Il Pentagono rivela: anche il corpo dei Marines si è macchiato di abusi ai prigionieri iracheni

Non solo Abu Ghraib, non solo le torture nelle carceri afgane contro i militanti
talebani. Dopo i soldati semplici e i riservisti, ora anche il corpo scelto dei
Marines rimane invischiato nello scandalo degli abusi sui prigionieri. Alcuni documenti,
resi pubblici martedì dal dipartimento della Difesa di Washington, mostrano come
in un anno e mezzo di guerra l’elite delle forze armate statunitensi si sia resa
protagonista di una decina di casi di sevizie sui detenuti nelle carceri irachene.
I quattro casi più gravi. Il dossier, scritto lo scorso giugno e ottenuto dall’American Civil Liberties
Union (Aclu), riporta in particolare quattro episodi. Nel primo, avvenuto a Karbala
nel maggio 2003, un Marine puntò una pistola alla testa di un prigioniero mentre
un suo commilitone gli scattava una foto. Un mese dopo, ad Adiwaniya, quattro
marines ordinarono a quattro ladruncoli adolescenti di inginocchiarsi per una finta
esecuzione con una pistola, sparando poi i colpi in aria. Nell’agosto dello stesso
anno, nel carcere di Al Mahmudiya, alcuni marines provocarono ustioni di secondo grado alla mano di un detenuto dandole fuoco
con l’aiuto di un liquido a base di alcool. E lo scorso aprile, sempre nello stesso
centro di detenzione, tre marines diedero l’elettroshock a un prigioniero con un trasformatore applicato a una
spalla; secondo un testimone, le scosse facevano “danzare” l’uomo.
Le condanne. I
marines coinvolti nelle sevizie – dicono i documenti del Pentagono – sono 24, e appartengono
a diverse unità. I loro casi sono già stati valutati dalla magistratura militare.
Finora la Corte marziale ha inflitto undici condanne, tre membri del corpo scelto
hanno dovuto subire punizioni minori e altri sei
marines sono stati prosciolti dalle accuse. Quattro casi sono ancora in attesa di giudizio.
Le sentenze più severe riguardano il caso del detenuto vittima dell’elettroshock:
un
marine è stato condannato a un anno di carcere, un altro a otto mesi.
Non solo casi isolati. “Giorno dopo giorno, nuove storie di torture vengono alla luce, e noi dobbiamo
sapere come queste sevizie venivano permesse – ha detto il direttore generale
dell’Aclu, Anthony Romero –. Questi abusi non sarebbero potuti accadere senza
una mancanza di leadership ai livelli più alti”. “Gli abusi sui detenuti non erano
le eccezioni – gli fa eco Jameel Jaffer, un avvocato della Aclu –. “Il dipartimento
della Difesa adottava tecniche di interrogatorio estremo per sua scelta”.
Abusi? Quali abusi? Avvalendosi anche delle interviste con alcuni uomini della Marina statunitense,
la Aclu conclude che il trattamento dei detenuti oltre il limite del lecito da
parte delle forze americane in Iraq era la routine, e spesso non veniva neanche
percepito come un abuso. In un’intervista, in particolare, un militare racconta
come i prigionieri di guerra iracheni venivano portati in una piscina vuota, incatenati
per mani e piedi e poi incappucciati. I detenuti in attesa di interrogatorio,
secondo il racconto, rimanevano in quella posizione fino a 24 ore. Ma l’ufficiale
che ha descritto questo trattamento “non ha mai visto alcun episodio di abusi
fisici” contro i prigionieri.