Dopo la lieve condanna per l'australiano Hicks, i genitori del "talebano Johnny" chiedono uno sconto di pena per il figlio
Due anglosassoni bianchi, giovani, convertiti all'Islam e diventati soldati di
ventura per Allah. Lo statunitense John Walker Lindh e l'australiano David Hicks,
andati a combattere per i talebani, sono stati entrambi catturati in Afghanistan
e condannati per attività terroristiche. Le loro vite non si sono mai incontrate
sul campo di battaglia, ma i loro destini potrebbero essere intrecciati da ora
in poi. Dopo che Hicks è diventato il primo detenuto di Guantanamo a ricevere
una sentenza – nove mesi di reclusione e l'estradizione in patria – i genitori
de “il talebano Johnny” chiedono ora che la pena del figlio – condannato a 20
anni di carcere – venga ridotta.
La richiesta. “E' una questione di proporzionalità, di giustizia e deve tener conto dell'esperienza
religiosa che John Walker Lindh ha avuto. Non era diretta contro gli Stati Uniti”,
ha detto il suo avvocato James Brosnahan. Il “talebano americano” fu catturato
nel novembre 2001 dalle forze Usa. Le accuse contro di lui andavano dall'uccisione
di statunitensi al sostegno al terrorismo, ma lui si dichiarò colpevole di reati
minori come il trasporto di esplosivi per l'ex governo talebano. L'ammissione
gli risparmiò una pena più grave, ma ricevette comunque 20 anni.
La storia di Hicks. Il confronto con il caso del 31enne Hicks è stridente. L'australiano, un ex conciatore
di canguri convertito all'Islam e con esperienza di guerriglia anche in Kosovo,
è stato detenuto per cinque anni a Guantanamo. La settimana scorsa, in un'udienza
davanti alle corti militari appena istituite nel campo di prigionia della base
Usa a Cuba, Hicks ha ammesso di aver aiutato al-Qaeda. E' stato condannato a soli
nove mesi di reclusione, che sconterà in un carcere australiano. Alla pena è stata
attaccata la condizione che, per un anno, dovrà astenersi dal fare commenti pubblici
sulla sua esperienza. Il suo è stato il primo processo di un detenuto di Guantanamo.
La procedura è stata affrettata anche perché il caso era diventato scomodo a livello
diplomatico. Il governo australiano di John Howard – vicino alle posizioni dell'amministrazione
Bush e con proprie truppe in Iraq – è infatti sotto accusa in patria per aver
trascurato Hicks.
Il rinvio della Corte. Se le acque si sono mosse per Hicks, per gli altri 385 detenuti di Guantanamo
una decisione della Corte Suprema dello scorso 2 aprile non rappresenta una buona
notizia. Scegliendo di non deliberare sul ricorso di due gruppi di prigionieri,
che avevano rivendicato il diritto di contestare la propria detenzione nei tribunali
statunitensi, la Corte ha in pratica avallato la linea dell'amministrazione Bush
su Guantanamo: in sostanza che i detenuti, presunti “nemici combattenti”, possono
essere giudicati solo da corti militari. Per le organizzazioni e gli avvocati
che difendono i diritti dei detenuti si tratta di una sconfitta.
Conferma della linea Bush. Sulla questione la Corte è divisa. Tre giudici su nove avrebbero voluto affrontare
il caso subito, altri due hanno detto che avrebbero preferito farlo in un secondo
momento. Per andare avanti serviva però il consenso di quattro componenti della
Corte. Così, la situazione rimane quella successiva al pronunciamento della corte
d'appello del District of Columbia, lo scorso febbraio: le disposizioni contenute
nel Military Commission Act, approvato dal Congresso a maggioranza repubblicana prima delle elezioni di
novembre, sono legittime. Con quel provvedimento, il Congresso aveva accolto le
richieste dell'amministrazione Bush, creando in sostanza una legge ad hoc per
aggirare le due sentenze della Corte Suprema con cui i tribunali militari erano
stati dichiarati incostituzionali e il diritto dei detenuti di essere giudicati
da una corte federale era stato riconosciuto. Nelle settimane scorse queste corti
sono entrate in funzione, organizzando una serie di udienze per decidere se assegnare
ai singoli detenuti lo status di “nemici combattenti”, che porterebbe poi a un
vero e proprio processo. In attesa di una presa di posizione definitiva della
Corte Suprema, il sistema andrà avanti così. “Siamo delusi, per noi questo è un
rinvio irragionevole”, ha detto Michale Ratner, presidente del Center for Constitutional
Rights, un gruppo che si è battuto per l'accesso dei detenuti di Guantanano alle
corti federali.