04/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



Espulso perché sospettato di terrorismo ma innocente: da anni un marocchino vive lontano da moglie e figli

Nabil HamradPresunto terrorista. E' il 18 novembre 2003 quando, secondo un copione ormai consolidato nei Paesi occidentali dopo l'11 settembre 2001, la polizia si presenta in un'abitazione del quartiere torinese di Porta Palazzo per prelevare un marocchino di 21 anni, Nabil Hamrad. L'irruzione avviene sotto gli occhi della moglie e dei figli piccoli. "Mio marito non c'è, è al lavoro", risponde Erica agli uomini incappucciati, che escono dall'appartamento e si dirigono fuori Torino, nel cantiere dove Nabil lavora. Condotto in Questura la mattina stessa, la sua famiglia non saprà nulla del suo destino fino a sera. Solo all'una di notte a Erica viene accordato il permesso di vederlo, di procurargli un vestito, dato che l'han portato via con la tuta da operaio e le scarpe antifortunistiche. Neanche lui sa molto di ciò che l'aspetta. Partenza da Malpensa alle 11,30 del mattino successivo, insieme ad altri cinque, guardati a vista da 14 agenti. Arrivo a Casablanca alle due di pomeriggio. Trasferimento, bendato e in manette, in auto, verso una località sconosciuta. Nabil viene ingoiato da una prigione marocchina per due mesi, senza accuse. Solo indizi. Due mesi durante i quali la famiglia ha vissuto grande  apprensione per la sua sorte. In alcune carceri marocchine, secondo Amnesty International, si praticano sistematicamente tortura e maltrattamenti ai danni dei sospettati tenuti in custodia.

L'ex ministro dell'Interno Giuseppe PisanuPresunzione di colpevolezza. La famiglia di Nabil è Erica, 26 anni. Sono i due figli Asma' e Saad, 6 e 4 anni. Sono i suoceri, e i due fratelli, uno dei quali è cittadino italiano. La sua famiglia è Torino, città nella quale vive ormai dall'età di 9 anni. Eppure, dopo l'11 settembre, il sospetto circonda l'immigrato, ogni sua attività, ogni sua parola. Non importa il grado di integrazione sociale, nè i legami affettivi. E se Nabil ha commerciato auto viaggiando in Germania, in Spagna o in altri Paesi europei, o se ha trascorso una vacanza di due mesi in Pakistan, significa che forse nasconde qualcosa. Forse i suoi viaggi hanno una terribile finalità: promuovere, organizzare o finanziare associazioni con finalità di terrorismo, reato contemplato dall'articolo 270 bis del Codice penale. Nabil viene controllato, pedinato, spiato per due anni. Ed espulso, con decreto a firma del ministro degli Interni Giuseppe Pisanu, in nome della sicurezza dello Stato e di una politica di prevenzione che affida alla discrezione di un ministro e a ipotesi indiziarie il destino di un uomo la cui presunta colpevolezza non è mai stata provata. Un provvedimento che si fa beffe della presunzione d'innocenza e del diritto di difesa, capisaldo di uno Stato democratico. Nabil viene rilasciato e adesso è in Marocco. Gli è vietato a tempo indeterminato di rientrare nel nostro Paese.
 
Immigrati in manetteL'avvocato. Nabil ha da qualche tempo presentato domanda per il reingresso nel nostro Paese. Domanda che è arrivata ieri in Italia. L'avvocato che lo difende, Massimo Pastore, dice che ci vorranno mesi prima che l'iter si concluda. "Sarebbe quasi stato meglio  che il Gip avesse convalidato l'arresto - dice Pastore -, almeno Nabil avrebbe potuto rispondere delle accuse in un regolare processo. Il Gip, Sabrina Noce, ha invece respinto la richiesta di custodia cautelare evidenziando che non esistevano sufficienti indizi di colpevolezza, neanche nei confronti degli altri cinque indagati. Le intercettazioni contenevano espressioni che potevano rientrare nella libera manifestazione di pensiero, anche se su posizioni eventualmente estremiste. Ma non indizi di colpevolezza". Il viaggio in Pakistan? "A differenza degli altri soggetti coinvolti nell'indagine, che avrebbero compiuto questi viaggi in Pakistan seguendo itinerari tortuosi, magari andando in Egitto, e cambiando lì i documenti, passaggi forse volti a non rendere evidenti i loro spostamenti, il mio assistito  ha preso un biglietto con destinazione Lahore, intestato a lui e con tanto di visto. Anche la moglie doveva partire con lui. Il provvedimento di Pisanu può anche starci, entro certi limiti, ma non quando ci sono di mezzo legami familiari così forti. Con il recepimento delle direttive europee sul ricongiungimento familiare e sui soggiornanti di lungo periodo, è prescritto l'obbligo, anche nel caso di espulsioni ministeriali, di tenere conto e valutare preventivamente l'intensità dei legami familiari. La domanda di reingresso in Italia è stata fatta in questo contesto, in un quadro di scarsa o nulla considerazione dei diritti della moglie e dei figli, di un inesistente bilanciamento tra esigenze di sicurezza ed esigenze di tutela della famiglia".

Il quartiere torinese di Porta PalazzoL'attesa. Nabil ha conosciuto Erica a scuola. Lei si converte all'Islam e a 18 anni si sposano. "Non è passato che un anno - racconta - da quando ci siamo sposati, ed è arrivata la prima  perquisizione. Eravamo musulmani praticanti, e dopo l'11 settembre  tutti gli occhi erano puntati su di noi. Abbiamo sì costruito la nostra famiglia sulla base di una profonda fede religiosa di tipo musulmano ma sempre nel profondo rispetto delle leggi dello Stato italiano. Non abbiamo mai avuto nulla da nascondere, perché non abbiamo mai fatto nulla di male. Nel 2003 Asma' aveva tre anni, Saad pochi mesi. Una mattina di novembre si sono visti arrivare questi uomini incappucciati che cercavano mio marito e si sono spaventati. Ho dato loro l'indirizzo del lavoro e l'hanno preso così com'era. Immaginavo che l'avrebbero tenuto due o tre ore per interrogarlo, come la volta precedente. E invece è sparito. Guardando il telegiornale, la sera, ho appreso che avrebbero espulso un gruppo di maghrebini a Torino e mi è venuto il dubbio. Solo all'una di notte sono riuscita a portargli una busta con dei vestiti. Non l'ho più sentito, fino a gennaio del 2004. Avevo paura che lo torturassero. Ho scritto a molte organizzazioni per i diritti umani e al ministro degli Interni marocchino. Ho scritto anche al deputato Ali Rashid, ma non ho ancora ricevuto risposta. Ho fatto spesso la spola tra Italia e Marocco. Ma adesso non posso più, perché devo lavorare e perché mia figlia inizia la scuola dell'obbligo. Adesso devo restare qui, e rimanere in attesa. In attesa che Nabil torni finalmente a casa".

Luca Galassi

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