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Giovedì, 9 agosto, quando Nazeeh Shalhabi è stato finalmente condotto
fuori dalla stazione di polizia “Ariel”, ho sentito un improvviso
sussulto di gioia, sono corsa ad abbracciare questo palestinese di 35
anni, padre di sette figli, che non era stato rilasciato lunedì assieme
al primo gruppo di israeliani, e nemmeno martedì mattina con i 38
attivisti stranieri, né poco più tardi di quello stesso giorno, né
mercoledì. Perché è stato tenuto più a lungo degli altri? Chi lo può
sapere? Suppongo sia il sistema.
Avevo gioito troppo presto. Ci sarebbero voluto altri 45 minuti prima
che potessimo andarcene, anche se era già stata pagata la cauzione di
1,500.00 shekels. Un poliziotto l’ha portato via per altri dieci
minuti; poi abbiamo dovuto aspettare che un’auto della polizia lo
conducesse all’entrata di “Ariel”. Ai palestinesi non è consentito
girare per gli insediamenti ebraici senza un permesso militare, nemmeno
nella macchina di un cittadino israeliano, nemmeno se l’insediamento è
costruito su un territorio palestinese.
Nazeeh, dunque, ha dovuto salire sul cellulare della polizia (io, nella
mia auto, dietro), finché non abbiamo passato il check point all’uscita
di “Ariel”. Solo allora ha potuto salire sulla mia macchina, chiamare
la sua famiglia e un paio di amici dicendo che tornava a casa.
Nel tardo pomeriggio di mercoledì, ero andata a visitare la famiglia di
Nazeeh. Volevo rassicurarli ed esprimere la mia solidarietà. Poi mi ero
recata da Hani Amar, la cui abitazione all’entrata del villaggio
sarebbe stata separata dal resto del centro abitato dal Muro. Lui, sua
moglie, i loro sei bambini sarebbero stati imprigionati dalla barriera
di segregazione che li taglia fuori da tutto. In questo modo, presumo,
Hani non dovrebbe costituire un pericolo per l’insediamento israeliano
di Elkana, suo vicino dall’altra parte. Mi viene in mente quel detto: i
buoni recinti fanno i buoni vicini. Sarà questo il caso?
Per protestare contro quest’ingiustizia, il tendone che ospita i pacifisti a Mas’ha
s’era spostato nel cortile di Hani.
Hani e altri, sotto quella tenda, come pure la famiglia di Nazeeh a
casa, erano convinti che Nazeeh sarebbe stato trattenuto per almeno
otto giorni. Sua moglie, sua sorella e sua madre, temevano addirittura
che potesse rimanere per sempre in “detenzione amministrativa”.
Per rassicurarle che ciò non sarebbe avvenuto, avevo chiamato
l’avvocato, Gaby Lasky, la quale m’aveva detto: Nazeeh sarebbe
stato rilasciato il giorno dopo, forse non alle 8 del mattino come le
avevano promesso, ma entro mezzogiorno (alle 14.30, in effetti, eravamo
fuori). La famiglia era solo in parte sollevata alla notizia. Volevano
vederlo con i propri occhi. Avevo promesso che tutti noi avremmo fatto
il possibile perché Nazeeh fosse stato fuori per giovedì. Grazie a Dio,
siamo stati in grado di mantenere questa promessa.
Ho avuto l’onore di accompagnare Nazeeh fino al blocco stradale, dove
l’aspettava il fratello. Avrei preferito poterlo portare a casa, o
ancor meglio che lui e gli altri non fossero stati arrestati. Ma così
vanno le cose oggi.
Dopo aver depositato Nazeeh, inizialmente mi sono sentita sollevata: un
palestinese portato sano e salvo alla sua famiglia. Inoltre, Nazeeh ha
detto di non essere stato picchiato, o trattato male. E anche questo
era qualcosa per cui essere grati, e da non prendere per scontato
trattandosi di un palestinese. Durante l’intera settimana, il rilascio
di Nazeeh (assieme a quello degli altri) era stata la nostra prima
preoccupazione. Tutto il resto – la continuazione della tenda della
pace a Mas’ha, la costruzione del Muro, ecc. – potevano attendere fino
al suo ritorno a casa.
Ma adesso che c’è un momento per ripensare agli eventi, diventa sempre
più chiaro che a Tel Aviv il tempo è terribilmente dissociato, e sarà
necessario lavorare sodo perché possa normalizzarsi. C’è qualcosa di
marcio oggi nello Stato d’Israele, più di quanto non ci fosse nella
Danimarca di Amleto.
Un fenomeno indicativo dello stato di cose è quello delle deportazioni.
È diventata la regola, in Israele, deportare attivisti internazionali.
Per far fronte a questo, si è sviluppata una battaglia legale, che
cerca di sostituire la deportazione (che automaticamente proibisce di
ritornare in Israele per 5-10 anni) con la richiesta del detenuto di
partire. In altri termini, gli avvocati ora cercano di convincere le
autorità a non deportare, ma lasciare che gli stranieri se ne vadano di
propria volontà.
L’interessato firma alcune carte, nelle quali promette di abbandonare
il Paese entro due settimane o alla scadenza del proprio visto. Tali
accordi pongono molte altre condizioni: gli attivisti non possono
muoversi liberamente, né entrare nei Territori Occupati, né rinnovare i
loro visti, né partecipare a manifestazioni o ad altre attività
politiche.
Inoltre se a qualcuno di questi attivisti che lasciano il Paese “di
loro libera iniziativa” sarà consentito rientrare, ciò non avverrà
certo con il presente governo e con i limiti che esso pone. Dalla morte
di Rachel Corrie, gli stranieri sospettati di essere degli attivisti,
ai quali tuttora è consentito entrare in Israele, all’aeroporto devono
firmare delle carte, nelle quali (fra le altre cose) si vieta loro
l’ingresso nei Territori Occupati. In questo modo, le autorità
effettivamente neutralizzano la ragione d’essere della presenza
anti-occupazione degli attivisti stranieri.
Tuttavia, noi abbiamo disperatamente bisogno di loro. Agli israeliani
non è consentito legalmente entrare nelle zone “A” (cioè le aree sotto
la presunta giurisdizione dell’Autorità Palestinese), e i contingenti
israeliani sono in ogni caso troppo pochi per riuscire a coprire tutto
il fabbisogno. Gli stranieri sono quindi fondamentali non soltanto per
aiutare a denunciare gli abusi ai danni dei palestinesi, ma anche per
procurare informazioni su quel che in realtà succede nei Territori.
Il governo israeliano, che ha capito perfettamente questo, fa tutto ciò
che è in suo potere per tenere lontani gli attivisti dai Territori.
Infine, anche gli attivisti israeliani vengono neutralizzati. Ad
esempio, quelli che sono stati arrestati questa settimana a Mas’ha,
sono stati rilasciati alla condizione di non ritornare nei Territori
(tutti i Territori) per almeno 15 giorni.