13/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Una ricerca statistica mostra un quadro preoccupante della condizione femminile in Albania
Scritto per noi da
Marjola Rukaj*

Da molti anni in Albania la stampa pullula di messaggi che spronano il femminismo a far sentire la propria presenza nella società albanese. Negli anni del comunismo la stampa rapportava puntualmente delle conquiste al femminile, mentre negli anni post-comunisti non si cessa di denunciare il regresso socio-economico della donna albanese. Pare infatti che le donne vivano in condizioni molto svantaggiate rispetto agli uomini e che la situazione abbia subito un notevole peggioramento dagli anni Novanta in poi.
 
Poche e sottopagate. Secondo uno studio svolto di recente dall'Instat, l'istituto albanese di statistica,
risulta che per ogni 100 uomini in età da lavoro ne siano disoccupati 30, mentre per 100 donne a essere disoccupate sono ben 53. Riferendosi ai rapporti degli ultimi anni, è dal 1995 che è venuto a crearsi un notevole dislivello tra la condizione lavorativa degli uomini e quella delle donne. Ha preso piede una vera e propria discriminazione che vede le donne in posizioni nettamente inferiori rispetto agli uomini. E’ sconcertante infatti il dislivello riguardo alla remunerazione, dove risulta che le donne albanesi recepiscono un reddito pari al 65 percento di quello che guadagnano gli uomini che hanno il medesimo profilo professionale. Non si ha neanche traccia di un miglioramento proporzionale all’età. Esistono però dei settori che sono tradizionalmente femminili, è sono per lo più l’istruzione e la sanità dove, nonostante le donne costituiscano rispettivamente il 66,6 e il 79 percento del personale, solo raramente capita di trovarle in posizioni di responsabilità. Risulta in totale che solo il 46 percento delle donne albanesi abbia un lavoro: le altre si dichiarano disoccupata o addirittura hanno rinunciato a cercare un lavoro.
Il quotidiano albanese Shekulli ha pubblicato l’intervista di un tipico caso di disoccupazione al femminile in Albania. A parlare è una ragazza di 29 anni, laureatasi a pieni voti in Geologia all’Università di Tirana, che però, pur avendo terminato il corso di studi in tempo e con un ottimo curriculum, non è riuscita a crearsi un’esperienza lavorativa nel proprio campo. “Ho lavorato solo come commessa o lavori del genere, poco stimolanti e miseramente pagati – dice al quotidiano albanese Jola Gjoni – ho cercato lavoro nel mio campo e settori simili, ho consegnato curricula dappertutto ma non ho mai ricevuto una risposta positiva”. In fine afferma che non le rimane altra prospettiva che l’emigrazione, aggiungendosi così alla fuga di cervelli che preoccupa sempre più l' Albania.
 
Il mondo della politica discrimina. Dopo le elezioni amministrative del 18 febbraio, in Albania è venuto allo scoperto l’assenza delle donne in politica. Le ultime elezioni, infatti, hanno segnato la minore presenza femminile che si sia mai avuta negli ultimi anni, tanto che le donne hanno svolto per lo più il ruolo di portavoce dei partiti o di funzionarie secondarie. Così a venire elette nelle ultime elezioni a livello nazionale sono state solo 2 di loro. Anche in parlamento la presenza femminile è esigua: appena il 7.1 percento dei deputati sono donne, facendo dell’Albania il paese dalla politica meno al femminile dei Balcani. Si nota almeno una tendenza positiva a far partecipare sempre più donne negli enti del governo regionale, dove si ha anche una maggiore facilità a raggiungere posti di responsabilità. Eppure l’emendamento 73 della costituzione albanese stabilisce che un terzo del potere locale sia riservato alle donne. Non sono però previste quote anche per il potere centrale, nonostante l’Albania abbia ratificato la Convezione per l’eliminazione di ogni discriminazione nei confronti delle donne, e abbia anche messo appunto un codice etico, firmato da tutti i partiti albanesi, dove si incoraggia la partecipazione femminile in politica. Dopo le ultime elezioni l’Albania è stata criticata dalle Nazioni Unite per la mancata implementazione delle politiche per l’integrazione politica delle donne.
In molti si chiedono a cosa sia dovuto un tale dislivello tra la condizione maschile e quella femminile nel Paese, dato che il livello d’istruzione delle donne in Albania è notevolmente superiore a quello degli uomini. Nelle università albanesi le donne sono molto più numerose e più perseveranti degli uomini e i risultati di studio delle donne sono da sempre superiori a quelli degli uomini. Secondo i sociologi si ha a che fare indubbiamente con un 'maschilismo balcanico' che vede le donne vicino al focolare ad accudire figli e a occuparsi delle faccende domestiche, che inculca un senso di tacita ammissione della propria inferiorità persino nelle donne stesse. Però vanno considerati una serie di fattori che hanno cambiato la società albanese negli anni Novanta: durante il comunismo si ebbe una notevole emancipazione femminile, tanto che vi è chi lo considera come il maggiore vantaggio del regime di Hoxha. Altri dicono che la donna si sia trovata a gestire un sovraccarico d'impegni durante il comunismo, visto che si trovò a essere, oltre che il fulcro dell’andamento della famiglia, anche una lavoratrice sfruttata in un sistema spietato. Comunque sia, durante il comunismo si riuscì a costruire una donna emancipata e indipendente.

Crollo del comunismo e crisi del ruolo della donna. Dopo il crollo del comunismo l’Albania cadde in balia di una serie di trasformazioni socio-economiche che stravolsero la società. Sin dai primi anni Novanta, ebbe inizio una privatizzazione selvaggia, che portò alla disoccupazione una parte cospicua della popolazione che prima si trovava alle dipendenze dello stato. Molte imprese statali chiusero o cambiarono radicalmente attività. Per anni il mondo del lavoro non ha rispettato alcun principio di diritto sindacale. I più adatti a sopravvivere in un tale sistema sono stati gli uomini, mentre la società subiva una notevole crisi di valori, e una maschilizzazione accelerata. Tutto ciò ha comportato l’eclissarsi della donna e il suo ritorno nel ruolo tradizionale, trovando nella dipendenza famigliare una sicurezza sociale. Un’altro fattore che ha contribuito notevolmente all’aumento della disoccupazione femminile è stata la migrazione interna che ha fortemente caratterizzato l’Albania in questi anni. I sociologi affermano che le donne provenienti da ambienti rurali sono spesso poco preparate per un’assunzione in città, diventando in questo modo inevitabilmente delle disoccupate, o delle casalinghe.
E' comunque evidente, qualunque sia la causa di questo arretramento, la mancanza di politiche di emancipazione del governo. Vi sono molte donne che desiderano intraprendere delle proprie attività, ma non vengono in alcun modo sostenute, rischiando di perdersi nei meandri della burocrazia albanese per poi trovarsi a rinunciare al proprio progetto. Flutura Xhabija, la presidentessa dell’Associazione delle donne imprenditrici albanesi, non ha esitato a definire l’Albania “il paese balcanico che meno sostiene l’impresa al femminile, tanto che non esiste neanche un sistema di credito facilitato come altrove”. La situazione delle donne non può che definirsi preoccupante. Moikom Zeqo, archeologo, etnologo e antropologo albanese ha detto: “E’ assurdo vedere una tale inferiorità della donna, proprio nel paese dove le donne avevano il diritto di parificarsi agli uomini anche secondo il diritto tradizionale delle montagne, persino nei tempi più oscuri, quando il maschilismo era l’unico a dettare legge”.
 
Parole chiave: marjola rukaj, albania, donne albanesi, enver hoxha
Categoria: Diritti, Donne
Luogo: Albania