16/12/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Il Pentagono rivela: anche il corpo dei Marines si è macchiato di abusi ai prigionieri iracheni
Lo stemma del corpo dei MarinesNon solo Abu Ghraib, non solo le torture nelle carceri afgane contro i militanti talebani. Dopo i soldati semplici e i riservisti, ora anche il corpo scelto dei Marines rimane invischiato nello scandalo degli abusi sui prigionieri. Alcuni documenti, resi pubblici martedì dal dipartimento della Difesa di Washington, mostrano come in un anno e mezzo di guerra l’elite delle forze armate statunitensi si sia resa protagonista di una decina di casi di sevizie sui detenuti nelle carceri irachene.
 
I quattro casi più gravi. Il dossier, scritto lo scorso giugno e ottenuto dall’American Civil Liberties Union (Aclu), riporta in particolare quattro episodi. Nel primo, avvenuto a Karbala nel maggio 2003, un Marine puntò una pistola alla testa di un prigioniero mentre un suo commilitone gli scattava una foto. Un mese dopo, ad Adiwaniya, quattro marines ordinarono a quattro ladruncoli adolescenti di inginocchiarsi per una finta esecuzione con una pistola, sparando poi i colpi in aria. Nell’agosto dello stesso anno, nel carcere di Al Mahmudiya, alcuni marines provocarono ustioni di secondo grado alla mano di un detenuto dandole fuoco con l’aiuto di un liquido a base di alcool. E lo scorso aprile, sempre nello stesso centro di detenzione, tre marines diedero l’elettroshock a un prigioniero con un trasformatore applicato a una spalla; secondo un testimone, le scosse facevano “danzare” l’uomo.
 
Un gruppo di marines in azione in KuwaitLe condanne. I marines coinvolti nelle sevizie – dicono i documenti del Pentagono – sono 24, e appartengono a diverse unità. I loro casi sono già stati valutati dalla magistratura militare. Finora la Corte marziale ha inflitto undici condanne, tre membri del corpo scelto hanno dovuto subire punizioni minori e altri sei marines sono stati prosciolti dalle accuse. Quattro casi sono ancora in attesa di giudizio. Le sentenze più severe riguardano il caso del detenuto vittima dell’elettroshock: un marine è stato condannato a un anno di carcere, un altro a otto mesi.
 
Non solo casi isolati. “Giorno dopo giorno, nuove storie di torture vengono alla luce, e noi dobbiamo sapere come queste sevizie venivano permesse – ha detto il direttore generale dell’Aclu, Anthony Romero –. Questi abusi non sarebbero potuti accadere senza una mancanza di leadership ai livelli più alti”. “Gli abusi sui detenuti non erano le eccezioni – gli fa eco Jameel Jaffer, un avvocato della Aclu –. “Il dipartimento della Difesa adottava tecniche di interrogatorio estremo per sua scelta”.
 
Abusi? Quali abusi? Avvalendosi anche delle interviste con alcuni uomini della Marina statunitense, la Aclu conclude che il trattamento dei detenuti oltre il limite del lecito da parte delle forze americane in Iraq era la routine, e spesso non veniva neanche percepito come un abuso. In un’intervista, in particolare, un militare racconta come i prigionieri di guerra iracheni venivano portati in una piscina vuota, incatenati per mani e piedi e poi incappucciati. I detenuti in attesa di interrogatorio, secondo il racconto, rimanevano in quella posizione fino a 24 ore. Ma l’ufficiale che ha descritto questo trattamento “non ha mai visto alcun episodio di abusi fisici” contro i prigionieri.

Alessandro Ursic

creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità