenità. Dalla prima ondata del 1995 a quella di quest'anno,
causata dall' ultima offensiva da parte del governo, i Karen hanno ricreato
qui, sul lato orientale del monte che li divide dal loro territorio, un
villaggio, seppure affollatissimo, identico a quelli in cui hanno sempre
vissuto ed ora dati al fuoco dall' esercito. Capanne e palafitte di legno e
bambolo con i tetti di foglie secche fanno da abitazioni e i negozi,
parrucchieri e templi, chiese e infermerie. Non c’è traccia di cemento.
L’elettricità, rarissima, è alimentata da generatori a benzina.
Una cosa però, qui, manca quasi del tutto: le coltivazioni.
I minuscoli orticelli familiari sembrano tristi monumenti in ricordo di ciò
che, per millenni, è stata l’attività principale di questo popolo:
l’agricoltura. Non avendo pipotendo più coltivare, ogni famiglia deve
arrangiarsi per sfamarsi. Le Ong, numerosissime in questa zona, sono l’unica
salvezza per queste persone.
Cattolici, buddisti e
musulmani. La religione più diffusa tra gli abitanti del campo è quella
cattolica. "Che Dio ti benedica"
è la frase che conclude ogni conversazione. Tre messe al giorno con
tanto di canti corali e piccole pianole che fungono da organo, permettono ai
fedeli di portar a termine i loro doveri da cristiani.
La domenica, i profughi cattolici si radunano a centinaia
nelle cinque chiese sparse nel campo.
In cima al picco più alto della lunga montagna, invece,
spunta uno stupa buddista. Subito sotto, in una caverna, abitano tre monaci
che, sereni e meditativi, vegliano sull’intero villaggio. Anche i musulmani
hanno la loro comunità e una moschea dove si riuniscono il venerdì per pregare.
“Non sempre però c’è pace tra i gruppi religiosi”, mi spiega
Luka, padre del reverendo Arther. “Ogni anno si verificano piccoli tumulti tra
fazioni che finiscono solitamente con qualche ferita da coltello. Fenomeni
dovuti soprattutto alla sovrappopolazione del campo e quindi al continuo
contatto, troppo intimo e forzato, tra le persone”.
Fieri di essere
Karen. La loro vita seppur povera e semplice sembra alimentata da un
grandissimo senso di comunità. Nessuno si sente solo e, anche se il desiderio
di "tornare a casa" è fortissimo, la determinazione e il senso di
appartenenza a una delle tribù più antiche del mondo sono fortemente radicati
nello spirito di ognuna di queste persone e forse, un giorno, questo li aiuterà
a tornare nei loro villaggi, a lavorare in pace i loro campi e a continuare a
chiamarsi con fierezza "tribù dei Karen".
Gianrigo Marletta