Mohammed Yunus, Nobel per la pace 2006, spiega gli effetti del microcredito. Sull'economia e non solo
Scritto per noi da
Antonella Sinopoli
Povertà e guerra, povertà e terrorismo, povertà e abbrutimento.
Sono binomi che si incrociano, vivono sulle medesime terre e coinvolgono
milioni di persone. Solo quando una delle due relazioni sarà estirpata allora
la pace sarà possibile senza neanche accordi o trattati ma semplicemente come
un dato di fatto. E’ un concetto che il Premio Nobel per la Pace 2006,
Muhammad
Yunus, non si stancherà mai di ripetere e che ha sottolineato anche nel corso
di una recente visita in Italia organizzata dall’Università di Bologna.
Mohammed Yunus era in Italia per tenere battesimo il primo
Osservatorio internazionale sul
microcredito, ma l’occasione è stata ancora una
volta utile per ascoltare una voce che in maniera semplice, da tempo, come fece
in occasione del conferimento del Nobel, ripete: “Credo che il terrorismo non
possa essere sconfitto dall’azione militare”. Per sconfiggerlo, avverte Yunus,
“dobbiamo
aggredirne le cause” e dunque “investire risorse per migliorare le condizioni
di vita dei poveri è una strategia migliore che non la spesa in armamenti”. Lui
lo ha fatto creando una banca per i poveri, la Grameen Bank o banca del
villaggio. Lo ha fatto nel suo Paese, il Bangladesh, uno dei più poveri del
mondo e che oggi può dire al mondo più povero “provateci, potete riuscirci
anche voi”.
Oggi la Grameen concede prestiti a quasi 7 milioni di poveri
in 73.000 villaggi del Bangladesh e il 97% di queste persone sono donne. Ha
cominciato vent’anni fa, in un Paese in cui il 40% della popolazione non arriva
a soddisfare i bisogni alimentari minimi giornalieri e l’analfabetismo
raggiunge il 90%. Lo ha fatto con il piglio dell’economista e il cuore di un
uomo che guardava la sua gente morire di fame. Cosa difficile solo da
immaginare per gran parte del mondo visto che come spesso ci sentiamo ricordare
metà della popolazione mondiale vive con due dollari al giorno. Oggi il sistema
Grameen è stato esportato in decine di altri Paesi nel mondo tra cui ghetti di
nazioni considerate ricche.
Nell’incontrare il Premio Nobel partiamo da quella che è la
sua convinzione più profonda: “la povertà è l’assenza di tutti i diritti umani”
e gli chiediamo come è possibile ristabilire questi diritti. “Il microcredito
–
risponde – si muove sulla fiducia e non
sulle garanzie”. Fiducia nelle potenzialità degli esseri umani, nella certezza
di poter cambiare le cose. Perché le donne sono le protagoniste di questa forma
di credito? “Prestare denaro a una donna e dunque la gestione dell’economia
familiare e il futuro dei figli vuole dire anche fare il primo passo perché
alla donna siano restituiti i diritti di essere umano a partire dall’interno
della famiglia”. E a cambiare molte vite sono bastati spesso solo 100 Taka,
cioè poco più di un euro.
Certo, ricorda l’economista bengalese, era ovvio che partendo dalle
donne, costrette ad indossare il
purdah, il velo, ci si sarebbe attirati
contro una serie di proteste (e così fu da parte dei leader religiosi) ma si
sarebbero anche determinate positive conseguenze sociali. Si immagini quando si
decise che per concedere un prestito per la casa la donna avrebbe dovuto
dimostrare di essere proprietaria del terreno dove questa sarebbe stata
costruita. Alla fine i mariti dovettero accettare di passare la proprietà alla
moglie e fu naturale anche che verso queste mogli diminuissero le violenze
domestiche e i facili ripudi che la legge concede ai mariti in Bangladesh. Oggi
Yunus ha un nuovo sogno (e di fatto lo sta già realizzando): togliere migliaia di mendicanti dalle strade. Anche
per loro è nato un programma di piccoli
prestiti per piccole vendite porta a porta, snack, penne, giocattoli, per
scoprire che la vita può dare anche di più.