Assalto alla libreria delle bibbie a Malatya. Il paese lacerato dalla violenza estremista
dal nostro inviato
Alessandro Ursic
E’ stata un’esecuzione: gli aggressori sono entrati, hanno bendato gli occhi
e legato mani e piedi a chi avevano davanti, li hanno fatti sedere a terra. E
li hanno sgozzati tutti e tre, due turchi e un tedesco, mentre una quarta persona
è in condizioni critiche dopo essersi gettata dalla finestra, per sfuggire alla
mattanza. Scene da violenze settarie in Iraq, ma che ieri hanno avuto luogo a
Malatya, nel sud-est della Turchia.
Le vittime. Sono tre dipendenti della casa editrice cristiana Zirve, che pubblicava copie
della Bibbia. La polizia ha arrestato sei persone senza rendere pubblici i dettagli.
Anche in assenza di un mandante certo, la Turchia intanto riscopre la sua anima
più cupa: antieuropea e contro le minoranze, religiose e etniche. Proprio mentre
il Paese sembra spaccato tra due concezioni diverse di se stesso.
E ancora una volta, quando la Turchia mostra questo volto c’è di mezzo Malatya:
la città natale di Ali Agca, l’attivista dei Lupi Grigi che nel 1981 sparò a papa
Wojtyla, ma anche quella dove era nato Hrant Dink, lo scrittore e giornalista
turco-armeno ucciso lo scorso gennaio a Istanbul da un giovane nazionalista. Una
città di frontiera, alle porte della regione dove i curdi sono la maggioranza,
e che ospita anche piccole minoranze greche e armene. Ma anche una roccaforte
dei nazionalisti turchi e di sempre più diffusi gruppuscoli islamici. Per la strage
di ieri molti analisti turchi puntano il dito – per la tecnica usata, già attribuita
a loro – contro gli Hezbollah turchi, un movimento islamico curdo slegato formalmente
dal suo omonimo libanese, che lotta per la creazione di uno stato islamico nel
sud-est della Turchia.
L’attività missionaria della Zirve era vista con crescente fastidio, recentemente
il suo direttore aveva ricevuto minacce di morte. Ma anche i nazionalisti turchi
non vedevano di buon occhio la casa editrice, e avevano organizzato diverse proteste
davanti alla sua sede.
Xenofobia e razzismo. “In questo Paese c’è una tendenza crescente verso la xenofobia e il nazionalismo.
Si sta facendo strada la percezione che la Turchia sia sotto minaccia, e che il
governo stia svendendo il Paese agli stranieri”, spiega Bulent Kenes, direttore
del quotidiano in lingua inglese Today’s Zaman, filo-europeista e vicino alle
posizioni del premier Erdogan. Kenes è nato proprio a Malatya e ricorda un’infanzia
“con vicini di casa armeni e curdi, cristiani e musulmani, senza divisioni tra
di noi”. Ma se il campanello d’allarme era giunto già con l’omicidio di don Andrea
Santoro a Trabzon, nel febbraio 2006, l’assassinio di Dink e la triplice esecuzione
di Malatya sono viste come la conferma dell’emergere di correnti interne al Paese,
ognuna con la propria agenda politica.
Il massacro di Malatya arriva proprio in un momento in cui la Turchia dovrà scegliere
il proprio futuro. In questi giorni il primo ministro Recep Tayyip Erdogan, un
islamico moderato, dovrebbe sciogliere la riserva sulla sua eventuale candidatura
a presidente per succedere a Ahmet Necdet Sezer, il cui mandato scade il 15 maggio.
Come in Italia. Il presidente della repubblica viene scelto dal Parlamento, che il partito della
Giustizia e dello Sviluppo (Akp) controlla con due terzi dei seggi: in sostanza,
chiunque sia il candidato dell’Akp, non potrà che vincere. Gli osservatori politici
turchi danno come probabile una candidatura di Erdogan, al potere dal marzo 2003
e tuttora molto popolare. Ma la Turchia laica non può tollerare l’idea di vedere
presidente della repubblica, fondata da Ataturk attorno al pilastro del secolarismo,
un islamico la cui moglie appare regolarmente con il velo attorno ai capelli,
in un Paese in cui tale pratica è vietata in uffici pubblici e università. La
forza di questa componente, sostenuta anche dall’esercito e dal cosiddetto “stato
profondo”, si è vista sabato scorso in una enorme manifestazione tenuta ad Ankara
in difesa del secolarismo. Comincia a circolare l’idea che Erdogan, per evitare
un pericoloso muro contro muro, candidi un altro uomo del suo partito e continui
a fare il primo ministro. Ma la tensione promette di rimanere alta fino alle elezioni
legislative del prossimo autunno.