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Missionaria
cristiana forlivese, visse per oltretrent'anni fra i Somali nel
Nord-Est del Kenya e in Somalia. Morì in un attentato a Borama il 5
Ottobre 2003. Le circostanze della morte non sono mai state chiarite.
Annalena non ha mai amato parlare di sé, ha vissuto in silenzio la
radicalità evangelica per trentacinque anni in terra musulmana. Al
pressante invito del Vaticano in occasione di un convegno sul
volontariato (30 Novembre 2001) ha risposto con una bellissima e
toccante testimonianza.
Annalena iniziò la sua attività missionaria come insegnante in Kenia.
Nel 1976 cominciò ad accogliere i primi malati, intuendo che un nomade
non poteva resistere per i 12-18 mesi di trattamento antitubercolare
dentro i muri di un ospedale. Ideò perciò un centro di trattamento
all’aria aperta, un ospedale-villaggio di capanne, simile a quello dei
beduini quando sostano nelle oasi, con un quadrato di sabbia recintato
da bacchetti come moschea, alcune tettoie per scuole di
alfabetizzazione e di Corano. Lo chiamò Villaggio nel nome di Allah clemente e misericordioso,
riprendendo così la costante invocazione del fedele musulmano
all’inizio e al termine di ogni azione. Quando le fu chiesto di guidare
un progetto pilota dell'OMS per la cura della tubercolosi in mezzo ai
nomadi, Annalena invitò i nomadi a fermarsi in un pezzo di deserto di
fronte al Rehabilitation Centre for the Disabled, che era anche l’abitazione della sua piccola comunità. Fu chiamato Casa della gioia.
Accoglievano piccoli e grandi disabili: poliomielitici, ciechi,
sordomuti, deformi, epilettici, malati di mente. Li andavano cercare
fin nel cuore della boscaglia, nelle misere e torride capanne dove
erano tenuti segregati; li portavano al centro dove ricevevano amore,
cure, cibo, riabilitazione, scuola.
Annalena
era consapevole che la cultura non è solo liberazione dall’ignoranza o
dalla solitudine, ma è anche l’unica possibilità di entrare in
un’esistenza che non conosce confini di razze, di credo, di culture.
Quando nel 1970 iniziò ad insegnare nella scuola superiore di Wajir,
chiese subito per i suoi studenti musulmani il Corano in inglese,
perché potessero capire il senso di quelle sure imparate a memoria, sin
dai primi anni di vita, in una lingua araba a loro totalmente
sconosciuta. Iniziando a curare i primi malati di tisi, creò nel
contempo scuole di alfabetizzazione, di inglese e di religione. E così
fece in tutti i altri posti dove la portarono le drammatiche vicende
della guerra civile.
Il suo impegno fu decisivo anche per sventare un tentativo di
genocidio. A Wajir-Kenya, venerdì 10 Febbraio 1984, era scattato un
attacco militare per sterminare l’intera tribù dei Degodia (oltre
50.000 uomini). Nella notte camion militari prelevarono dalle capanne
tutti gli uomini, compresi ragazzini e vecchi. I prigionieri furono
portati a Wagalla, a poche miglia da Wajir, all’interno di un aeroporto
militare in disuso, dove furono rinchiusi per quattro giorni e quattro
notti, senza cibo né acqua. Non si seppe nulla dell’accaduto sino al
lunedì, quando giunse al villaggio un uomo ferito che raccontò le
atrocità dei militari. Avevano gettato benzina addosso ai prigionieri
che rifiutavano di togliersi gli abiti e li avevano incendiati. Alcuni
furono fatti stendere a terra e su di loro avevano marciato i militari
con scarponi chiodati, colpendoli con i fucili e le pietre. La domenica
furono fatti ammassare gli uni sugli altri: molti morirono asfissiati,
altri tentarono di fuggire sotto i colpi di feroci sparatorie. Il
martedì li fecero risalire sui camion per disperderli nella boscaglia,
lontani dai pozzi e dalle piste. Incurante delle minacce della polizia,
Annalena salì sulla Toyota su cui era dipinta una grande croce rossa,
affittò due camion e si addentrò nel deserto, per soccorrere i
superstiti e recuperare i morti. Un somalo fotografò montagne di
cadaveri, le foto furono inviate ad Amnesty International e alle
ambasciate occidentali. Sotto la minaccia di una sospensione
degli aiuti e dei rapporti internazionali, il governo degradò i capi
dell’operazione, che si arrestò a circa un migliaio di morti.
Bisognava però eliminare una scomoda testimone: dopo un anno di
interrogatori, indagini e varie imboscate, Annalena venne espulsa dal
Kenya. Negli ultimi sette annidella sua vita visse a Borama, nel
Nord-Ovest della Somalia, dove riattivò un ospedale e un ambulatorio
per la cura e la prevenzione della tubercolosi. Aprì scuole di
alfabetizzazione per bambini e adulti tisici, corsi di istruzione
sanitaria per il personale paramedico e una scuola per bambini
sordomuti e handicappati fisici.
L'OMS le forniva i medicinali essenziali. Con l’aiuto di alcuni amici e del Comitato per la lotta contro la fame nel mondo
di Forlì, provvedeva al mantenimento della struttura. Annalena credeva
nel dialogo fra le religioni, e già nel 1993 mise in guardia dal
fondamentalismo. Pur consapevole dei pericoli che questo comportava,
lei non si arrendeva. Ma la sua era una scommessa sui tempi lunghi, su
una presenza fedele e discreta, nel segno del come loro. Trent'anni
trascorsi tra i somali le guadagnarono il rispetto e l’affetto dei
musulmani. La sua tenace dimostrazione di amore gratuito, capace di
perdonare anche chi aveva tentato di ammazzarla, fece breccia nel cuore
di tante persone che l’accostarono. Solo in questa luce si può capire
come mai donne musulmane avessero accettato che una straniera (per di
più cristiana) insegnasse loro come liberarsi da una pratica tanto
antica quanto disumana, come quella delle mutilazioni genitali. A
penetrare in profondità il segreto di questa donna umile fu un vecchio
capo musulmano: “Noi musulmani abbiamo la fede”, le confidò una volta,
“voi l'amore”.