05/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



A cinque anni dalla fine della guerra civile il Paese fa i conti con un difficile futuro
Cinque anni e non sentirli. Tanto è passato da quando, il 4 aprile 2002, gli accordi di pace tra il governo angolano e i ribelli dell'Uniao Nacional para a Independencia Total de Angola, orfani del leader storico Jonas Savimbi ucciso due mesi prima, posero fine a una delle guerre civili più sanguinose del continente. Ventisette anni di conflitto, mezzo milione di morti e un'economia allo sfascio. Nonostante i progressi registrati, l'eredità della guerra pesa ancora come un macigno.

Una piattaforma petrolifera al largo delle coste angolaneEconomia. “Progressi? Quali progressi? Per me è rimasto tutto uguale – dichiara a PeaceReporter F.L., tecnico informatico a Luanda che preferisce rimanere anonimo, come gli altri angolani contattati – La corruzione non è diminuita e l'economia non fa progressi. L'unico settore che va a gonfie vele è quello petrolifero, ma a beneficiarne sono solo i cinesi e i nostri politici. Siamo stanchi del presidente Eduardo dos Santos (al potere 1979, ndr). Vogliamo nuove elezioni, e le vogliamo ora”. Nonostante esporti 1,4 milioni di barili di greggio al giorno (che entro fine anno dovrebbero salire a 2 milioni), ricavando qualcosa come 30 miliardi di dollari l'anno, l'Angola deve fare i conti con un 70 percento della popolazione che vive sotto la soglia di povertà e con un'economia che risente della mancanza di servizi e infrastrutture. La Cina ha elargito recentemente un prestito di 4 miliardi di dollari, che serviranno in gran parte per rimettere in sesto strade e ferrovie devastate dalla guerra, oltre a rivitalizzare l'agricoltura. Ma se i progressi tardano ad arrivare, non per questo gli abitanti di Luanda si lasciano scoraggiare facilmente. Secondo molti, i segnali positivi non mancano.

Luanda. “C'è molto ottimismo nell'aria, Luanda cambia di settimana in settimana – rivela a PeaceReporter Ralf Bufler, impiegato in un'impresa di costruzione tedesca – Gli investimenti esteri crescono, e gli angolani hanno fiducia nello sviluppo del Paese. Ci sono stati miglioramenti sostanziali nelle forniture di acqua corrente, nel settore minerario e in campo politico, con le elezioni che si dovrebbero tenere nel 2007 o nel 2008. Certo, le musseques (bidonvilles, ndr) di Luanda sono terribili, nella stagione delle piogge scoppiano epidemie di colera e c'è ancora tanto da fare per risollevare il Paese. Ma il fatto che gli investimenti stranieri arrivino significa maggior lavoro e benessere per i locali”. Luanda è lo specchio di questo cambiamento: nuovi quartieri stanno sorgendo in una capitale che si sta rinnovando rapidamente, e che mira a diventare il principale centro di servizi per l'Africa meridionale.

Una veduta del lungomare di LuandaIstruzione. L'altro settore su cui l'Angola punta per un rapido sviluppo è quello diamantifero. J. N., contattato da Peacereporter, fa prospezioni nei giacimenti. “Abbiamo un sacco di risorse non sfruttate – conferma – attualmente sono attivi 650 giacimenti diamantiferi. E' vero, le ricchezze non sono distribuite in maniera omogenea, ma siamo una nazione giovane. I colonizzatori portoghesi non hanno lasciato nulla, quindi dobbiamo rimboccarci le maniche e ripartire da zero. Il problema principale è che non abbiamo personale qualificato per lavorare nelle imprese”. Il settore dell'educazione è stato uno tra i più trascurati negli ultimi decenni, come conferma a PeaceReporter E.M., studente a Luanda: “Gli stipendi per gli insegnanti sono bassi, mentre le rette universitarie rimangono al di sopra delle nostre possibilità. Ma nonostante ciò, e con tutti i problemi di criminalità che abbiamo, l'economia è ripartita e la ricostruzione va avanti”.

Elezioni. Le maggiori perplessità riguardano il panorama politico: non è ancora chiaro se le elezioni si terranno il prossimo anno oppure nel 2008, e sono in molti ad accusare il presidente di voler ritardare il calendario elettorale per non dover cedere il potere. “Il governo continua a sostenere che il Paese cresce, ma miglioramenti sostanziali non li ho visti – dichiara scettico A.C., impiegato in un'agenzia dell'Onu a Luanda – La vita è sempre più dura, la gente non ha neanche i soldi per curarsi e il fatto che l'economia stia crescendo è una menzogna: dovrebbero avere il coraggio di dire che a crescere è solo il settore petrolifero”. Prima o poi, l'ultima parola sulle politiche di ricostruzione del governo la daranno gli elettori, anche se, come ricorda J.N., “al momento solo il partito di Dos Santos ha i mezzi per affrontare una campagna elettorale”. 

Matteo Fagotto

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