scritto per noi da
Matteo Colombi

“Dalle spiagge di Tripoli alle sale di Montezuma…”. Così comincia l’inno dei
Marines; ricordando le vittorie ottenute dal corpo di spedizione navale americano nell’arco
che va dalla fine del 18° alla fine del 19° secolo.
Una storia ormai centenaria. Costituiti come Arma a parte, che si affianca alla US Navy, alla US Air Force
e alla US Army, la prima spedizione punitiva a cui si riferisce la canzone dei
Marines avvenne nel 18° secolo, nel Mediterraneo, contro i principati pirateschi e musulmani
del Maghreb, da cui la citazione nella canzone di Tripoli, che fu presa a cannonate.
La nazione americana, appena nata, era già guerriera a distanza. Il ritornello
passa poi a Montezuma, riferendosi a una delle molteplici invasioni statunitensi
del Messico, frantumato una volta e umiliato a riprese.
L'elite dell'impero. Corpo imperiale per definizione, i Marines hanno un prestigio sociale enorme nella gerarchia e nel culto della forza che
pervade gli Stati Uniti d’America. La maggior parte dei miei interlocutori, in
Università come altrove, tende a negare o a scandalizzarsi quando suggerisco che
gli Stati Uniti sono un impero, e che hanno una ideologia imperiale e militarista,
e che vi è un impressionante apparato di propaganda e socializzazione a riguardo.
Eppure non è così difficile dimostrare ciò che dico. Darò un esempio lampante
e grottesco nel contempo.
Spot natalizio. Adesso che siamo sotto Natale, in televisione uno spot ricorrente raffigura
un salone coi pavimenti di marmo, le luci soffuse illuminano la sala e suggeriscono
l’impressione che sia un palazzo del potere americano: prestigio, potere e serenità.
In questa scena si addentra una bambina di pelle bianca. In fondo al salone, davanti
a una porta, un
marine in alta uniforme, anch’egli bianco, è di guardia. La bambina si avvicina lentamente
al soldato. Egli è vestito di tutto punto, immobile, con la mascella maschia e
lo sguardo intenso e fisso nella distanza, la spada inguainata che gli pende dalla
cintura, le mani inerti e ritte ai lati delle gambe, avvolte nel velluto dei guanti
bianchi, immacolati.
Il soldato e la bambina. La bimba gli chiede: “Do you know Santa Claus?”, conosci Babbo Natale? In mano tiene un foglio di carta ripiegato, la sua letterina
di Natale, con la lista dei regali che vorrebbe. Il marine tutto d’un pezzo non fa una smorfia, non sorride, continua a guardare davanti
a sé; ma la sua mano vellutata, bianca come la neve, si flette in maniera esplicita,
anche se misurata, per invitare la bimba a consegnare la lista dei desideri. La
piccola, certa di un buon esito, gli sorride e gli consegna la lettera.
Giochi per i bambini. Lo spot finisce, ricordandoci che i Marines partecipano alla campagna Toys for Tots, “regali per bambini”, raccogliendo donazioni e doni per poi consegnare il
tutto a famiglie bisognose (selezionate in maniera non ben specificata).
I valori che contano. Questo spot agisce su una serie di codici culturali: vi è una tematica razziale,
mista a una di genere, ove la bambina bianca (inerme dunque perché giovane, femmina
e bianca) si rivolge al protettore (tale in quanto maschio bianco armato), e gli
chiede di essere qualcosa di più che un guerriero, gli chiede di intercedere presso
Babbo Natale, di farsi da tramite tra il mondo reale dei bimbi e quello immaginario.
Christ-mas, Natale, festa cristiana, già svuotata, riversata addosso a un Santa Claus panciuto,
che ha perso la memoria di essere San Nicola, si trova adesso come intermediario
ulteriore un uomo dai guanti di velluto bianco e con la spada al fianco, la cui
professione è quella di uccidere, di sporcarsi le mani di sangue. Per lo più il
lavoro dei Marines, fra tutti i soldati americani, è quello di uccidere in terre altrui, essendo
per definizione un corpo di conquista.
Populismo militarista. Una bambina bianca e un uomo nero armato stonerebbero per l’audience, che è
l’obiettivo primario di questo spot. Il nazionalismo a stelle e strisce rimane
comunque a compartimenti stagni. Probabilmente esistono versioni “colorate” dello
stesso spot. Cruciale rimane questo assurdo collage tra la guerra e il Natale,
fra la giovialità di un Babbo Natale immaginato, e lo sguardo ariano e impassibile
del
marine. Tra la festa cristiana e lo strumento di violenza dello Stato americano sugli
stranieri che sempre sono in agguato. Vi è una buona parola per tutto ciò: populismo
militarista.
Urgono rinforzi. Paradossalmente, la tradizionale partecipazione dei Marines a questa opera di beneficenza è in crisi, come hanno riportato i mass media
di Chicago (vedi WGN Channel 9). Un marine, attorniato da giocattoli vari, ha fatto un appello alla popolazione: avendo
inviato così tanti marines in Iraq, l’Arma non ha forze sufficienti allo smistamento dei giochi già donati.
Si cercano volontari tra la popolazione per assistere gli eroi di Falluja nell’adempiere
al loro ruolo natalizio. Alla fine il menare le mani si è messo di traverso all’obiettivo
di dare una mano. Si teme che i giochi non vengano consegnati in tempo.
La soluzione alternativa. Si potrebbero sempre mandare in Iraq, vorrei suggerire. Anzi, mandate giochi,
e quaderni, e matite, restituite i miliardi di dollari di fondi rubati, e riprendetevi
i soldati. Riportate i marines nelle loro caserme, e metteteli davvero a fare i lavori socialmente utili, non
una settimana, ma un anno intero.