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Ribattezzata dagli ecuadoriani Galapagos dei poveri perché economicamente più
accessibile rispetto alle isole più famose del continente sudamericano, l’Isla
de la Plata è parte del Parque Nacional Machililla, l’unico parco nazionale creato
sulla costa del paese e quindi di importanza fondamentale per la tutela dell’habitat
costiero. Incuriositi dalla locale leggenda, secondo cui Sir Francis Drake avrebbe
qui seppellito i suoi tesori – da qui sembrerebbe derivare il nome dell’isola
– arriviamo a Puerto Lòpez, un paesino di pescatori che pare essere fuori dal
mondo, punto di partenza per l’isola. Alle sei del mattino bisogna essere in piedi:
doccia, colazione e via, sulla spiaggia alla ricerca della barca che ci farà raggiungere
l’isola.
Fa freddo e cade una leggera pioggerellina, non sembra essere il giorno più
adatto per una gita in mare, ma sono ormai quindici giorni che ci svegliamo con
un cielo scuro che solo dopo le due del pomeriggio lascia spazio al caldo sole
dell’equatore. La nostra guida ci saluta, ci fa togliere le scarpe e le infila
tutte in un sacco enorme di iuta: i piedi nell’acqua gelata del mattino, un salto
per salire sulla barca e ognuno al suo posto, si parte. L’isola è abbastanza distante,
sono necessarie due ore e mezza di navigazione per raggiungerla e tra le gocce
gelate che bagnano la faccia, intravediamo degli spruzzi altissimi nascere dall’acqua
del mare: sono le balene, che nuotano intorno a noi inarcando la schiena e sbattendo
tra le onde l’enorme pinna che hanno come coda. Arrivati sull’isola le guide ci
portano dell’acqua per lavare i piedi sporchi di sabbia, ci ridanno le scarpe
e ci rifocillano: bibite, biscotti e una torta fatta in casa. Qualcuno preferirebbe
non mangiare, ha sofferto la navigazione, ma loro insistono per mettere ordine
nel nostro stomaco e perché, ci dicono, dobbiamo camminare per un bel po’. Ci
inoltriamo nella vegetazione piuttosto secca, dove ogni tanto appare un alberello
verde o un cactus a candelabro; saliamo una scalinata di 200 gradini che ci portano
al centro dell’isola e ci troviamo davanti al bivio di due sentieri differenti;
optiamo per il più lungo, i 5 chilometri del Sendero Punta Escaleras, sperando
di imbatterci in diverse specie di animali.
Dopo i primi cinque minuti di cammino incontriamo una coppia di Sule Piediazzurri,
l’uccello più famoso dell’isola: manto bianco-marrone, becco lungo ed appuntito,
occhi grandi e soprattutto, piedi azzurro brillante. Si lasciano avvicinare molto
facilmente e, in questo che è il periodo del corteggiamento, li vediamo “danzare”
e “fischiare” vicino a quello che è il loro nido: un cerchio di guano che ci fa
capire la vera origine del nome dell’isola, perché il guano, con la luce del sole,
risplende tanto da sembrare argento. Eccellenti volatrici e tuffatrici, ne vediamo
qualcuna prendere la rincorsa e buttarsi dalla ripida scogliera che stiamo costeggiando,
alla ricerca di cibo. Non riusciamo ad incontrare le loro “sorelle” le Sule dai
Piedirossi, ma dopo un po’ di cammino ci imbattiamo in qualche Sula mascherata,
così eleganti con le loro mascherine che circondano gli occhi. La guida ci porta
fino ad uno strapiombo da cui si può ammirare il mare turchese in cui sta nuotando
una tartaruga: chiediamo di scendere ed immergerci in una insenatura circondata
da scogli completamente neri, ma ce lo vieta per il pericolo di incontrare squali.
Ci rimettiamo in marcia, ogni tanto la guida ci porge un sorso d’acqua che prende
dal bidoncino che sta portando per noi. Abbiamo le nostre belle scarpe da ginnastica,
lui è scalzo ma cammina più velocemente di noi.
Ci fa vedere un Albatros, che sta covando e poi ce ne mostra uno in cielo: lo
riconosce subito da come vola. Dopo tre ore e mezza torniamo alla barca e ci viene
concessa una nuotata. Sguazziamo in una zona che dicono essere al riparo dagli
squali e le guide ci prestano maschera e boccaglio. L’acqua è gelida ma ne vale
la pena: nuotiamo circondati da pesci tropicali di tutti i colori, blu, giallo,
arancione e se alziamo gli occhi al cielo vediamo gli Albatros e le Sule volare
sopra di noi. Si risale in barca, ci asciughiamo, ci offrono panini e frutta,
si torna indietro verso Puerto Lòpez. Sono le sei del pomeriggio quando rimettiamo
piede sulla sabbia: un gruppo di bambini ci viene incontro e ci mostra una fila
di sedie di plastica colorata preparate per noi. Vogliono farci sedere e usare
i bidoncini d’acqua che hanno preparato per lavarci i piedi; così i turisti che
hanno sempre un po’ di soldi in tasca, dopo aver fatto la loro gita possono infilarsi
le scarpe senza avere i piedi sporchi di sabbia e loro possono tornare a casa
con un soldo, una caramella, un pezzo di pane che per loro è sopravvivenza.