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Arrivano all'alba. Ci sono i vigili, i funzionari dei servizi sociali del comune, alcuni poliziotti
in borghese, e i politici. Le auto della Questura e quelle dei vigili sono parcheggiate
fuori, a debita distanza. Si vogliono evitare disordini, che non si ripeta quanto
accaduto un mese fa, quando un ragazzo si impiccò a un albero, e l'arrivo della
polizia provocò tensioni che degenerarono in violenti scontri. All'ingresso accosta
anche un autobus arancione dell'Atm. Saliranno qui i ragazzi che da mesi vivono
in condizioni bestiali nella ex caserma militare di viale Forlanini. Il Comune
di Milano, dopo mesi di attesa, ha deciso di sgomberarli. Troveranno posto nelle
strutture di accoglienza in via Saponaro, piazzale Lotto, viale Ortles. Si tratta
di un provvedimento tampone, un "potenziamento del programma di emergenza", come
lo chiama il dottor Giovanni Daverio, funzionario dei Servizi sociali comunali
che si aggira per la ex caserma con un paio di fogli, dando indicazioni e fornendo
informazioni ai giovani immigrati. Su quei fogli sono elencate le persone che
troveranno posto nei dormitori gestiti da enti convenzionati con il Comune, liberatisi
al termine dell'emergenza freddo.
Finalmente un letto. Ieri pomeriggio, durante un incontro con gli immigrati, era stata stilata una
lista di 75 persone, censite dalle autorità comunali nel febbraio scorso. All'appello
mancavano tuttavia una cinquantina di persone (la struttura di viale Forlanini
ha finora fornito alloggio a oltre 150 immigrati, in prevalenza eritrei e rumeni).
Intorno alle 7,30 di stamani è comparso il rappresentante della comunità eritrea
di Milano, Desbele Mehari, con in mano un'altra lista, che integrava quella del
Comune, probabilmente redatta quando la maggioranza degli eritrei era in cerca
di un lavoro, e quindi incompleta. Inoltre, da febbraio a oggi vi sono stati nuovi
arrivi, e la popolazione della caserma è cresciuta. E' stato allestito un tavolinetto
per le operazioni di raccolta, e Mehari, megafono in mano, ha iniziato l'appello.
Intorno a lui, un semicerchio di ragazzi perplessi e stanchi, non tanto per la
levataccia, quanto per la fatica, reiterata per mesi, di dover vivere in una abominevole
topaia senz'acqua né luce, dove la scabbia e le infezioni hanno colpito alcuni
di loro come neanche sarebbe accaduto in Africa, nella loro Eritrea messa in ginocchio
da carestie e povertà. Adesso potranno finalmente dormire in un letto, come i
400 stranieri già inseriti nel programma di inserimento del Comune. Ma c'è chi
commenta che gli eritrei andranno a prendere il posto di altri, finiti in mezzo
a una strada. E che in mezzo a una strada finiranno anche loro tra 6 mesi, quando
terminerà il periodo di accoglienza e dovranno cavarsela da soli.
Via di qui. Alle 8 e mezzo arriva De Corato, il vice-sindaco. Presente oggi come allo sgombero
della Stecca, come a molti altri sgomberi. Spegne il sigaro, De Corato, e risponde
alle domande dei giornalisti che gli si affollano intorno. "Si tratta di sanare
una situazione di invivibilità dando agli immigrati la possibilità di entrare
nel programma di inserimento del Comune". "Quando comincerà il Comune ad abbattere
la struttura per allargare il parco Forlanini?", gli chiede un cronista, ricordando
che l'area sarà soggetta ad un intervento di riqualificazione. "Non lo so - risponde
il vice-sindaco - questa è un'area demaniale, quindi dello Stato. Dovete chiedere
allo Stato. Io sono qui solo per verificare che lo sgombero avvenga senza problemi".
"I programmi di inserimento sono già sovraffollati, come far fronte a ulteriori
emergenze?", chiede qualcun altro. "Nessuno chiede a questa gente di venire a
Milano, dalle località nelle quali sbarcano", risponde il vice-sindaco. "Ma lei
sa - gli dice un ragazzo con la telecamera - che è proprio la polizia a Trapani
o a Caltanissetta che compra loro il biglietto per venire a Milano?". De Corato
non risponde, si fa largo tra i microfoni e se ne va. Se ne vanno alla fine della
lunga mattinata anche 82 persone, caricate sul bus arancione dell'Atm verso i
centri di accoglienza. Quelli rimasti fuori dalla lista dovranno presentarsi lunedì
allo sportello stranieri in via Barabino. Poi si vedrà se c'è un buco anche per
loro. Se ne va Salomon, una felpa rossa col cappuccio che gli copre i riccioli
neri e uno zainetto con tutti i suoi averi. Se ne va Ismail, eccitato e allegro,
e Habib, che quasi sale sull'autobus con la sigaretta ancora accesa. Per loro
il limbo è finito. Inizia una vita più decente, anche se solo per sei mesi. Se
ne andrà anche Marcel il rumeno, domani, quando arriveranno quelli della disinfestazione.
Lui che nella lista non c'è, e nemmeno teneva ad esserci, a Forlanini, dove da
anni vive era riuscito a costruirsi un alloggio quasi decente. Da uomo ospitale
qual'è, nel cortile aveva messo le poltrone e un tavolino, e il caffè per il visitatore
non mancava mai. Dove andrà adesso questo cittadino europeo in possesso di passaporto
e di buone maniere? Dove andranno gli altri rumeni che 'abitavano' a Forlanini?
Non hanno che da scegliere: in mezzo alla strada c'è posto per tutti.
Luca Galassi