19/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il summit energetico dell'isola di Margherita mette a nudo le differenze fra il presidente venezuelano, Hugo Chavez e quello brasiliano Lula
  
Anche se all'apparenza sembra che esista un clima di assoluta pace e unione d'intenti i rapporti fra i diversi paesi dell'America Latina non sono tutte rose e fiori. La conferma arriva dal risultato del summit energetico svolto all'Isola Margherita, nel mar dei caraibi venezuelano, al quale hanno partecipato dieci dei dodici capi di stato dei paesi del sud america. E dal quale è scaturita l'idea che fra il leader venezuelano Chavez e il presidente brasiliano Lula, in materia di combustibili non corra buon sangue.

Il presidente brasiliano, Lula e il presidente venezuelano, ChavezVenezuela. Il pomo della discordia da qualche tempo a questa parte riguarda la produzione di biocombustibile, in particolare di etanolo. Chavez, presidente di un paese che produce oltre tre milioni di barili di petrolio al giorno, ha polemizzato con Lula, presidente del Brasile che è il primo esportatore al mondo di etanolo, anche se poi si è dimostrato interessato all'argomento. "Non ho nulla contro la produzione e l'esportazione dell'etanolo - ha dichiarato Chavez - la cosa difficile da immaginare è togliere il grano dalla bocca della gente per darlo in pasto alle automobili". L'etanolo, infatti, può essere prodotto mediante la lavorazione del mais o della canna da zucchero. Non solo. Forse il presidente Chavez non gradisce la collaborazione fra Brasilia e Washington (che insieme producono e esportano il 70 percento dell'etanolo mondiale) entrambe decise (a dire il vero già da molto tempo) a percorrere la strada del biocombustibile.
Anche Fidel Castro, nonostante la malattia che lo ha costretto ad uscire dalla scena politica nazionale e internazionale ha voluto con un articolo pubblicato sull'organo ufficiale del partito comunista cubano, dire la sua. E non è stato certamente rassicurante: "Il progetto provocherà un genocidio di livello mondiale -ha scritto il Lider Maximo - perchè i prezzi dei prodotti alimentari arriveranno ad aumentare in maniera spropositata".
Intanto Chavez, dopo le polemiche, ha fatto sapere che il Venezuela è intenzionato a aumentare in modo considerevole la produzione di etanolo (cercando di moltiplicare la produzione di canna da zucchero) per arrivare fra 5 anni ad essere autosufficiente.

La deforestazione brasilianaProspettive brasiliane. L'etanolo può, e potrebbe anche per il futuro, aprire le porte del mondo del lavoro a decine di migliaia di cittadini brasiliani. "Non si tratta di togliere il grano dalla bocca dei cittadini -risponde piccato a Chavez il numero 2 brasiliano Marco Aurelio Garcia - La popolazione ha fame perchè non ha la possibilità economica per la evidente mancanza di lavoro e quindi di ingressi economici". E a tutti quelli che si erano preoccupati per l'eventuale disboscamento della foresta amazzonica a favore della coltivazione di mais o canna da zucchero, Lula ha ricordato che attualmente le parti di foresta già disboscate garantirebbero un aumento consistente e più che sufficiente della produzione di etanolo.

Il mais, pianta dalla quale si produce l'etanoloI commenti. “Negli agrocombustibili? Eh, qui il denaro del governo corre a fiumi – spiega il vescovo emerito di Goías, Tomás Balduino, consigliere della Commissione pastorale della Terra della Conferenza episcopale brasiliana, da sempre sostenitore di Lula, ora disilluso e molto critico. “Grazie all'interesse delle multinazionali, in  particolare quelle statunitensi, per l'agro-business dell'energia cosiddetta pulita, si vuole aprire in Brasile un impianto di etanolo al mese, da ora al 2010. E' grande quindi la corsa alla terra da parte di imprese nazionali e straniere. Che resta allora della riforma agraria tanto sbandierata dal governo Lula? Della sovranità territoriale e della sovranità alimentare? Si fa un gran parlare di nuovi posti di lavoro.
C'è una corsa sfrenata alle piantagioni di canna. Molte scuole del Nord-est si sono chiuse perché gli studenti sono emigrati per diventare tagliatori di canna. In conclusione: né lavoro, né terra, né riforma agraria. Resta solo l'anti-riforma agraria. Finalmente – conclude il vescovo - le organizzazioni sociali si stanno di nuovo
muovendo, dopo un periodo di paralisi nell'attesa dell'avverarsi del sogno di un cambio che partisse dal governo. E' venuto il tempo di una riforma che ci restituisca uno Stato strutturato per compiere la sua vera ragion d'essere al servizio del popolo, anziché lo Stato che ci troviamo di fronte, impegnato soprattuto a favore delle imprese.

Alessandro Grandi

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