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Presunto terrorista. E' il 18 novembre 2003 quando, secondo un copione ormai consolidato nei Paesi
occidentali dopo l'11 settembre 2001, la polizia si presenta in un'abitazione
del quartiere torinese di Porta Palazzo per prelevare un marocchino di 21 anni, Nabil
Hamrad. L'irruzione avviene sotto gli occhi della moglie e dei figli piccoli. "Mio
marito non c'è, è al lavoro", risponde Erica agli uomini incappucciati, che escono
dall'appartamento e si dirigono fuori Torino, nel cantiere dove Nabil lavora. Condotto in
Questura la mattina stessa, la sua famiglia non saprà nulla del suo destino fino
a sera. Solo all'una di notte a Erica viene accordato il permesso di vederlo,
di procurargli un vestito, dato che l'han portato via con la tuta da operaio e
le scarpe antifortunistiche. Neanche lui sa molto di ciò che l'aspetta. Partenza
da Malpensa alle 11,30 del mattino successivo, insieme ad altri cinque, guardati
a vista da 14 agenti. Arrivo a Casablanca alle due di pomeriggio. Trasferimento,
bendato e in manette, in auto, verso una località sconosciuta. Nabil viene ingoiato
da una prigione marocchina per due mesi, senza accuse. Solo indizi. Due mesi durante
i quali la famiglia ha vissuto grande apprensione per la sua sorte. In alcune
carceri marocchine, secondo Amnesty International, si praticano sistematicamente
tortura e maltrattamenti ai danni dei sospettati tenuti in custodia.
Presunzione di colpevolezza. La famiglia di Nabil è Erica, 26 anni. Sono i due figli Asma' e Saad, 6 e 4
anni. Sono i suoceri, e i due fratelli, uno dei quali è cittadino italiano. La
sua famiglia è Torino, città nella quale vive ormai dall'età di 9 anni. Eppure,
dopo l'11 settembre, il sospetto circonda l'immigrato, ogni sua attività, ogni
sua parola. Non importa il grado di integrazione sociale, nè i legami affettivi.
E se Nabil ha commerciato auto viaggiando in Germania, in Spagna o in altri Paesi
europei, o se ha trascorso una vacanza di due mesi in Pakistan, significa che
forse nasconde qualcosa. Forse i suoi viaggi hanno una terribile finalità: promuovere,
organizzare o finanziare associazioni con finalità di terrorismo, reato contemplato
dall'articolo 270 bis del Codice penale. Nabil viene controllato, pedinato, spiato
per due anni. Ed espulso, con decreto a firma del ministro degli Interni Giuseppe
Pisanu, in nome della sicurezza dello Stato e di una politica di prevenzione che
affida alla discrezione di un ministro e a ipotesi indiziarie il destino di un
uomo la cui presunta colpevolezza non è mai stata provata. Un provvedimento che
si fa beffe della presunzione d'innocenza e del diritto di difesa, capisaldo di
uno Stato democratico. Nabil viene rilasciato e adesso è in Marocco. Gli è vietato
a tempo indeterminato di rientrare nel nostro Paese.
L'avvocato. Nabil ha da qualche tempo presentato domanda per il reingresso nel nostro Paese.
Domanda che è arrivata ieri in Italia. L'avvocato che lo difende, Massimo Pastore,
dice che ci vorranno mesi prima che l'iter si concluda. "Sarebbe quasi stato meglio
che il Gip avesse convalidato l'arresto - dice Pastore -, almeno Nabil avrebbe
potuto rispondere delle accuse in un regolare processo. Il Gip, Sabrina Noce,
ha invece respinto la richiesta di custodia cautelare evidenziando che non esistevano
sufficienti indizi di colpevolezza, neanche nei confronti degli altri cinque indagati.
Le intercettazioni contenevano espressioni che potevano rientrare nella libera
manifestazione di pensiero, anche se su posizioni eventualmente estremiste. Ma
non indizi di colpevolezza". Il viaggio in Pakistan? "A differenza degli altri
soggetti coinvolti nell'indagine, che avrebbero compiuto questi viaggi in Pakistan
seguendo itinerari tortuosi, magari andando in Egitto, e cambiando lì i documenti,
passaggi forse volti a non rendere evidenti i loro spostamenti, il mio assistito
ha preso un biglietto con destinazione Lahore, intestato a lui e con tanto di
visto. Anche la moglie doveva partire con lui. Il provvedimento di Pisanu può
anche starci, entro certi limiti, ma non quando ci sono di mezzo legami familiari
così forti. Con il recepimento delle direttive europee sul ricongiungimento familiare
e sui soggiornanti di lungo periodo, è prescritto l'obbligo, anche nel caso di
espulsioni ministeriali, di tenere conto e valutare preventivamente l'intensità
dei legami familiari. La domanda di reingresso in Italia è stata fatta in questo
contesto, in un quadro di scarsa o nulla considerazione dei diritti della moglie
e dei figli, di un inesistente bilanciamento tra esigenze di sicurezza ed esigenze
di tutela della famiglia".
L'attesa. Nabil ha conosciuto Erica a scuola. Lei si converte all'Islam e a 18 anni si
sposano. "Non è passato che un anno - racconta - da quando ci siamo sposati, ed
è arrivata la prima perquisizione. Eravamo musulmani praticanti, e dopo l'11
settembre tutti gli occhi erano puntati su di noi. Abbiamo sì costruito la nostra
famiglia sulla base di una profonda fede religiosa di tipo musulmano ma sempre
nel profondo rispetto delle leggi dello Stato italiano. Non abbiamo mai avuto
nulla da nascondere, perché non abbiamo mai fatto nulla di male. Nel 2003 Asma'
aveva tre anni, Saad pochi mesi. Una mattina di novembre si sono visti arrivare
questi uomini incappucciati che cercavano mio marito e si sono spaventati. Ho
dato loro l'indirizzo del lavoro e l'hanno preso così com'era. Immaginavo che
l'avrebbero tenuto due o tre ore per interrogarlo, come la volta precedente. E
invece è sparito. Guardando il telegiornale, la sera, ho appreso che avrebbero
espulso un gruppo di maghrebini a Torino e mi è venuto il dubbio. Solo all'una
di notte sono riuscita a portargli una busta con dei vestiti. Non l'ho più sentito,
fino a gennaio del 2004. Avevo paura che lo torturassero. Ho scritto a molte organizzazioni
per i diritti umani e al ministro degli Interni marocchino. Ho scritto anche al
deputato Ali Rashid, ma non ho ancora ricevuto risposta. Ho fatto spesso la spola
tra Italia e Marocco. Ma adesso non posso più, perché devo lavorare e perché mia
figlia inizia la scuola dell'obbligo. Adesso devo restare qui, e rimanere in attesa.
In attesa che Nabil torni finalmente a casa".
Luca Galassi
Parole chiave: nabil hamrad, erica, marocco, pisanu, espulsione, immigrazione