Fin
dalla nascita dello Stato di Israele, nel 1948, la storia del popolo
palestinese è stata caratterizzata da espropriazioni, campi
profughi e sogni infranti. La vita è risultata tutt’altro
che facile per i rifugiati del campo profughi di Khan Younis, nella
Striscia di Gaza.
Il
racconto. Nel corso di una vita lunga più di cento anni,
una donna ha vissuto più di molti altri. E'
Fatma Mahmoud, che ama narrare a sua nipote gli alti e bassi
di una vita che ha già abbracciato un secolo. La vista le è
calata, ma la sua memoria resta ancora ferrea. In questi giorni, si
trova rinchiusa in un’improvvisata stanza di mattoni del campo
profughi. “Abbiamo perso tutto. Sono nata molto tempo fa, i
Turchi erano già qui. Ricordo quando giunsero gli Inglesi e
anche quando i Turchi vennero costretti a lasciare la Palestina.
Credo di essermi sposata a 20 anni. Ero a casa quando gli Ebrei ci
costrinsero ad andarcene da Jaffa. Penso che avessi 50 anni. Ora come
ora, non vedo la mia città da 60 anni”, racconta Fatma, che
ricorda le strade di Jaffa, i suoi vicini, il giardino e il giorno
che ha cambiato la sua vita e quella di migliaia di Palestinesi.
“Ero
una donna carina – dice l'anziana - vivere a Jaffa era bello e
quando gli Ebrei ci portarono via dalla nostra terra, perdemmo tutto.
Fuggimmo dalla città a piedi, ricordo una marcia che durò
molti giorni”.
L’esodo.
Gli unici oggetti che portò con sé da Jaffa furono
alcuni vecchi vestiti e un contenitore in cui vi erano i soldi
necessari e del pane cotto per i bambini.
Fatma
possiede documenti egiziani e israeliani, che attestano che ha 90
anni. In seguito a una telefonata a sua figlia che vive in Arabia
Saudita, e che resta l’unica ancora in vita, è giunta
conferma che sua mamma è centenaria.
In
seguito all’esodo del 1948, Fatma ha trovato rifugio a Gaza, si è
recata con il marito sul Sinai, in Egitto, dove ha trascorso alcuni
anni e, nel 1975, ha fatto ritorno a Gaza. Il
marito e sei dei suoi figli sono morti. Itidal Ragab, nipote di
Fatma, ha detto: “Mio padre è morto giovane, io avevo tre
anni e mia sorella quattro. Perciò, mia nonna si è
presa cura di noi. Spesso mi dice che avrebbe desiderato avere un
figlio da lui che, quando fosse stata anziana, si sarebbe preso cura
di lei. Starò molto male quando se ne andrà”. Il
tempo ha impresso le sue tracce sul suo fragile corpo, è
cieca, non riesce più a camminare. Il suo viso di Jaffa porta
i segni di un secolo tumultuoso.
Hashem Ahelbarra*