18/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Il regime si libera delle due protagoniste dell'ormai defunta democrazia bengalese
Il regime militare bengalese ha deciso di liberarsi delle due donne che negli anni ’80 lottarono contro la dittatura e che dal 1991 fino allo scorso gennaio – quando è stato ridato il potere all’esercito – hanno dominato la scena politica del Bangladesh democratico.
Dopo aver costretto all’esilio la ex primo ministro Khaleda Zia, che ha accettato di partire per l’Arabia Saudita in cambio della scarcerazione di suo figlio arrestato dai militari, oggi il governo transitorio sostenuto dall’esercito ha vietato il rientro in patria della leader dell’opposizione Sheikh Hasina, che era in vacanza negli Stati Uniti.
 
Sheikh HasinaSheikh Hasina. “I suoi discorsi infiammatori e le sue dichiarazioni provocatorie creano ostilità e situazioni contrarie alla legge e all’ordine”, ha dichiarato a proposito di Hasina il ministro dell’Interno, che ha poi dato la seguente spiegazione generale. “Nel recente passato, le attività irresponsabili del suo partito Awami League e di altri partiti (il rivale Bangladesh Nationalist Party di Khaleda Zia, n.d.r.) hanno prodotto il collasso della legalità e dell’economia del paese, da cui la necessità della proclamazione dello stato di emergenza”. Il ministro si riferisce agli scioperi e alle proteste dell’Awami Legaue che da ottobre a gennaio hanno effettivamente paralizzato il Bangladesh provocando violenti scontri con la polizia che hanno portato alla morte di decine di manifestanti. Morti per le quali, nei giorni scorsi, il regime di Dacca ha accusato Hasin di omicidio.
“Non ho paura della prigione o delle minacce”, ha dichiarato oggi dagli Usa la leader dell’Awami League. “Possono fare quel che vogliono, ma io ho la coscienza pulita, so di non aver fatto nulla di male e di non aver commesso crimini”, ha detto esprimendo la sua volontà di sfidare il divieto di ritorno in patria, che era previsto per domenica.
 
Khaleda ZiaKhaleda Zia. Partirà invece sabato per l’Arabia Saudita la sua storica rivale – ma sua alleata negli ’80 durante la lotta contro la dittatura militare – Khaleda Zia, leader del Bangladesh Nationalist Party e primo ministro fino allo scorso ottobre. I militari che sostengono il governo transitorio del presidente Iajuddin Ahmed se la sono presa anche con lei, mettendola agli arresti domiciliari una settimana fa e perseguitando i suoi familiari. Lunedì è stato arrestato suo figlio Arafat Rahman, scarcerato ieri in cambio della promessa di Zia di lasciare subito il paese. L’ambasciata dell’Arabia Saudita a Dacca ha già dato i visti a lei e a tutti i suoi familiari. Sabato partiranno alla volta di Riad.
Rimane in carcere l’altro figlio di Zia, Tarique Rahman, alto dirigente del Bnp, arrestato un mese fa e tutt’ora in carcere.
Dall’11 gennaio, giorno in cui è in vigore lo stato di emergenza nel paese, la “campagna anti-corruzione” avviata dal governo sostenuto dall’esercito ha portato all’arresto di 126 mila attivisti politici di entrambi i partiti e alla morte in carcere di almeno 79 detenuti. Da tre mesi la popolazione del Bangladesh vive nel terrore di finire nelle mani della polizia e dei militari, in particolare dei famigerati ‘Rab’, i battaglioni di azione rapida.
 

Enrico Piovesana

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