09/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



I talebani annunciano di aver assassinato l'interprete di Mastrogiacomo
L'annuncio viene dato alle agenzie stampa sabato 7 aprile scorso in tarda mattinata da Shahbuddin Atal, che si accredita come portavoce del Mullah Dadullah: “Abbiamo ucciso Adjmal Nashkbandi. E' stato decapitato nel distretto di Garmsir della provincia dell'Helmand. Abbiamo chiesto il rilascio di due comandanti talebani in cambio di Adjmal - ha aggiunto il portavoce - ma il governo ha ignorato le nostre richieste e oggi, alle 15.05 ora locale (le 12.35 in Italia, ndr), abbiamo decapitato Adjmal”.

Adjmal NashkbandiLa comunicazione viene raccolta da un corrispondente della Reuters, contattato da un telefono satellitare. Poco dopo la notizia viene rilanciata dalla France Press e dalla Pajhwok. In un primo momento la notizia viene elaborata con cautela, visto che poche ore prima dell'annuncio un portavoce di Dadullah, telefonicamente, aveva contattato il fratello di Adjmal, per fissare a lunedì 10 aprile alle 15 l'ultimatum per salvare la vita del giornalista che aveva lavorato come interprete per l'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo. Era stato rapito con lui e con il loro autista Sayed Agha il 5 marzo scorso. Sayed Agha, accusato di essere una spia da Dadullah e dai suoi uomini, viene sgozzato il 16 marzo, mentre Mastrogiacomo viene liberato il 19 marzo in cambio della liberazione di cinque talebani. Da quel momento comincia l'odissea di Adjmal. Fin dall'inizio della vicenda Mastrogiacomo, l'organizzazione non governativa italiana Emergency ha sempre chiesto il rilascio di tutti e tre gli ostaggi. Al momento della liberazione di Mastrogiacomo, lo stesso giornalista italiano dichiara di aver visto Adjmal che veniva liberato e che andava via in un'altra vettura. Da quel momento, però, si sono perse le sue tracce.

il mullah Dadullah. immagine tratta da Sky Tg 24Si susseguono una serie di indiscrezioni non confermate, per le quali Adjmal si troverebbe ancora nelle mani dei talebani oppure sarebbe stato arrestato dai servizi segreti afgani, come è accaduto a Rahmatullah Hanefi, responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah prelevato all'alba di martedì 20 marzo scorso per essere interrogato senza che gli venisse imputato alcun capo d'accusa. Nelle ore successive, una telefonata partita in gran segreto dal centro della National Security di Lashkargah avverte che Rahmatullah Hanefi è stato portato lì.
Di Adjmal invece si perdono le tracce fino al 23 marzo scorso, quando all'Associated Press viene recapitato un video datato 12 marzo (lo stesso in cui compare l'inviato di Repubblica Daniele Mastrogiacomo), nel quale Adjmal dice di stare bene e lancia un appello al governo afghano chiedendo che venga fatto il possibile per il suo rilascio. Il mullah Dadullah, in un'intervista con il giornalista pakistano Rahimullah Yusufzai riportata dalla rivista tedesca Der Spiegel, chiede per il rilascio di Nashkbandi la liberazione di altri due talebani rinchiusi nelle carceri afgane. Nella stessa intervista, Dadullah. accusa “il governo Karzai di essere interessato solo alla sorte dell'italiano”, cioè Daniele Mastrogiacomo.

Intanto in Italia l'opinione pubblica si mobilita attorno a Emergency, che attraverso il suo fondatore Gino Strada chiede al governo italiano il massimo impegno per ottenere la salvezza di Adjmal e di Rahmatullah. L'esecutivo Prodi si difende sostenendo di aver profuso il massimo sforzo per ottenere garanzie per i due afgani, mentre migliaia di italiani si organizzano con manifestazioni pubbliche e una raccolta di firme che, nel giro di pochi giorni, arriva a più di 140mila firme.
 
La situazione, nelle ultime 48 ore, precipita. Il presidente afgano Karzai annuncia, in una conferenza stampa tenutasi venerdì scorso, che non sarebbe più sceso a patti con i talebani, e che quanto accaduto con Mastrogiacomo (la liberazione di cinque talebani in cambio del giornalista) era stato “un caso eccezionale, non più ripetibile, reso necessario dalle difficoltà del governo Prodi in Italia”, riferendosi al voto per il rifinaziamento della missione italiani in Afghanistan, e sancendo de facto la condanna a morte di Adjmal. Dopo la conferenza stampa, che chiude ogni spiraglio di trattativa, i talebani non attendono la scadenza dell'ultimatum e uccidono Adjmal.
 
Rahmatullah HanefiIl cerchio si chiude ieri in serata, quando Said Ansari, portavoce dei servizi di sicurezza afgani, conferma la morte di Adjmal e rende noto, per la prima volta dal suo arresto, l'accusa che pende sul capo del collaboratore di Emergency: “Rahmatullah ha avuto un ruolo nel sequestro Mastrogiacomo, consegnando gli ostaggi a Haji Lalai, un collaboratore del mullah Dadullah, il comandante militare dei taliban, nel distretto di Sangin, nella provincia meridionale di Helmand”. L'uomo senza il quale non sarebbe stato possibile salvare la vita dell'inviato di Repubblica, e che ha lavorato agli ordini del governo italiano facendo tutto e solo quello che il governo italiano gli aveva chiesto, diventa l'accusato. Il portavoce ha poi precisato che Rahmatullah è sempre sotto la custodia dei servizi, che le indagini stanno continuando e che presto saranno resi pubblici nuovi elementi. Una notizia che non giunge del tutto inaspettata: il 25 marzo scorso il presidente di Emergency, Teresa Sarti, aveva diffuso una nota in cui si leggeva che "Oggi, domenica 25, il Ministro della sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla sicurezza nazionale” presieduto da Hamid Karzai, è stato deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare false prove". 
 

Christian Elia

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