scritto per noi da
Federico Frigerio
I Giochi Olimpici del 2008
rappresentano un momento cruciale per l'immagine della Cina: il
prestigio di ospitare le prossime Olimpiadi potrebbe conferire
definitivamente a Pechino un alto livello di credibilità e di
affidabilità internazionale. Da più parti si sta però
cercando di mettere pressione sulle autorità cinesi,
criticando l'atteggiamento soft adottato nei confronti del Sudan,
grande partner commerciale ma anche colpevole, secondo molti, di aver
permesso le stragi compiute dalle milizie Janjaweed in Darfur.
Cosa non fa il Sudan. Nell’agosto
2006 l'Onu ha approvato la risoluzione 1706 per l’invio di un
contingente di 20 mila truppe nella regione meridionale del Darfur.
Tale risoluzione non è mai stata accettata dal presidente
sudanese Omar al-Bashir. In questi giorni più di una voce sta
cercando di mettere alle corde la Cina e la sua politica in Sudan:
secondo l'Occidente il governo di Pechino potrebbe fare molto di più
per dare via ad un reale processo di pacificazione e stabilità
in Darfur, visto l'imponente volume di affari che lega Pechino a
Khartoum. La Cina sembra però riservare più attenzione
ai 400 mila barili di petrolio che giornalmente preleva dal Sudan
rispetto alle persone che continuano a morire: fonti dell’Onu
parlano di almeno 200 mila morti e 2 milioni e mezzo di sfollati. Il
Sudan da parte sua ha sempre negato la necessità
dell’intervento di un contingente Onu, specificando che ciò
costituirebbe una violazione della sovranità nazionale:
recentemente il presidente al-Bashir ha affermato che “l’invio di
truppe al posto di risolvere il conflitto lo ha provocato”.
Al-Samani al-Wasila, ministro sudanese degli Esteri, ha aggiunto che
“nessuno sta cercando di negare la crisi, ma chi assicura che
provare a risolverla con le armi sia il modo corretto per salvare
vite umane? Non vogliamo un’altra Somalia in Darfur”.
Olimpiadi insanguinate. Quale potrebbe
essere il tallone d’Achille di Pechino? Le Olimpiadi che avranno
luogo nel 2008. Ecco allora l’idea di Eric Reeves, professore di
Lingua e letteratura inglese presso lo Smith College di Northampton
nel Massachussets: screditare l'immagine delle Olimpiadi di Pechino,
mettendo così pressione al governo cinese perché
costringa Khartoum a rivedere le proprie posizioni. Reeves, da otto
anni ricercatore e analista sul Darfur, ha lanciato una campagna di
mobilitazione contro Pechino 2008: come riferisce telefonicamente a
Peacereporter l’idea è quella di “mettere in imbarazzo la
Cina”. Secondo il professore statunitense è essenziale
rendere noto che “la Cina dei Giochi Olimpici è lo stesso
paese partner del silenzioso genocidio nel Darfur. Questa duplicità
va capita chiaramente”. Lo slogan delle Olimpiadi “One world, one
dream” appare “molto ironico visto che Pechino vuole un mondo
dove ha luogo un genocidio”. L’obiettivo non è boicottare
i Giochi Olimpici: per Reeves “la vera sfida è
responsabilizzare i leader di Pechino, facendo loro capire che se non
esercitano tutta la pressione necessaria su Khartoum, la campagna
attuale non potrà che rafforzarsi e diventare più
visibile fino al momento della cerimonia d’apertura”. Reeves
specifica che non si tratta di una campagna statunitense, il vero
obiettivo è creare una “piattaforma a-politica
internazionale sull'argomento”. Chiunque può parlarne,
l'importante è diffondere la notizia: nel sito si trovano
varie traduzioni dell'appello per la mobilitazione, dall'olandese
allo swahili fino al cinese. Se la campagna raggiungesse un buon
livello di visibilità aumenterebbe il numero di persone che,
durante i fuochi d’artificio dell’inaugurazione, penserà
che chi li ha commissionati è uno dei più grandi
complici della morte di 200 mila persone.
Hollywood contro il dragone. A queste
voci di dissenso si è aggiunta quella di Mia Farrow, che sì
è scagliata contro Steven Spielberg, accusato di “voler
ripulire l’immagine di Pechino”: il famoso regista fa infatti
parte del team che sta preparando la cerimonia di apertura dei
prossimi Giochi. Nella lista degli accusati dalla Farrow rientrano
anche le grandi multinazionali Coca Cola, Jhonson&Jhonson,
General Electric e McDonald’s in quanto “il fatto che così
tanti sponsor vogliano che il mondo non guardi alle atrocità
del Darfur per assistere ai Giochi Olimpici è abbastanza
grave”. Nell’articolo non viene naturalmente risparmiata la Cina
definita “finanziatrice del genocidio”, suggerendo inoltre che
“in questo momento più del libero accesso al petrolio
sudanese c’è una cosa di cui la Cina potrebbe preoccuparsi
maggiormente: l’organizzazione dei Giochi Olimpici del 2008”. In
seguito a questo crescente numero di voci è intervenuto Qin
Gang, portavoce del ministro degli Esteri cinese. Secondo Gang, “a
proposito della delicata questione del Darfur la Cina persegue gli
stessi obiettivi delle nazioni della comunità internazionale e
sta facendo sforzi incessanti a questo riguardo”. Gang ha aggiunto
inoltre che “non è appropriato collegare il problema del
Darfur con i Giochi Olimpici che si svolgeranno a Pechino: chi adotta
questa tattica per vincere elezioni o per prestigio si sta sbagliando
di grosso”.