07/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Ricerche sulla qualità della sanità nei Paesi poveri mostrano livelli inadeguati
“L’accesso a cure di qualità alta è iniquo, e questa disuguaglianza non è inevitabile”. Sembra un gioco di parole, ma efficace per sottolineare una condizione da correggere nei Paesi poveri, per esempio in Tanzania cui si riferisce la frase, che conclude uno studio condotto nella regione.

Foto di Maria Serena Lunghi Non il semplice accesso. La segnalazione sull’importanza della qualità delle cure mediche viene da una serie di articoli pubblicati sulla rivista Health Affair, concentrati sul livello di assistenza offerta in cinque Paesi: Messico e Paraguay in America Latina, India e Indonesia in Asia, Tanzania in Africa. “Le strategie di sviluppo degli ultimi 25 anni hanno aumentato la disponibilità delle cure” scrivono gli economisti statunitensi Jishnu Das e Paul Gertler nello scritto riassuntivo di presentazione. “Benché la disponibilità rimanga una preoccupazione in alcune aree, prove recenti suggeriscono che l’utilizzo delle cure sanitarie è alto sia in Paesi con basso reddito pro capite che fra i poveri”. Questo significa che non è sufficiente puntare sul semplice accesso alle cure, aumentando il numero delle strutture sanitarie o dei professionisti che vi lavorano: l’urgenza con cui sono state aumentate le risorse sanitarie, di per sé positiva e auspicabile, ha portato con sé anche la proliferazione di operatori sanitari con diversi livelli di esperienza e capacità. “Questo implica che la qualità, piuttosto che la quantità, delle cure mediche dovrebbe essere un punto importante nelle politiche sanitarie nei Paesi poveri”. D’altra parte, a riprova di come la quantità non sia una risposta sufficiente, dimostrazioni di ineguale qualità e accesso alle cure non mancano nemmeno in Paesi ricchi.

Foto di Maria Serena Lunghi Diversi medici, diversi pazienti. Le ricerche svolte sulla qualità delle cure offerte nei diversi Paesi, dal più povero come la Tanzania al più ricco fra i cinque come il Messico, seppur non confrontabili per i differenti metodi utilizzati e contesti cui si riferiscono, forniscono un quadro della situazione. Il lavoro dei medici è stato esaminato dal punto di vista delle conoscenze delle diverse malattie e della loro gestione, dell’applicazione delle conoscenze stesse nella pratica e dell’esercizio della professione nel rapporto con i pazienti. Sono state considerate anche le differenze di qualità nel settore pubblico e privato, o collegabili alla scelta del medico, effettuata dalle famiglie povere e ricche in base alle loro diverse possibilità e capacità di scelta, come pure sulle cure fornite o gli esami prescritti ai pazienti da parte dello stesso operatore sanitario, differenti in base alla ricchezza o alla popolazione di appartenzenza.

Foto di Maria Serena Lunghi Tubercolosi, malaria, diarrea. Nel complesso comunque, la qualità delle cure prestate è bassa, seppure, come si diceva, con variazioni importanti da Paese a Paese e anche all’interno degli stessi. Qualche numero può ulteriormente aiutare a definire i contorni della questione. In base a test sui percorsi da seguire a fronte di specifiche malattie, in India i medici hanno completato correttamente solo poco più di un quarto dei passaggi richiesti in caso di tubercolosi e ancora meno, solo al 18 per cento di quelli indicati per i bambini con la diarrea. Anche in Tanzania i medici non sono andati molto bene rispetto alla malaria (poco meno di un quarto delle risposte corrette) e alla diarrea infantile (38 per cento). “In questo contesto - sottolineano ancora Das e Gertler - è particolarmente preoccupante il fatto che la tubercolosi in India uccide ogni anno più pazienti rispetto a tutte le altre malattie infettive e che la Tanzania sia un Paese con 63mila-96mila morti l’anno per malaria”.

 

Valeria Confalonieri

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