stampa
invia
Prigioni. Secondo le
dichiarazioni di associazioni per i diritti umani, avvocati e
diplomatici sentiti durante l'inchiesta, buona parte degli arrestati
proverrebbe da Somalia e Kenya. I primi sarebbero stati rastrellati
durante e dopo l'offensiva etiope nei confronti delle Corti
islamiche, cacciate dalla capitale somala Mogadiscio a fine dicembre.
I secondi, anche questi originari prevalentemente dalla Somalia e in
fuga dalla guerra, sarebbero stati espulsi dal Kenya e trasferiti
nelle carceri etiopi, a disposizione degli inquirenti di Cia e
Fbi che, secondo le stesse ammissioni di Washington, avrebbero
interrogato alcuni dei prigionieri. Gli Stati Uniti però
sottolineano di non aver partecipato all'arresto dei sospetti, i
quali sarebbero stati messi a disposizione delle autorità
locali e solo per il tempo degli interrogatori. Le autorità
etiopi si sono invece trincerate dietro il silenzio, smentendo
l'esistenza dei tre centri di detenzione in questione, situati
secondo l'Ap nella capitale Addis Abeba, in una base militare
a 60 km dalla città e presso il confine somalo.
Terrorismo. Da tempo gli Usa
considerano il Corno d'Africa come una delle nuove frontiere nella
lotta al terrorismo. Già durante la guerra tra Etiopia e Corti
gli Stati Uniti erano intervenuti bombardando alcuni villaggi del sud
della Somalia, cercando di colpire tre uomini di al-Qaeda ritenuti
responsabili degli attentati del 1998 alle ambasciate Usa di Kenya e
Tanzania. Non è un caso che questi centri di detenzione siano
stati organizzati in Etiopia, uno dei maggiori alleati di Washington
nella regione, e che il Kenya sia così “collaborativo”.
Proprio sulle autorità di Nairobi, accusate di aver deportato
illegalmente centinaia di persone, si concentrano le indagini delle
organizzazioni dei diritti umani. Scontrandosi, finora, con il più
assoluto silenzio.Matteo Fagotto