04/04/2007versione stampabilestampainvia paginainvia



La Cina nell'occhio del ciclone per il sostegno al governo sudanese
scritto per noi da
Federico Frigerio
 
I Giochi Olimpici del 2008 rappresentano un momento cruciale per l'immagine della Cina: il prestigio di ospitare le prossime Olimpiadi potrebbe conferire definitivamente a Pechino un alto livello di credibilità e di affidabilità internazionale. Da più parti si sta però cercando di mettere pressione sulle autorità cinesi, criticando l'atteggiamento soft adottato nei confronti del Sudan, grande partner commerciale ma anche colpevole, secondo molti, di aver permesso le stragi compiute dalle milizie Janjaweed in Darfur.

Un campo di profughi darfuriniCosa non fa il Sudan. Nell’agosto 2006 l'Onu ha approvato la risoluzione 1706 per l’invio di un contingente di 20 mila truppe nella regione meridionale del Darfur. Tale risoluzione non è mai stata accettata dal presidente sudanese Omar al-Bashir. In questi giorni più di una voce sta cercando di mettere alle corde la Cina e la sua politica in Sudan: secondo l'Occidente il governo di Pechino potrebbe fare molto di più per dare via ad un reale processo di pacificazione e stabilità in Darfur, visto l'imponente volume di affari che lega Pechino a Khartoum. La Cina sembra però riservare più attenzione ai 400 mila barili di petrolio che giornalmente preleva dal Sudan rispetto alle persone che continuano a morire: fonti dell’Onu parlano di almeno 200 mila morti e 2 milioni e mezzo di sfollati. Il Sudan da parte sua ha sempre negato la necessità dell’intervento di un contingente Onu, specificando che ciò costituirebbe una violazione della sovranità nazionale: recentemente il presidente al-Bashir ha affermato che “l’invio di truppe al posto di risolvere il conflitto lo ha provocato”. Al-Samani al-Wasila, ministro sudanese degli Esteri, ha aggiunto che “nessuno sta cercando di negare la crisi, ma chi assicura che provare a risolverla con le armi sia il modo corretto per salvare vite umane? Non vogliamo un’altra Somalia in Darfur”.

Olimpiadi insanguinate. Quale potrebbe essere il tallone d’Achille di Pechino? Le Olimpiadi che avranno luogo nel 2008. Ecco allora l’idea di Eric Reeves, professore di Lingua e letteratura inglese presso lo Smith College di Northampton nel Massachussets: screditare l'immagine delle Olimpiadi di Pechino, mettendo così pressione al governo cinese perché costringa Khartoum a rivedere le proprie posizioni. Reeves, da otto anni ricercatore e analista sul Darfur, ha lanciato una campagna di mobilitazione contro Pechino 2008: come riferisce telefonicamente a Peacereporter l’idea è quella di “mettere in imbarazzo la Cina”. Secondo il professore statunitense è essenziale rendere noto che “la Cina dei Giochi Olimpici è lo stesso paese partner del silenzioso genocidio nel Darfur. Questa duplicità va capita chiaramente”. Lo slogan delle Olimpiadi “One world, one dream” appare “molto ironico visto che Pechino vuole un mondo dove ha luogo un genocidio”. L’obiettivo non è boicottare i Giochi Olimpici: per Reeves “la vera sfida è responsabilizzare i leader di Pechino, facendo loro capire che se non esercitano tutta la pressione necessaria su Khartoum, la campagna attuale non potrà che rafforzarsi e diventare più visibile fino al momento della cerimonia d’apertura”. Reeves specifica che non si tratta di una campagna statunitense, il vero obiettivo è creare una “piattaforma a-politica internazionale sull'argomento”. Chiunque può parlarne, l'importante è diffondere la notizia: nel sito si trovano varie traduzioni dell'appello per la mobilitazione, dall'olandese allo swahili fino al cinese. Se la campagna raggiungesse un buon livello di visibilità aumenterebbe il numero di persone che, durante i fuochi d’artificio dell’inaugurazione, penserà che chi li ha commissionati è uno dei più grandi complici della morte di 200 mila persone.

I presidenti Hu Jintao (a destra) e Hassan Omar el-BeshirHollywood contro il dragone. A queste voci di dissenso si è aggiunta quella di Mia Farrow, che sì è scagliata contro Steven Spielberg, accusato di “voler ripulire l’immagine di Pechino”: il famoso regista fa infatti parte del team che sta preparando la cerimonia di apertura dei prossimi Giochi. Nella lista degli accusati dalla Farrow rientrano anche le grandi multinazionali Coca Cola, Jhonson&Jhonson, General Electric e McDonald’s in quanto “il fatto che così tanti sponsor vogliano che il mondo non guardi alle atrocità del Darfur per assistere ai Giochi Olimpici è abbastanza grave”. Nell’articolo non viene naturalmente risparmiata la Cina definita “finanziatrice del genocidio”, suggerendo inoltre che “in questo momento più del libero accesso al petrolio sudanese c’è una cosa di cui la Cina potrebbe preoccuparsi maggiormente: l’organizzazione dei Giochi Olimpici del 2008”. In seguito a questo crescente numero di voci è intervenuto Qin Gang, portavoce del ministro degli Esteri cinese. Secondo Gang, “a proposito della delicata questione del Darfur la Cina persegue gli stessi obiettivi delle nazioni della comunità internazionale e sta facendo sforzi incessanti a questo riguardo”. Gang ha aggiunto inoltre che “non è appropriato collegare il problema del Darfur con i Giochi Olimpici che si svolgeranno a Pechino: chi adotta questa tattica per vincere elezioni o per prestigio si sta sbagliando di grosso”.
Parole chiave: cina, sudan, darfur, genocidio, olimpiadi
Categoria: Guerra, Risorse, Sport
Luogo: Cina