Il giorno dopo lo sgozzamento di tre missionari protestanti a Malatya, la Turchia è scioccata
dal nostro inviato
Alessandro Ursic
Indignazione, condanne nette, il concetto ripetuto che “questa non è la vera
Turchia”. Ma anche accuse di connivenza e istigazione nella “caccia ai missionari”,
oltre a sorprendenti mea culpa.
Il giorno dopo lo sgozzamento di tre missionari protestanti (un tedesco e due
turchi convertiti) a Malatya, la Turchia è scioccata. Mentre Bruxelles assicura
che la strage non avrà ripercussioni sui negoziati di adesione di Ankara alla
Ue, il Paese si chiede come è possibile che si sia arrivati a tanto.
Un’attribuzione precisa delle responsabilità ancora non c’è, ma le autorità sembrano
aver intenzione di fare chiarezza in fretta. Il numero degli arrestati in relazione
al massacro è salito a 10, e nuovi dettagli confermano la pista islamico-nazionalista.
I fermati, tutti universitari di 19-20 anni che vivevano nello stesso dormitorio
gestito da una fondazione islamica, avrebbero confessato di aver ucciso “per il
nostro Paese, per dare una lezione ai nemici della nostra religione”. Secondo
la polizia, tutti avevano in tasca una lettera-testamento, e quindi erano pronti
a morire per la causa. Uno di loro ha davvero rischiato di farlo: l’uomo gettatosi
dal terzo piano non era un cristiano che tentava di fuggire al massacro, come
si credeva inizialmente, ma uno degli assalitori che ha provato a scappare dalla
polizia.
L’episodio è stato condannato da tutte le autorità turche. Il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, un islamico moderato, ha definito la
strage “un atto barbaro”. Il ministro degli Interni, Abdulkadir Aksu, ha parlato
di “un colpo enorme all’atmosfera di unità e tolleranza” del Paese. Parole che
però non sono sufficienti per i rappresentanti delle comunità cristiane, che in
Turchia contano circa centomila fedeli. In una conferenza stampa comune, i leader
religiosi hanno chiesto una maggiore protezione da parte dello Stato per far fronte
alla crescente ostilità che percepiscono.
La strage di Malatya ha anche inquinato l’atmosfera politica. La stampa vicina
al governo punta il dito in modo vago ma inequivocabile contro l’opposizione,
accusandola in sostanza di essere il mandante di un omicidio che mette in cattiva
luce gli islamici, proprio mentre il Paese discute dell’eventualità che Erdogan
diventi presidente della repubblica fondata sul secolarismo. Dall’altra parte
un editorialista di Hurriyet, il quotidiano più diffuso e di forte impronta nazionalista,
ha invece parlato di “responsabilità collettiva”, auspicando un esame di coscienza
della società turca. “Abbiamo tutti sentito le campagne dei ‘socialdemocratici’
contro le attività dei missionari, per difendere il secolarismo, e non abbiamo
fatto niente”, ha scritto Ertugrul Ozkok. “Ora non possiamo lavarcene le mani”.