20/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Sgomberata la caserma di via Forlanini. Un centinaio di eritrei ospitati in strutture comunali

Un momento dello sgomberoArrivano all'alba. Ci sono i vigili, i funzionari dei servizi sociali del comune, alcuni poliziotti in borghese, e i politici. Le auto della Questura e quelle dei vigili sono parcheggiate fuori, a debita distanza. Si vogliono evitare disordini, che non si ripeta quanto accaduto un mese fa, quando un ragazzo si impiccò a un albero, e l'arrivo della polizia provocò tensioni che degenerarono in violenti scontri. All'ingresso accosta anche un autobus arancione dell'Atm. Saliranno qui i ragazzi che da mesi vivono in condizioni bestiali nella ex caserma militare di viale Forlanini. Il Comune di Milano, dopo mesi di attesa, ha deciso di sgomberarli. Troveranno posto nelle strutture di accoglienza in via Saponaro, piazzale Lotto, viale Ortles. Si tratta di un provvedimento tampone, un "potenziamento del programma di emergenza", come lo chiama il dottor Giovanni Daverio, funzionario dei Servizi sociali comunali che si aggira per la ex caserma con un paio di fogli, dando indicazioni e fornendo informazioni ai giovani immigrati. Su quei fogli sono elencate le persone che troveranno posto nei dormitori gestiti da enti convenzionati con il Comune, liberatisi al termine dell'emergenza freddo.

L'appelloFinalmente un letto. Ieri pomeriggio, durante un incontro con gli immigrati, era stata stilata una lista di 75 persone, censite dalle autorità comunali nel febbraio scorso. All'appello mancavano tuttavia una cinquantina di persone (la struttura di viale Forlanini ha finora fornito alloggio a oltre 150 immigrati, in prevalenza eritrei e rumeni). Intorno alle 7,30 di stamani è comparso il rappresentante della comunità eritrea di Milano, Desbele Mehari, con in mano un'altra lista, che integrava quella del Comune, probabilmente redatta quando la maggioranza degli eritrei era in cerca di un lavoro, e quindi incompleta. Inoltre, da febbraio a oggi vi sono stati nuovi arrivi, e la popolazione della caserma è cresciuta. E' stato allestito un tavolinetto per le operazioni di raccolta, e Mehari, megafono in mano, ha iniziato l'appello. Intorno a lui, un semicerchio di ragazzi perplessi e stanchi, non tanto per la levataccia, quanto per la fatica, reiterata per mesi, di dover vivere in una abominevole topaia senz'acqua né luce, dove la scabbia e le infezioni hanno colpito alcuni di loro come neanche sarebbe accaduto in Africa, nella loro Eritrea messa in ginocchio da carestie e povertà. Adesso potranno finalmente dormire in un letto, come i 400 stranieri già inseriti nel programma di inserimento del Comune. Ma c'è chi commenta che gli eritrei andranno a prendere il posto di altri, finiti in mezzo a una strada. E che in mezzo a una strada finiranno anche loro tra 6 mesi, quando terminerà il periodo di accoglienza e dovranno cavarsela da soli.

De CoratoVia di qui. Alle 8 e mezzo arriva De Corato, il vice-sindaco. Presente oggi come allo sgombero della Stecca, come a molti altri sgomberi. Spegne il sigaro, De Corato, e risponde alle domande dei giornalisti che gli si affollano intorno. "Si tratta di sanare una situazione di invivibilità dando agli immigrati la possibilità di entrare nel programma di inserimento del Comune". "Quando comincerà il Comune ad abbattere la struttura per allargare il parco Forlanini?", gli chiede un cronista, ricordando che l'area sarà soggetta ad un intervento di riqualificazione. "Non lo so - risponde il vice-sindaco - questa è un'area demaniale, quindi dello Stato. Dovete chiedere allo Stato. Io sono qui solo per verificare che lo sgombero avvenga senza problemi". "I programmi di inserimento sono già sovraffollati, come far fronte a ulteriori emergenze?", chiede qualcun altro. "Nessuno chiede a questa gente di venire a Milano, dalle località nelle quali sbarcano", risponde il vice-sindaco. "Ma lei sa - gli dice un ragazzo con la telecamera - che è proprio la polizia a Trapani o a Caltanissetta che compra loro il biglietto per venire a Milano?". De Corato non risponde, si fa largo tra i microfoni e se ne va. Se ne vanno alla fine della lunga mattinata anche 82 persone, caricate sul bus arancione dell'Atm verso i centri di accoglienza. Quelli rimasti fuori dalla lista dovranno presentarsi lunedì allo sportello stranieri in via Barabino. Poi si vedrà se c'è un buco anche per loro. Se ne va Salomon, una felpa rossa col cappuccio che gli copre i riccioli neri e uno zainetto con tutti i suoi averi. Se ne va Ismail, eccitato e allegro, e Habib, che quasi sale sull'autobus con la sigaretta ancora accesa. Per loro il limbo è finito. Inizia una vita più decente, anche se solo per sei mesi. Se ne andrà anche Marcel il rumeno, domani, quando arriveranno quelli della disinfestazione. Lui che nella lista non c'è, e nemmeno teneva ad esserci, a Forlanini, dove da anni vive era riuscito a costruirsi un alloggio quasi decente. Da uomo ospitale qual'è, nel cortile aveva messo le poltrone e un tavolino, e il caffè per il visitatore non mancava mai. Dove andrà adesso questo cittadino europeo in possesso di passaporto e di buone maniere? Dove andranno gli altri rumeni che 'abitavano' a Forlanini? Non hanno che da scegliere: in mezzo alla strada c'è posto per tutti.

Luca Galassi

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