Le libertà di espressione e associazione. Nuovi proclami, vecchi abusi
Il 10 dicembre 2004, durante le celebrazioni del 56mo anniversario della Dichiarazione
universale dei diritti dell'uomo il presidente tunisino Zine al-Abidine Ben Ali
ribadiva l'impegno del suo paese nel garantirne il rispetto: "Abbiamo fatto dei
diritti umani -diceva- uno degli assi fondamentali del nostro progetto di civiltà,
affermandone i principi, diffondendone la cultura ed ampliando l’area della loro
tutela, nella legislazione come nella pratica".
Libertà di associazione. Pochi giorni dopo, domenica, a Tunisi la polizia ha bloccato con la forza un
meeting del Concilio Nazionale per le Libertà in Tunisia (CNLT), uno dei numerosi
gruppi che nel paese arabo lottano per il rispetto dei diritti umani. La sede
del gruppo è stata circondata dai gendarmi che non hanno mancato di maltrattare
un po’ i partecipanti all’assemblea.
In Tunisia la libertà di associazione è un diritto riconosciuto, ma nonostante
ciò, le forze di polizia impediscono spesso, anche con la violenza, lo svolgimento
delle manifestazioni dei gruppi di attivisti. Le autorità hanno replicato alle
critiche sostenendo che le azioni repressive riguardano solo le organizzazioni
non legalmente riconosciute, come il caso del CNLT. Si tratta però di un argomento
pretestuoso dal momento che, a quanto riporta Human Rights Watch, negli ultimi
dieci anni il riconoscimento legale è stato negato a qualsiasi organizzazione
indipendente che operasse sul tema dei diritti umani. Incluso lo stesso CNLT,
che attende da cinque anni il verdetto del ricorso contro la propria messa al
bando e nel frattempo ha visto anche il proprio sito internet localmente oscurato.
Senza riconoscimento legale. A luglio era stato impedito lo svolgimento anche dell’assemblea generale di un'altra
formazione indipendente: l’Associazione Internazionale per la Solidarietà con
i Prigionieri Politici. Anche a loro, il mese precedente era stato negato il riconoscimento
legale. Ci sono stati casi di organizzazioni cui è stata rifiutata anche la domanda
di riconoscimento, come è accaduto all’Associazione Contro la Tortura in Tunisia
(ALTT) e al Centro Tunisino per l’Indipendenza Giudiziaria (CTIJ).
Anche le organizzazioni che godono del riconoscimento dello stato in realtà non
godono poi tanto, anzi, possono del pari essere soggette a persecuzioni. Il 28
novembre, per esempio, i leader di quattro tra i partiti dell’opposizione
extraparlamentare hanno accusato le forze di sicurezza di aver impedito con la
forza lo svolgimento di un convegno sulla legge elettorale organizzato dalla Lega
Tunisina per i Diritti Umani (LTDH), una organizzazione legalmente riconosciuta.
La ragione dell’intervento alla sede di Kairouan della Lega, fu che tra i partecipanti
vi erano anche esponenti di alcune associazioni non riconosciute.
Information Society. La libertà di espressione è collegata tanto alla facoltà di incontrarsi e associarsi
liberamente, quanto a quella

di cercare un’informazione indipendente, come quella che oggi può circolare soprattutto
su internet. Anche su questo tema la realtà tunisina mostra una doppia faccia.
Da un lato il paese sta vivendo una fase di grande crescita del pubblico della
rete e sta tentando di stimolarla ulteriormente attraverso una serie di politiche
che comprendono il miglioramento della qualità delle linee e l’abbassamento del
prezzo delle connessioni.
In prospettiva poi, la crescita della rete in Tunisia dovrebbe essere molto incentivata
anche dalla recente nomina del paese africano ad ospitare il prossimo Summit delle
Nazioni Unite sull’Information Society (WSIS). L’altra faccia della medaglia si
legge invece nelle dichiarazioni di Sarah Leah Whitson, direttrice dei programmi
per il Medio Oriente e il Nord Africa di Human Rights Watch, secondo la quale
“ospitando il summit la Tunisia vuole mostrarsi come un leader globale nell’espansione
dell’accesso all’informazione, ma quando si tratta di documentare le violazioni
dei diritti umani, il governo tunisino è un leader nella soppressione delle informazioni”.
Pene esemplari. Reporters Sans Frontieres l’8 dicembre protestava contro la Corte di Cassazione

tunisina per le pesanti condanne confermate nei confronti di otto giovani
navigatori della città di Zarzis, e per le torture da costoro ricevute durante la detenzione. Nei loro confronti
l’accusa è di aver promosso il terrorismo e di essere parte della rete di al-Qaeda
sulla base delle confessioni estorte loro sotto tortura e usate come unica prova.
Anche RSF ha commentato la coincidenza con l’annuncio del Summit sull’
Information
Society, con cruda ironia: “La Tunisia è anche il paese dove si può essere imprigionati
solo per aver visitato un sito web”. I condannati sono ragazzi intorno ai venti
anni e già da mesi sono costretti in celle di gruppo dove devono dormire per terra.
Specialmente nei primi periodi della detenzione hanno subito delle torture come
la
falaqua, le frustate sotto i piedi, ma soprattutto, per il solo crimine di essere rimasti
impigliati nella rete, ora dovranno scontare tra i tredici e i ventisei anni di
carcere.