21/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Tolleranza zero della polizia serba con i wahabiti, mentre la Bosnia toglie la nazionalità ai reduci muhjaiddin
I corpi speciali della polizia serba hanno compiuto ieri un raid nel villaggio di Donja Trnava, nei dintorni di Novi Pazar, centro principale del Sangiaccato, provincia autonoma della Serbia, l'unica zona del paese (Kosovo escluso) dove metà della popolazione è di fede musulmana.

mappa della serbia e del sangiaccatoAlta tensione in Sangiaccato. Il blitz, scattato alle prime luci del giorno, era finalizzato all'arresto di tre uomini, chiusi in una casa in campagna segnalata da una soffiata. All'interno, assieme a due uomini, c'era Ismail Prentic, 28 anni, ritenuto dalla polizia di Belgrado il leader di una cellula fondamentalista che preparava un attentato. I tre uomini hanno reagito e, dopo aver liberato contro gli agenti 10 cani, hanno tentato la fuga attraverso un varco aperto sparando. Prentic è stato ucciso, i suoi due complici feriti e catturati, mentre tra le forze dell'ordine è rimasto ferito un agente.
Quello che è accaduto, nonostante il governo serbo tenda a minimizzare, è il sintomo di un disagio che diventa più forte ogni giorno di più. La retata di ieri segue infatti di un mese circa un'altra operazione della polizia serba, sempre in Sangiaccato, contro quello che le autorità hanno definito un vero e proprio campo d'addestramento di miliziani wahabiti, la confessione musulmana più integralista. La polizia aveva arrestato 4 uomini, dando un segnale alla popolazione locale, che chiedeva a gran voce un intervento delle autorità nella regione. Alcuni mesi fa, infatti, in una moschea di Novi Pazar, si era registrata l'aggressione subita dall'imam locale da parte di un gruppo di fanatici wahabiti che lo ritenevano troppo moderato. Un problema esiste, dunque, e l'integralismo rischia di trovare terreno fertile in una situazione socio – economica molto difficile. Il Sangiaccato è diverso dal Kosovo, non condividendo le mire indipendentiste della provincia a maggioranza albanese, e nella zona la popolazione musulmana è integrata e fedele al governo di Belgrado. Ma la regione è sempre più un crocevia di traffici illegali, che finiscono per finanziare anche gruppi armati come quello guidato da Prentic.

un guerrigliero islamico volontario nella guerra di BosniaPersone non grate. La diffusione di una lettura integralista dell'Islam tra i musulmani nei Balcani è un fenomeno che preoccupa molto anche il governo di Sarajevo. Dai tempi della guerra che ha insanguinato l'ex Jugoslavia negli anni Novanta, in Bosnia sono arrivati molti miliziani musulmani per unirsi alla lotta dei loro correligionari contro le milizie serbe. Erano le cosiddette 'brigate internazionali di muhjaiddin', molti dei quali si erano temprati al mestiere delle armi nella guerra in Afghanistan contro l'Armata Rossa sovietica. Migliaia di uomini, provenienti dall'Egitto, dalla Turchia, dall'Algeria, dalla Siria, dalla Tunisia e dal Sudan. Portatori di una cultura e di una visione dell'Islam estranee ai musulmani bosniaci, abituati alla tolleranza e alla convivenza, almeno prima della guerra. Molti di loro, finita la guerra, sono tornati a casa o sono andati a combattere altrove la loro jihad, ma alcuni sono rimasti, magari perché avevano nel frattempo sposato una donna bosniaca. Nessun funzionario del neonato governo bosniaco peraltro, dopo l'aiuto ricevuto, aveva il coraggio di andare per il sottile con la nazionalità di questi uomini e a molti di loro venne concessa la cittadinanza bosniaca. L'11 aprile scorso, però, qualcosa è cambiato. Barisa Colak, ministro della Giustizia bosniaco, ha annunciato che verrà revocata la cittadinanza 367 ex muhjaiddin, che hanno ormai una famiglia e vivono spesso in zone rurali lontane dalle grandi città. Il ministro ha specificato che un'apposita commissione ha verificato che la nazionalità bosniaca era stata acquisita da queste persone con una procedura illegale. Ma questo lo sanno tutti, da anni. Solo che il governo di Sarajevo, sempre più preoccupato per l'economia del paese in crisi, tenta in tutti i modi di entrare nell'Unione europea e di avere buone relazioni con gli Usa. Proprio il governo statunitense, subito dopo i tragici fatti dell'11 settembre 2001, aveva chiesto alla Bosnia – Erzegovina di individuare e allontanare i reduci. Questi ultimi sperano adesso nel ricorso e nell'appoggio delle associazioni, ma con poche speranze.

Christian Elia

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