Gli attentati di ieri in Algeria fanno temere il ritorno della violenza degli anni Novanta
Questi giorni, dopo un lungo periodo di
silenzio, il Maghreb ritorna a far parlare di sè. Prima l'Algeria, poi il Marocco,
poi la
Tunisia, poi ieri di nuovo l'Algeria. I fatti che hanno attirato
l'attenzione della stampa internazionale, ovviamente, sono fatti di
sangue: attentati e scontri armati. I protagonisti assoluti di queste
notizie sembrano essere, per la prima volta, non più dei
gruppi isolati ma membri di una rete unica che si fa chiamare:
"al-Qaeda fi bilad al-Maghrib", cioè "Al Qaeda
nel paese del Maghreb".
Un Paese con il fiato sospeso. Gli
attentati che hanno scosso quasi contemporaneamente il Centro
(Palazzo del governo) e la periferia (uno dei più grandi
raggruppamenti dei servizi di sicurezza adibiti alla lotta contro il
terrorismo nella calda pianura della Mitigia), hanno causato
ufficialmente una trentina di morti e centinaia di feriti. In
Algeria, come altrove, la parola "ufficialmente" si legge:
in realtà sono molti di più. Cosa vuol dire questa
ondata di violenza che attraversa la regione da Ovest a Est? Che
strategie ci sono dietro? Cosa si vuole fare? Queste adesso sono le
domande della popolazione civile, riprese dalla stampa locale.
In Algeria particolarmente, la gente è
sotto choc. Non sono lontani gli anni Novanta, con i loro cortei di
bombe e massacri. La gente teme il ritorno di quei giorni. Algeri
stamattina (il giovedì essendo, come il sabato in Italia, il
primo giorno del fine settmana, di solito molto animato) era
silenziosa e vuota. Pochissime le macchine. Il traffico, di solito
densissimo, è fluido. La gente, silenziosa e mite, vaga
per le strade evitando di guardarsi. Si teme una deriva "all'irachena",
si dice ovunque. Cioè il passaggio da una strategia di
guerriglia ad una di terrorismo urbano a base di attentati suicidi. L'esercito
è in questo momento
impegnato in una vastissima operazione di rastrellamento nelle
foreste della provincia di Begiaia (200 km a est di Algeri). Sembra
siano circondati vari capi del Gspc (Gruppo Salafita per la Predica e
il Combattimento), ultimo superstite dell'era dei Gia (Gruppi
Islamici Armati).
Quale scenario? Queste
operazioni, pericolose e spettacolari nello stesso tempo, sono un
modo di allontanare l'attenzione dai gruppi circondati, oppure è
il segno della fine di un'era e dell'inizio di un'altra? Questa è
la domanda che tormenta gli osservatori del fenomeno. Questa riorganizzazione
spettacolare
del fenomeno integralista armato nel Maghreb, porta la stampa
algerina, specie nella sua ala detta "sradicatrice" (cioè
sostenitrice di uno sradicamento totale del fenomeno integralista in
Algeria) a sfoderare le sue accuse classiche contro il governo di
Abdelaziz Bouteflika. Già verso la fine degli anni Novanta,
quando il presidente aveva iniziato la sua politica detta della
concordia civile, queste testate paventavano il pericolo, in caso di
tregua nella lotta alle reti terroristiche, di una loro
riorganizzazione nei quartieri poveri e nelle campagne più
emarginate. E sembra che il tempo gli abbia dato ragione.
Dietro i paraventi. Resta il
fatto che né gli "sradicatori" né i
sostenitori della "concordia" abbiano mai proposto un
piano politico di uscita dalla crisi profonda che vive tutta la
regione. Si tratta solo di polemiche sul continuare la politica della
repressione pesante o se negoziare un "cessate il fuoco"
tra parti armate, cercando, come è stato fatto con l'ultima
legge detta della "Riconciliazione Nazionale", di
allontanare qualsiasi tipo di indagini sulle origini e sugli
esecutori e mandanti delle stragi degli anni Novanta. Mettendo così
in salvo sia i capi integralisti che i capi militari. L'apparizione di questa
nuova Sigla,
"al-Qaeda in Maghreb", è solo un risultato di quella
tregua o è la ripercussione di problemi globali, che oggi si
cristallizzano anche in Nordafrica? La storia (forse sì, forse no)
un giorno stabilirà i legami. Al-Qaeda, comunque (un pòcome
la Nike) è un puro prodotto di marketing. Soltanto un marchio
senza fabbrica. Dentro il marchio si può nascondere di tutto e
di più.
Karim Metref*