16/12/2003versione stampabilestampainvia paginainvia



Difficoltà quotidiane per muoversi nella propria terra
scritto per noi da
Augusta De Piero
 
MappaScrivere da Betlemme non è facile, anche se in questa cittadina degli altrui Natali l’assenza, per ora, di decorazioni e luminarie natalizie, è un elemento di confortante coerenza, che consente di vivere in modo non troppo stridente il contrasto fra la realtà da una parte, i buoni sentimenti e i sogni di improbabili pii pellegrini dall’altra.

Il sindaco ha già dichiarato (almeno così ho letto su The Jerusalem Times , settimanale palestinese) che quest’anno gli unici festeggiamenti per il Natale saranno quelli religiosi. La città non può permettersi altro. Qualche ristorante cerca di coprire l’assenza totale di clienti con un minuscolo alberello di circostanza, il Peace Centre –centro municipale di servizi culturali e turistici- ostenta in atrio un piccolo Babbo Natale.

Se mai qualche pio pellegrino, forse ritenendosi coraggioso (perché così i nostri sciagurati media gli hanno fatto credere), arrivasse a Betlemme con pullman organizzati, nulla saprebbe dell’ingresso difficile in questa città assediata, dove immagini lontanissime di una partoriente costretta a mettere al mondo il suo bambino confinata in una grotta riscaldata da due quadrupedi (le leggende locali dicono che a Betlemme le era stata negata anche l’acqua) sono più significative per capire ciò che oggi accade di quello che le organizzazioni pio-turistiche riescono a creare.

Infatti per entrare a Betlemme (turisti organizzati esclusi) bisogna abbandonare ogni mezzo motorizzato (di regola si tratta di taxi, ma la parola non deve trarre in inganno: sono grandi automobili, vecchissime, che si muovono costantemente di qua e di là di un confine che non coincide con la mitica Linea Verde, ma le è interno come tanti altri), passare lungo un sentiero reso ancor più squallido dall’incombere spettrale dell’insediamento (settlement) di Har Homa, per arrivare a un tunnel coperto il cui passaggio dipende dal cenno di un soldato, cenno affidato all’arbitrio del soldato stesso e concesso in forma assolutamente estranea ad ogni procedura.

Augusta De Piero Quando vado o torno da Gerusalemme devo subire questo passaggio che per me (ed evidentemente non solo per me) è una tortura: infatti è capitato spesso che fossi trattata in modo difforme dai normali palestinesi. Dopo aver dovuto subire in silenzio la vista di inutili, cattive umiliazioni imposte a questa gente (se avessi parlato avrei solo peggiorato la situazione) mi sono sentita dire –e non una sola volta- “Welcome” dal poliziotto o poliziotta di turno, la cui caratteristica primaria sembra l’assenza di professionalità.

Se, riconoscendomi come straniera, mi distinguono dai palestinesi (e questo mi è capitato anche quando ero in compagnia di persone del posto) ciò significa che presupposto oggettivo del loro agire è l’esclusione di un gruppo identificato per la propria appartenenza: e questo, ne siano consapevoli o no, è un principio razzista. Sarebbe bene che qualcuno lo spiegasse alle povere creature che sono state provvedute solo di armi e divise. Credo che, rese cieche dalla paura, che ha un suo tragico fondamento nelle azioni dei kamikaze, non lo capiscano: non sono i naziskin europei, sono qualche cosa d’altro che io non so definire. L’unica cosa che so è che io sono io e rifiuto di essere identificata per l’appartenenza ad una razza.

Credo che ormai sia abbastanza noto il fatto che il “muro” è un progetto inteso non solo ad isolare la Cigiordania, ma anche a cantonizzarla, o meglio a farne una seria di bantustan, così com’era il Sudafrica contro cui Nelson Mandela ha speso buona parte della sua vita, riducendola al 42% del territorio occupato nel 1967, durante la guerra dei “sei giorni”. E la Cisgiordania fatta a pezzi é ben visibile nella prima mappa che viene riportata (Affected Palestinian Population and Localities by the Wall) é tratta dal sito: http://www.stopthewall.org/ .

Augusta De Piero Capire questa situazione in termini generali, per chi non abbia avuto l’opportunità di vedere, credo sia impossibile. L’assedio non è esperienza che faccia parte del vissuto di molti di noi, meglio affidarsi alla concretezza delle mappe e accettare la noia di descrizioni particolari che possono essere esempio di centinaia di altre situazioni simili. Ciò che di più sconvolgente ho scoperto qui, con l’aiuto delle mappe, è che gli ostacoli non si frappongono solo per chi vuole uscire da un territorio isolato e bloccato dai check points, ma anche all’interno del territorio stesso.

Guardando nel sito “stopthewall” , si potranno distinguere chiaramente i nomi di alcuni villaggi a nord-ovest di Betlemme: si tratta di Battir, Husan, Nahallin, cui si può aggiungere Wadi Foqin più ad ovest e non visibile nella mappa. Chi vuole uscire da questi villaggi deve entrare nell’area di Betlemme per il check point di Al Khadr, dove i militari sono presenti solo quando il passaggio è vietato.

Quando il passaggio è aperto la procedura da seguire è la seguente: uscita dal villaggio e possibilità di percorso in taxi (per chi se ne può permettere il pur bassissimo costo) fino a qualche centinaio di metri dal check point, abbandono del taxi per proseguire a piedi lungo una strada che, a meglio significare la situazione di contrasto nella realtà di due

popolazioni che pur vivono gomito a gomito, sfiora la main road che, riservata alla popolazione israeliana e in particolare ai coloni (settlers), scorre veloce da Hebron verso Gerusalemme. La strada per i Palestinesi è una specie di sentiero in terra battuta, dove l’asfalto è stato rimosso, caratterizzata dalla presenza di dossi alzati per impedire il passaggio di qualsiasi mezzo. Ad un certo punto è interrotta da un piccolo fossato che bisognerebbe saltare se qualcuno non avesse creato un passaggio pedonale (un mucchio di sassi sormontati dal vecchio piatto di una doccia).

Ho fatto questo percorso e quando sono arrivata a quel passaggio, meno disagevole del salto del fosso, sono stata presa da un attacco di ilarità. Mi sono ricordata infatti di un’amica israeliana che mi diceva: “Perché questa situazione finisca bisogna che i Palestinesi assumano le loro responsabilità".
In questo passaggio la responsabilità, mia e loro, è transitare veloci, senza inciampare perché le due file di chi va e di chi viene scorrano il più rapidamente possibile e senza intralci. Certamente quando quella signora parlava di responsabilità non pensava a quella, quotidiana, che si assume chi è costretto ad incedere con prudenza sul piatto di una vecchia doccia.

Superato il fosso si arriva alla main road che bisogna attraversare a piedi. Le auto dei coloni scorrono veloci e la vista dei bambini di ritorno da scuola, tutti tesi ad identificare il momento dell’attraversamento sicuro, mi angoscia. Oltre la strada principale il copione si ripete finché è possibile raggiungere l’area dei taxi che portano a Betlemme. Chi volesse andare a Gerusalemme dovrà raggiungere un altro check point. Da quei villaggi (sormontati da un insediamento enorme, dove gli scarichi di nuove fogne, non ancora in attività, incombono su una zona coltivata ad ortaggi che, per ora, non sono ammessi ad alcun mercato e presto verranno sepolti dai liquami) si può uscire anche per una strada rigorosamente pedonalizzata, ma accessibile anche ad automobili.

Il check point è vicino al paese di Beit Jala dove si trova un grande ospedale in territorio riconosciuto come appartenente al governo dell’Autorità Palestinese (è la cosidetta zona A, mentre i villaggi –pur situati nel distretto di Betlemme- fanno parte della zona C, amministrata direttamente da Israele). E una delle tante assurdità sta proprio qui: chi da quei villaggi si reca nell’ospedale di riferimento per il proprio territorio, come quasi tutte le ambulanze a quasi tutti i check points, deve subire la perquisizione dell’ambulanza stessa, che può durare anche a lungo. Episodi di parti ai check point (con danni, a volte irreversibili, per mamma e neonato) sono stati documentati . Sarebbe bello poter dimenticare che anche il re Erode, sovrano fantoccio al servizio degli occupanti, fu uno dei protagonisti di un lontano Natale, ma non ce lo possiamo permettere.
 
Categoria: Muri
Luogo: Israele - Palestina