In Helmand è cominciata la raccolta dell'oppio, e il governo afgano aiuta i coltivatori
In Afghanistan è iniziata la raccolta dell’oppio. Nella
provincia di Helmand – dove si concentrano il 40 percento delle piantagioni di
papavero dell’Afghanistan – le eccezionali piogge primaverili lasciano
prevedere un raccolto da record, con produttività che raggiungono i 150 chili
di oppio a ettaro.
Un'annata
particolare. Questa sovrapproduzione, da una parte sta facendo crollare i
prezzi di mercato, scesi dagli oltre 100 dollari al chilo della scorsa stagione
a 80-90 dollari. Dall’altra ha fatto aumentare la richiesta di braccianti nei
campi, necessari a completare l’inatteso raccolto prima che il caldo secchi i
papaveri. A questo va aggiunto un terzo fattore: a differenza dell’anno scorso,
ora i talebani controllano gran parte della provincia e in molti distretti i
combattimenti e i bombardamenti sono quotidiani. Le tre cose insieme hanno determinato
un conflitto economico tra proprietari delle terre e lavoranti stagionali, che
quest’anno hanno una maggior forza contrattuale rispetto ai datori di lavoro e
che
quindi non si accontentano più dei miseri salari degli anni passati.
La rivolta degli stagionali. “Gli anni scorsi mendicavamo il lavoro
e ci accontentavamo di venire pagati con un decimo, un quindicesimo dell’oppio
che raccoglievamo”, dice Abdul Jamil, uno delle migliaia di stagionali
provenienti da tutto il paese che in questi giorni hanno invaso Lashkargah. “Ma
quest’anno la situazione è capovolta: sono i proprietari delle terre ad avere
disperato bisogno delle nostre braccia per non perdere i raccolti. E inoltre
dobbiamo rischiare, lavorando in zone controllate dai talebani. Quindi ci siamo
uniti e abbiamo chiesto di essere pagati molto di più: abbiamo chiesto la metà
del raccolto minacciando di scioperare, ma i padroni hanno protestato con il
governatore, hanno chiesto il suo intervento e alla fine ci siamo accordati per
un quarto”.
Incredibile ma vero. Le autorità governative che in
Occidente crediamo impegnate nella lotta alla piaga dell’oppio, in realtà
fungono da intermediari “sindacali” tra coltivatori e raccoglitori per fissare
il giusto prezzo della manodopera.
La mediazione del
governo. Domenica 8 aprile – la stessa in cui i talebani hanno sgozzato Ajmal
Nashkbandi, l’interprete di Mastrogiacomo – i braccianti hanno minacciato uno
sciopero salariale.
I proprietari dei campi, messi alle strette, hanno deciso di
chiedere l’aiuto del governo. Un centinaio di coltivatori d’oppio hanno
inscenato una manifestazione di protesta nel centro di Lashkargah, davanti al
palazzo del governatore, per chiedere che intervenisse nella disputa. “Abbiamo
speso tutti i nostri soldi per crescere l’oppio e ora il governo ha il dovere
di aiutarci a trattare con i braccianti, sennò rischiamo di perdere i
raccolti”, dichiarava quel giorno un proprietario terriero a un giornalista
dell’
Institute
for War and Peace Reporting.
Il governatore di Helmand, Asadullah Wafa, ha immediatamente
risposto all’appello, fissando un tetto salariale massimo per gli stagionali a
un quinto dell’oppio da essi raccolto. Un compromesso che ha soddisfatto i
coltivatori e, a quanto pare, anche i braccianti, tornati al lavoro nei campi.