Una ricerca statistica mostra un quadro preoccupante della condizione femminile in Albania
Scritto
per noi da
Marjola Rukaj*
Da
molti anni in Albania la stampa pullula di messaggi che spronano il
femminismo a far sentire la propria presenza nella società
albanese. Negli anni del comunismo la stampa rapportava puntualmente
delle conquiste al femminile, mentre negli anni post-comunisti non si
cessa di denunciare il regresso socio-economico della donna albanese.
Pare infatti che le donne vivano in condizioni molto svantaggiate
rispetto agli uomini e che la situazione abbia subito un notevole
peggioramento dagli anni Novanta in poi.
Poche e
sottopagate. Secondo uno studio svolto di recente dall'
Instat, l'istituto albanese di statistica,
risulta che
per ogni 100 uomini in età da lavoro ne siano disoccupati 30,
mentre per 100 donne a essere disoccupate sono ben 53. Riferendosi ai
rapporti degli ultimi anni, è dal 1995 che è venuto a
crearsi un notevole dislivello tra la condizione lavorativa degli
uomini e quella delle donne. Ha preso piede una vera e propria
discriminazione che vede le donne in posizioni nettamente inferiori
rispetto agli uomini. E’ sconcertante infatti il dislivello
riguardo alla remunerazione, dove risulta che le donne albanesi
recepiscono un reddito pari al 65 percento di quello che guadagnano
gli uomini che hanno il medesimo profilo professionale. Non si ha
neanche traccia di un miglioramento proporzionale all’età.
Esistono però dei settori che sono tradizionalmente femminili,
è sono per lo più l’istruzione e la sanità
dove, nonostante le donne costituiscano rispettivamente il 66,6 e il
79 percento del personale, solo raramente capita di trovarle in
posizioni di responsabilità. Risulta in totale che solo il 46
percento delle donne albanesi abbia un lavoro: le altre si dichiarano
disoccupata o addirittura hanno rinunciato a cercare un lavoro.
Il quotidiano albanese
Shekulli ha pubblicato l’intervista di un tipico caso di
disoccupazione al femminile in Albania. A parlare è una
ragazza di 29 anni, laureatasi a pieni voti in Geologia
all’Università di Tirana, che però, pur avendo
terminato il corso di studi in tempo e con un ottimo curriculum, non
è riuscita a crearsi un’esperienza lavorativa nel proprio
campo. “Ho lavorato solo come commessa o lavori del genere, poco
stimolanti e miseramente pagati – dice al quotidiano albanese Jola
Gjoni – ho cercato lavoro nel mio campo e settori simili, ho
consegnato curricula dappertutto ma non ho mai ricevuto una risposta
positiva”. In fine afferma che non le rimane altra prospettiva che
l’emigrazione, aggiungendosi così alla fuga di cervelli che
preoccupa sempre più l' Albania.
Il mondo della
politica discrimina. Dopo le elezioni amministrative del 18
febbraio, in Albania è venuto allo scoperto l’assenza delle
donne in politica. Le ultime elezioni, infatti, hanno segnato la
minore presenza femminile che si sia mai avuta negli ultimi anni,
tanto che le donne hanno svolto per lo più il ruolo di
portavoce dei partiti o di funzionarie secondarie. Così a
venire elette nelle ultime elezioni a livello nazionale sono state
solo 2 di loro. Anche in parlamento la presenza femminile è
esigua: appena il 7.1 percento dei deputati sono donne, facendo
dell’Albania il paese dalla politica meno al femminile dei Balcani.
Si nota almeno una tendenza positiva a far partecipare sempre più
donne negli enti del governo regionale, dove si ha anche una maggiore
facilità a raggiungere posti di responsabilità. Eppure
l’emendamento 73 della costituzione albanese stabilisce che un
terzo del potere locale sia riservato alle donne. Non sono però
previste quote anche per il potere centrale, nonostante l’Albania
abbia ratificato la Convezione per l’eliminazione di ogni
discriminazione nei confronti delle donne, e abbia anche messo
appunto un codice etico, firmato da tutti i partiti albanesi, dove si
incoraggia la partecipazione femminile in politica. Dopo le ultime
elezioni l’Albania è stata criticata dalle Nazioni Unite per
la mancata implementazione delle politiche per l’integrazione
politica delle donne.
In
molti si chiedono a cosa sia dovuto un tale dislivello tra la
condizione maschile e quella femminile nel Paese, dato che il livello
d’istruzione delle donne in Albania è notevolmente superiore
a quello degli uomini. Nelle università albanesi le donne sono
molto più numerose e più perseveranti degli uomini e i
risultati di studio delle donne sono da sempre superiori a quelli
degli uomini. Secondo i sociologi si ha a che fare indubbiamente con
un 'maschilismo balcanico' che vede le donne vicino al focolare ad
accudire figli e a occuparsi delle faccende domestiche, che inculca
un senso di tacita ammissione della propria inferiorità
persino nelle donne stesse. Però vanno considerati una serie
di fattori che hanno cambiato la società albanese negli anni
Novanta: durante il comunismo si ebbe una notevole emancipazione
femminile, tanto che vi è chi lo considera come il maggiore
vantaggio del regime di Hoxha. Altri dicono che la donna si sia
trovata a gestire un sovraccarico d'impegni durante il comunismo,
visto che si trovò a essere, oltre che il fulcro
dell’andamento della famiglia, anche una lavoratrice sfruttata in
un sistema spietato. Comunque sia, durante il comunismo si riuscì
a costruire una donna emancipata e indipendente.
Crollo
del comunismo e crisi del ruolo della donna. Dopo il crollo del
comunismo l’Albania cadde in balia di una serie di trasformazioni
socio-economiche che stravolsero la società. Sin dai primi
anni Novanta, ebbe inizio una privatizzazione selvaggia, che portò
alla disoccupazione una parte cospicua della popolazione che prima si
trovava alle dipendenze dello stato. Molte imprese statali chiusero o
cambiarono radicalmente attività. Per anni il mondo del lavoro
non ha rispettato alcun principio di diritto sindacale. I più
adatti a sopravvivere in un tale sistema sono stati gli uomini,
mentre la società subiva una notevole crisi di valori, e una
maschilizzazione accelerata. Tutto ciò ha comportato
l’eclissarsi della donna e il suo ritorno nel ruolo tradizionale,
trovando nella dipendenza famigliare una sicurezza sociale. Un’altro
fattore che ha contribuito notevolmente all’aumento della
disoccupazione femminile è stata la migrazione interna che ha
fortemente caratterizzato l’Albania in questi anni. I sociologi
affermano che le donne provenienti da ambienti rurali sono spesso
poco preparate per un’assunzione in città, diventando in
questo modo inevitabilmente delle disoccupate, o delle casalinghe.
E' comunque evidente,
qualunque sia la causa di questo arretramento, la mancanza di
politiche di emancipazione del governo. Vi sono molte donne che
desiderano intraprendere delle proprie attività, ma non
vengono in alcun modo sostenute, rischiando di perdersi nei meandri
della burocrazia albanese per poi trovarsi a rinunciare al proprio
progetto. Flutura Xhabija, la presidentessa dell’Associazione delle
donne imprenditrici albanesi, non ha esitato a definire l’Albania
“il paese balcanico che meno sostiene l’impresa al femminile,
tanto che non esiste neanche un sistema di credito facilitato come
altrove”. La situazione delle donne non può che definirsi
preoccupante. Moikom Zeqo, archeologo, etnologo e antropologo albanese ha detto:
“E’ assurdo
vedere una tale inferiorità della donna, proprio nel paese
dove le donne avevano il diritto di parificarsi agli uomini anche
secondo il diritto tradizionale delle montagne, persino nei tempi più
oscuri, quando il maschilismo era l’unico a dettare legge”.