
L’esercito cingalese ha
dichiarato martedì mattina di avere ucciso “ventitré ribelli” in alcuni scontri
a fuoco nel distretto orientale di Batticaloa. Mentre la popolazione sta ancora
piangendo le vittime dell’attentato di ieri nel distretto di Ampara, che ha ucciso
sedici civili e
che il governo di Colombo imputa alle Tigri Tamil (Ltte). Le avvisaglie c’erano
tutte perché si potesse prevedere questa nuova escalation del conflitto che sta
insanguinando il nord est dello Sri Lanka:
la fuga da interi villaggi delle
popolazioni, i profughi approdati sulle coste a sud dell’India, il
primo
attacco aereo da parte dei combattenti delle Tigri Tamil, qualche giorno fa, diretto
ad una base dell’esercito
cingalese non lontano dall’aeroporto internazionale della capitale Colombo.
Fino all’attentato di
lunedì, proprio nel giorno in cui il presidente del Paese cingalese, Mahinda
Rajapaksa, partecipava al Meeting dei capi di Stato della
South Asian
Association for Regional Cooperation a New Delhi. Un’occasione per ribadire
legami e prospettive commerciali dei Paesi che ne fanno parte, ma anche
l’opportunità di aprire una finestra sulla grave situazione che lo Sri Lanka
sta vivendo nella speranza di coinvolgere altri Paesi ad arginare la
determinazione dell’Ltte. Parole precise in proposito le ha spese Palitha
Kohona, da un anno designato dal capo dello Stato coordinatore delle trattative
di pace tra il governo e l’Ltte. Kohona, nel corso di una informale sessione
dei lavori ha sottolineato ai rappresentanti provenienti da India, Pakistan, Maldive,
Bangladesh, Bhutan, Nepal e Afghanistan, il bisogno di lavorare insieme per
frenare i canali di finanziamento al terrorismo rinforzando il lavoro delle
agenzie statali. Un terrorismo, ha insistito, che opera in un modo o nell’altro
in tutti i paesi dell’area investendo dunque la responsabilità di tutti i
governi a combatterlo. Il governo dello Sri Lanka, attraverso pubbliche
dichiarazioni sollecita anche l’Europa e, in particolare il governo britannico,
a controllare all’interno delle comunità Tamil che vivono in quei paesi e a
frenare
la raccolta di fondi che, a loro avviso, servirebbe a finanziare la
guerra.
All’interno
del governo cingalese rimangono però posizioni discordanti sulla modalità di
affrontare la nuova ondata di violenza e la capacità dei Tamil di portare
avanti, apparentemente senza cedimenti sostanziali, una guerra che ormai
prosegue da oltre vent’anni con scarsi momenti di tregua. All’indomani
dell’attacco aereo delle Tigri Tamil, il primo ministro Rathnasiri Wickramanayaka
ha sottolineato che il
governo non ha intenzione di negoziare con i ribelli. Contrariamente a quanto
indicato invece dal ministro degli esteri Rohitha Bogollagama: “Il nostro
governo crede che ci sia bisogno di parlare, esplorare tutte le strade
possibili per arrivare alla pace”. Contrasti che non aiutano ad uscire
dall’impasse, come non ha certamente aiutato
la scelta dei Tamil di
utilizzare la forza aerea. L’attacco
della settimana scorsa ha spiazzato il governo e l’opinione pubblica anche se,
nei giorni successivi all’attacco aereo alla base cingalese, i giornali locali
hanno ricordato che il possesso di aerei da parte delle Tigri Tamil non era
sconosciuto e che proprio un giornale di lingua hindu ne aveva fatto menzione.
In ogni caso il presidente Rajapaksa ha voluto
rassicurare che le forze di sicurezza non si faranno più trovare impreparate da
attacchi provenienti dall’aria. E laddove i mezzi tradizionali di controllo
militare non fossero sufficienti il capo dello Stato ha annunciato che la Forza
aerea governativa avrà a disposizione un numero telefonico, il 116, dove
chiunque potrà chiamare per denunciare “aerei sospetti”.