La crisi degli ostaggi britannici finisce bene, mentre la diplomazia internazionale si muove dietro le quinte
Il presidente iraniano Mahmoud
Ahmadinejad, nella conferenza stampa tenuta oggi, ha
annuciato che “grazierà i militari britannici come regalo
alla Gran Bretagna”. E poco dopo, in diretta tv, sono stati liberati. Ahmadinejad
ha tenuto a sottolineare che non
si tratta di uno scambio, ma di un regalo. In realtà oggi la
televisione di stato iraniana ha annunciato che è stato
raggiunto un accordo per la concessione di un 'accesso consolare' a
un inviato di Teheran per visitare i 5 diplomatici iraniani arrestati
dai militari Usa, l'11 gennaio scorso, a Erbil, nel Kurdistan
iracheno. La soluzione della vicenda dei quindici marinai britannici
catturati il 23 marzo scorso sembra più vicina.
Ore decisive. Proprio oggi
scadono le 48 ore definite fondamentali dal premier britannico Tony
Blair per venire a capo dello spinoso caso diplomatico e, come aveva
anticipato il quotidiano britannico
Indipendent, sembrano
proprio i cinque iraniani la chiave giusta per trovare un accordo.
Secondo il giornale inglese, il vero obiettivo del raid dei militari
statunitensi a Erbil erano Mohammed Jafari e Minojahar Fruzanda, due
pezzi grossi dei servizi segreti di Teheran. Il blitz però era
andato storto, i due erano riusciti a scappare, e i marines avevano
arrestato gli altri cinque funzionari, con l'accusa di fomentare le
violenze settarie in Iraq tra sunniti e sciiti. Secondo
l'
Indipendent, la
cattura dei diplomatici è il vero movente dell'arresto dei
marinai britannici, con il pretesto dello sconfinamento nelle acque
territoriali iraniane.
“Al momento nessun permesso è
stato ancora accordato, ma la domanda è all'esame delle
autorità competenti. I cinque detenuti sono stati di recente
visitati da una delegazione della Croce Rossa Internazionale,
accompagnata da un diplomatico iraniano”. William Caldwell, il
portavoce del contingente militare Usa in Iraq, ha commentato così
la notizia, ma il tono della dichiarazione lascia intendere che le
trattative siano in corso. Lo ha confermato anche Walid Muallem,
ministro degli Esteri siriano, che oggi ha reso pubblico come Damasco
si stia interessando alla vicenda, per mediare ed evitare il
deteriorarsi dei rapporti - già tesi - tra le cancellerie
occidentali e l'Iran, principale alleato della Siria. “Speriamo che
venga raggiunta una soluzione soddisfacente per i quindici militari
britannici prigionieri”, ha dichiarato il ministro, “una
soluzione del genere esige una diplomazia discreta, e la Siria l'ha
avviata tra i due paesi interessati”.
Dietro le quinte. L'iniziativa
del governo iraniano, che a molti osservatori era apparsa suicida
vista la tensione che il programma nucleare di Teheran già
suscita nel mondo, avrebbe così una spiegazione razionale: a
un atto ostile corrisponderà una reazione. Il governo di
Ahmadinejad, nonostante siano sempre di più i dirigenti che
non tollerano la politica muscolare del presidente iraniano, vuole
dimostrare che non accetterà mai supinamente atti ritenuti
ostili, come, appunto, l'arresto dei diplomatici iraniani a Erbil. Ma
non si tratta dell'unico caso, visto che molte cose si muovono dietro
le quinte. Infatti, negli ultimi mesi, sono stati diversi gli episodi
poco chiari dei quali, almeno per Teheran, sono colpevoli i
britannici e gli statunitensi. Non a caso ieri è riapparso per
le vie di Baghdad Jalal Sharafi, secondo segretario d'ambasciata
iraniano in Iraq. Il diplomatico, il 4 febbraio scorso, era stato
rapito mentre si trovava al volante della sua auto nella capitale
irachena. Nessuno aveva rivendicato il rapimento, e alle accuse di
Teheran il governo Usa aveva replicato precisando di non sapere nulla
della faccenda. Ma la concomitanza della liberazione di Sharafi con
la trattativa per i marinai britannici lascia poco spazio alla
possibilità che i fatti non siano connessi. Un altro caso che
ha fatto gridare al rapimento da parte del governo iraniano è
stato quello del generale Ali Reza Asgari,
scomparso mentre si trovava in viaggio in Turchia. Asgari è
stato in passato coinvolto nel programma nucleare iraniano, e per
Teheran è stato rapito dagli Usa, che hanno negato ogni
coinvolgimento.
Sembra
quindi in corso una battaglia nascosta tra Washington e Teheran,
fatta di mosse e contromosse, rapimenti e spionaggio. Il Dipartimento
di Stato Usa, lunedì scorso, ha chiesto spiegazioni all'Iran
in merito alla scomparsa, avvenuta alcune settimane fa, di un ex
agente dell'Fbi che si trovava nel paese per affari privati, non
avendo più alcun legame con l'agenzia federale statunitense,
nell'isola di Kish. Dopo l'arrivo nell'isola dell'uomo, del
quale non sono state rese note le generalità, non si hanno più
sue notizie.
Christian Elia