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“La cooperazione internazionale degli ultimi anni: breve, spettacolare, sempre
più basata sulle emergenze di guerra. Serve a volte a dare ‘un volto umano alla
guerra’, ma si ferma prima che i progetti possano auto-sostenersi ed essere davvero
utili”. A parlare è Filippo Mannucci, presidente di Mani Tese, l’associazione
che opera in venti Paesi del mondo con progetti produttivi ed educativi, e che
il 16 e 17 ottobre tornerà in trecento piazze d’Italia con l’Operazione Nocciolina: acquistando un pacchetto di noccioline prodotte all’interno di un progetto
agricolo in Salvador, sarà possibile sostenerne un altro in Guatemala.
Nata nel 1999 per aiutare i paesi colpiti dall’uragano Mitch, l’Operazione Nocciolina, è oggi un appuntamento fisso per Mani Tese.
Quest’anno però, è anche un modo per protestare contro la diminuzione di fondi
alla cooperazione da parte del governo italiano. E per dire che la cooperazione
non può fermarsi all’emergenza.
“Guardiamo l’Afghanistan e il Kosovo –spiega Mannucci- : due anni di dopoguerra
e poi quasi tutti se ne sono andati. In Afghanistan sappiamo di progetti per donne,
interrotti per mancanza di fondi dopo anni di preparazione.
Quando in Iraq arriveranno gli aiuti, vedremo ripetersi la storia dell’Afghanistan
e del Kosovo”.
“Per non parlare –continua- di quando, addirittura, gli aiuti umanitari diventano
la causa scatenante del problema. Come in Burundi, nel ’99: dopo la strage, si
sospetta che i Tutsi abbiano creato campi profughi Hutu per poter chiedere i finanziamenti
internazionali”.
Ma a quanto ammontano i fondi per la cooperazione, oggi? “Nel 1969 –spiega Mannucci-
i Paesi della Ocse (Organizzazione per la Cooperazione Economica e lo Sviluppo)
decisero di devolvere alla cooperazione lo 0,70 per cento del proprio prodotto
interno lordo. Da allora, ogni anno l’impegno viene ribadito. In realtà, oggi
il contributo italiano non supera lo 0,17 per cento del Pil (nel 2003). Tra i
paesi della Ocse, siamo penultimi per quantità di aiuti. Dopo di noi vengono solo
gli Stati Uniti, con lo 0,12 per cento. Ai primi posti ci sono la Danimarca e
la Svezia, che arrivano a dare anche l’1 per cento del Pil. Al di là delle cifre,
comunque, è importante capire cosa viene conteggiato come cooperazione allo sviluppo:
il governo italiano, ad esempio, include anche la remissione del debito”.
Nel 2002, a Barcellona, l’Italia si è assunta l’impegno più realistico di dare
per la cooperazione lo 0,30 per cento del Pil entro il 2006. In altre parole,
di raddoppiare i fondi nei prossimi 2 anni. “Peccato –continua Mannucci- che il
governo stia procedendo in senso opposto. Dei 2 miliardi e mezzo di euro che ogni
anno vanno alla cooperazione, il prossimo anno ci saranno 250 milioni in meno.
La maggior parte di questi soldi finanzia l’Onu e varie organizzazioni internazionali.
Solo l’1 per cento (circa 30 milioni di euro) è destinato alla cooperazione vera
e propria: a progetti sociali, scuola, sanità… E’ su questa fetta che incideranno
i tagli. Non certo sui contributi Onu”.
E ancora: "L’Italia –spiega- ha deciso di non versare i 1 0 milioni di euro annuali che dal ’98 i paesi della Ocse si impegnano a dare
come contributo alla lotta contro l’Aids. Il nostro governo, insomma, sta dando
chiari segnali disimpegno. Anche nella scelta di come utilizzare i soldi: si privilegiano,
ad esempio, i progetti di assistenza, non l’ educazione allo sviluppo. Si tende
a dare l’ambulatorio, la scuola etc, ma non a facilitare una presa di coscienza”.
Da una parte, quindi, si continua a promettere, e dall’altra si taglia. E’ un
po’ questo il nocciolo del rapporto stilato a fine settembre dall’Ocse, dove ogni
quattro anni, due paesi analizzano la cooperazione di un terzo. Nel 2004 Francia
e Svezia hanno giudicato l’Italia. Ne è emerso un quadro desolante: la nostra
cooperazione è risultata inefficiente, inutile, sottofinanziata, sottodimensionata.
A partire dal personale ministeriale: 60 persone in tutto addette alla cooperazione,
quando secondo i parametri Ocse dovrebbero essere 120. “In realtà –precisa Mannucci-
sono ancora meno: solo quattro persone, al Ministero, vagliano e approvano tutti
i progetti presentati dalle ong”.
Infine c’è il controverso rapporto tra cooperazione e imprese. “Il governo –
conclude il presidente di Mani Tese- sta esplicitamente invitando le aziende ad
utilizzare parte dei profitti per lo stato sociale. E’ la cosiddetta ‘responsabilità
sociale delle imprese’. Le conseguenze: molte aziende aderiranno per avere una
‘patente di eticità’, anche se, magari, sfruttano i propri dipendenti o inquinano
l’ambiente. L’unica eticità che si chiede, insomma, è l’uso del profitto. Negativo
anche il fine ultimo della manovra: permetterà allo stato di ritirarsi, poco a
poco, dal welfare. E di utilizzare quei fondi per fare altro. Magari la guerra”.