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La testimonianza. “Venerdi
notte uno dei ragazzi a cui ero più legata è stato
assassinato. È Alessandro, il compagno di Anapaola, la quale venerdi mattina alle
7 mi
ha
chiamata disperata per dirmi che era stato ucciso dai banditi della
fazione di narcotraffico rivale. Nella notte avevano tentato di
invadere la favela per occuparla e gestire il traffico di droga. Sono
corsa subito da lei”. A raccontare cosa significhi vivere a Rio,
cosa vogliano dire le nude cifre, cosa provi la gente a dover
scavalcare cadaveri per strada ogni singolo giorno, è
Roberta, una psicologa italiana che da tre anni vive in una delle
centinaia di favelas di Rio, lavorando al recupero dei ragazzi di
strada.
“Sono arrivata alle 8.30 e lo
vedo. Stava nella strada vicino a dove viveva, un lenzuolo lo
copriva. L'ho scoperto, aveva ancora gli occhi aperti. La suocera mi
ha chiesto di chiuderglieli. Sembrava che stesse dormendo. Con i suoi
23 anni pareva ancora un ragazzino. Assieme a lui ne sono morti altri
5. Uno era ancora disteso in una via lì vicino, gli altri la
polizia li aveva già portati via. In quel momento mi sono
preoccupata del caldo: facevano circa 40 gradi e non c'era ombra.
Sapevo che i pompieri ci mettono una vita a venire
a prendere il corpo e alla fine l'ho coperto con grandi foglie di
banana e un altro lenzuolo. Intanto la polizia andava e veniva. Loro
stessi dicono che quel posto è un inferno, una mattanza
continua e mi hanno chiesto cosa ci facevo li. Per loro, Alessandro è
solo un altro morto, perché lui ha voluto morire. É
stata molto dura restare là tutto il giorno ad aspettare che venissero a prenderlo.
È
stata dura vedere la polizia che mi trattava meglio degli altri
perché avevo mostrato la mia carta d'identità di
straniera. Anapaola non ha neppure voluto dire loro che era sua
moglie. Io la capisco, perché la polizia con la gente del
posto non ha pietà nel parlare e nell’agire. È stata
dura vedere la gente passare, alzare il lenzuolo per sapere chi
fosse. È stata dura per me sapere che era lui”.
“È vero era coinvolto nel traffico locale di
droga - continua
Roberta - Io gli dicevo che stava già durando molto. Che tanti
suoi compagni erano già morti. Erano giè 3 anni che era
entrato nel narcotraffico. Mi diceva che aveva 5 figli a cui dar da
mangiare. Io non lo scuso, ma lo capisco. Lui voleva una vita
migliore. L´ultima volta che ero stata a trovarli mi diceva di
sapere bene che quella vita non gli avrebbe permesso di veder
crescere sua figlia di due anni”.
“Della sua famiglia d'origine
si è fatta viva solo una zia che, per fortuna, ha potuto
firmare il documento per prelevare il corpo all'Istituto di medicina
legale dove era stato portato per l'identificazione. Se nessuno
avesse firmato sarebbe stato seppellito come un indigente, portato
via e seppellito senza nessuno. Grazie alla zia ho potuto fare il
funerale. Ancora più terribile è stato il giorno del
funerale, non c´era praticamente nessuno, solo io, la zia,
Anapaola e la suocera.
“Quello che più mi fa star
male - spiega la giovane psicologa - è aver visto che dopo 23
anni di vita poteva contare solo su 4 persone. Non un amico, non un
parente. I trafficanti del posto mi hanno dato 400 reais per il
funerale, che io non ho voluto e ho detto ad Anapaola di tenerli:
adesso è sola con 5 figli. Mi fa molto male pensare che
nessuno si è fatto vivo. Era una persona buona, ma in una vitaStella Spinelli
Parole chiave: brasile, rio de janeiro, morti, favelas, narcotraffico, polizia, stella spinelli, lula, carioca, guerra