Una ragazza di 26 anni, bruciata viva, è l'ultima vittima di un conflitto che negli ultimi tre anni ha già causato
più di duemila morti nelle tre regioni meridionali della Thailandia di Yala, Pattani
e Narathiwat. La brutale uccisione di Watcharaporn Boonmark rischia di inasprire
gli animi tra la maggioranza musulmana locale e la minoranza buddista.
Fiamme.
La ragazza buddista stava viaggiando sul proprio motociclo nei pressi
del villaggio
di Yala quando uomini armati le hanno teso un'imboscata. Un ufficiale
di polizia
ha descritto così la dinamica dell'avvenimento: "Le hanno sparato allo
stomaco
prima di dare fuoco a lei e al suo motorino". La scena diventa ancora
più agghiacciante tenendo conto delle dichiarazioni di un parente
della ragazza che riferisce
che "Watcharaporn urlava e strisciava lungo la strada per chiedere
aiuto, ma nessuno
ha osato rispondere per paura di rappresaglie". Un altro ufficiale di
polizia
che ha assistito all'orribile scena ha dichiarato "è la cosa più
crudele e brutale
che abbia mai visto". Gli abitanti delle regioni meridionali
della Thailandia sono ormai rassegnati ai violenti attacchi
ad opera dei ribelli islamici: questo episodio sembra però davvero aver
varcato
un limite proprio perchè avvenuto nel giorno della visita a Yala del
generale, reggente del governo provissorio, Sonthi Boonyaratglin.
Indignati.
Circa duecento buddisti hanno trasportato il cadavere bruciato della
ragazza
su una barella d'ospedale davanti alla sala provinciale dove Sonthi
stava tenendo
una riunione con i leader musulmani locali. Un cartello di protesta
recava la
scritta "Decapitati o bruciati vivi, ma nessuno è arrestato". Il
generale, il
primo di religione musulmana in un paese di tradizione buddista,
dopo il colpo di stato di settembre, invocato da molti come una
liberazione,
sta ultimamente fronteggiando da più parti numerosi malcontenti.
Riportare la
stabilità nelle regioni musulmane del sud è uno degli obiettivi
dichiarati del
governo provvisorio: negli ultimi sei mesi sì è però solo assistito a
un intensificamento
delle operazioni terroristiche dei gruppi dei separatisti
islamici. Sonthi è uscito dall'edificio e ha cercato di calmare i
manifestanti dichiarando:
“Prometto che faremo tutto il possibile per proteggere al meglio
i nostri villaggi”. Rivolto alla popolazione buddista
indignata ha poi aggiunto: “Non cadete nel tranello dei ribelli
separatisti che
cercano di instillare la paura per provocare una guerra tra buddisti e
musulmani”.
Bersagli casuali.
La tattica adottata da questi ribelli non fa distinzioni religiose:
l'obiettivo
non sono solo le comunità buddiste. Nei giorni scorsi il bersaglio di
un attentato
è stata una moschea della provincia di Yala: nell'incidente sono
rimaste ferite
16 persone. Un portavoce dell'esercito ha commentato così l'accaduto:
“Gli insorti
vogliono spaventare i musulmani disponibili a a collaborare con le
autorità per
fermare le violenze”. Un'esplosione nell'affollato mercato di
Yala fa invece temere una possibile
escalation negli scontri dato che in questi giorni si festeggia il
capodanno buddista.
L'indipendentismo islamico non è mai stato rivendicato come il
motivo per cui questi ribelli agiscono: la situazione appare del
tutto anarchica e a intervenire sono alternativamente
l'esercito, la polizia locale e addirittura i cittadini in prima
persona. L'unico
modo che le comunità buddiste hanno per difendersi è quello di
organizzarsi in
gruppi volontari di difesa armata. Un gruppo di buddisti nei giorni
scorsi ha
ucciso quattro musulmani dopo un litigio. Il portavoce dell'esercito
Acra Tiproch
non solo non ha condannato l'accaduto ma al contrario ha giustificato
le azioni
dei buddisti: "Hanno agito per legittima difesa”. Nel caos della
Thailandia per ora sta vincendo solo la violenza, indiscriminata.