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La
comunicazione viene raccolta da un corrispondente della Reuters,
contattato da un telefono satellitare. Poco dopo la notizia viene
rilanciata dalla France Press e dalla Pajhwok.
In un primo momento la notizia viene elaborata con cautela, visto che
poche ore prima dell'annuncio un portavoce di Dadullah,
telefonicamente, aveva contattato il fratello di Adjmal, per fissare
a lunedì 10 aprile alle 15 l'ultimatum per salvare la vita del
giornalista che aveva lavorato come interprete per l'inviato di
Repubblica Daniele Mastrogiacomo. Era stato rapito con lui e con
il loro autista Sayed Agha il 5 marzo
scorso. Sayed Agha,
accusato di essere una spia da Dadullah e dai suoi
uomini, viene sgozzato il 16 marzo, mentre Mastrogiacomo viene
liberato il 19 marzo in cambio della liberazione di cinque talebani. Da
quel momento comincia l'odissea di Adjmal. Fin dall'inizio della
vicenda Mastrogiacomo, l'organizzazione non governativa italiana
Emergency ha sempre chiesto il rilascio di tutti e tre gli ostaggi. Al momento
della liberazione di Mastrogiacomo, lo stesso giornalista italiano
dichiara di aver visto Adjmal che veniva liberato e che andava via in
un'altra vettura. Da quel momento, però, si sono perse le sue tracce.
Si susseguono una
serie di indiscrezioni non confermate, per le quali Adjmal si
troverebbe ancora nelle mani dei talebani oppure sarebbe stato
arrestato dai servizi segreti afgani, come è accaduto a Rahmatullah Hanefi,
responsabile afgano dell'ospedale di Emergency a Lashkargah
prelevato all'alba di martedì 20 marzo
scorso per essere interrogato senza che gli venisse imputato alcun
capo d'accusa. Nelle ore successive, una telefonata partita in gran
segreto dal centro della National Security di Lashkargah avverte che
Rahmatullah Hanefi è stato portato lì.
Il cerchio si
chiude ieri in serata, quando Said Ansari, portavoce dei
servizi di sicurezza afgani, conferma la morte di Adjmal e rende
noto, per la prima volta dal suo arresto, l'accusa che pende sul capo
del collaboratore di Emergency: “Rahmatullah ha avuto un ruolo nel
sequestro Mastrogiacomo, consegnando gli ostaggi a Haji Lalai, un
collaboratore del mullah Dadullah, il comandante militare dei
taliban, nel distretto di Sangin, nella provincia meridionale di
Helmand”. L'uomo senza il quale non sarebbe stato possibile salvare
la vita dell'inviato di Repubblica,
e che ha lavorato agli ordini del governo italiano facendo tutto e solo
quello che il governo italiano gli aveva chiesto, diventa l'accusato. Il
portavoce ha poi precisato che Rahmatullah è sempre sotto la
custodia dei servizi, che le indagini stanno continuando e che presto
saranno resi pubblici nuovi elementi. Una notizia che non giunge del
tutto inaspettata: il 25 marzo scorso il presidente di Emergency,
Teresa Sarti, aveva diffuso una nota in cui si leggeva che "Oggi, domenica 25,
il Ministro della
sanità afgano ci ha informato che in un “alto meeting sulla
sicurezza nazionale” presieduto da Hamid Karzai, è stato
deciso di non rilasciare Rahmatullah Hanefi. Ci hanno fatto capire
che non ci sono accuse contro di lui, ma che sono pronti a fabbricare
false prove". Christian Elia