scritto per noi da
Michele Luppi
Inizieranno oggi,
all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le
discussioni sul piano Ahtisaari per la definizione dello status
futuro del Kosovo.
Ancora negoziati.
Una proposta che mette fine a quattordici mesi di intensi negoziati
in cui le delegazioni di Belgrado e Pristina non sono riuscite a
trovare un accordo. Il piano Ahtisaari
propone per la provincia serba amministrata dall’Onu, una piena
indipendenza, supervisionata dalla comunità internazionale. Se la proposta dovesse
essere accolta, portando a una risoluzione del Consiglio di
Sicurezza, il Kosovo diventerebbe uno stato sovrano a tutti gli
effetti con una bandiera, un inno, propri confini, ma soprattutto un
esercito e la possibilità di concludere accordi con altri
stati e di richiedere l’adesione ad organizzazioni internazionali. “E’ arrivato
il
momento di risolvere la questione dello status”, scrive nel suo
rapporto il diplomatico finlandese, sottolineando come “lo sviluppo
economico richiede la chiarezza e la stabilità che solo
l’indipendenza può dare.” Il piano prevede la
permanenza di un’importante presenza internazionale civile e
militare, che avrà poteri forti ma limitati ad ambiti precisi:
protezione e diritti delle minoranze, decentralizzazione, protezione
della Chiesa Ortodossa Serba e rispetto dello stato di diritto.
Ambiti in cui, secondo Ahtissari, “la capacità del Kosovo è
ancora limitata”. La palla passa ora al
Consiglio di Sicurezza che si appresta a discuterne in un clima di
crescente incertezza e tensione. Un’arena in cui lo
status del Kosovo rappresenta una delle tante questioni sul tavolo e
certamente non la più importante. I quindici paesi membri
del Consiglio che oggi discuteranno del futuro dei kosovari nei
prossimi giorni dovranno occuparsi, sopra ogni cosa, della situazione
iraniana, resa ancor più tesa dalla “crisi dei marinai
britannici”, ma anche delle difficili situazioni in Iraq e
Afghanistan, senza dimenticare il Darfur, la Corea del Nord, la
Somalia, il Congo e tutti gli altri scenari di crisi internazionale. Il Kosovo
diventa così
una delle tessere di un mosaico in continua evoluzione e in precario
equilibrio dove si giocano gli interessi di tutte le principali
potenze internazionali.
Alta tensione. La
delegazione serba, nelle scorse settimane, ha annunciato la sua
assoluta contrarietà al progetto, accolto invece positivamente
a Pristina, considerando l’indipendenza della provincia una
violazione del diritto internazionale e chiedendo un nuovo round di
negoziati affidati però ad un altro mediatore.
All’interno del
Consiglio di Sicurezza si è venuta così a creare una
contrapposizione tra Stati Uniti, sostenitori dell’indipendenza, e
la Russia, contraria da sempre ad una soluzione imposta, con l’Ue
nel mezzo pronta a giocare un ruolo importante nella “supervisione”
della provincia. Un Unione Europea che,
dopo discussioni interne dovute alla contrarietà di alcuni
paesi, ha ritrovato la sua unità a favore della proposta
Ahtisaari, sottolineata da una risoluzione del Parlamento Europeo, La Russia fin
dall’inizio
dei negoziati è stata molto cauta sulla questione del Kosovo
sostenendo la necessità di trovare una soluzione che fosse
condivisa dalle parti. Ancora oggi, Mosca, pur
non minacciando esplicitamente l’uso del diritto di veto per
bloccare l’indipendenza della provincia, continua a sottolineare la
necessità di non arrivare a decisioni affrettate rimandando la
votazione di una nuova risoluzione e appoggiando l’idea di nuovi
negoziati. In questa partita emerge
una contrapposizione tra Mosca e Washington, che va ben oltre i
Balcani e interessa l’Europa Orientale e il Caucaso.
Ancora Guerra Fredda.
Durante gli anni Novanta gli Stati Uniti, approfittando della
debolezza della Russia, hanno dato inizio a una strategia di
penetrazione nelle aree appartenute per decenni alla sfera di
influenza sovietica. Un processo che
nell’Europa orientale è stato facilitato dall’allargamento
dell’Unione Europea e della Nato. “L’interesse della
Russia – scrive Goran Svilanovic, ex ministro degli Esteri serbo e
attuale funzionario del Patto di stabilità per il sud est
Europa – è la pace sulle sue frontiere e un vicinato
“amichevole”. La Russia non considera un gesto amichevole
l’ingresso nella Nato dei paesi del suo vicinato. Questo si
riferisce in particolare all’Ucraina e alla Georgia”. Mosca, consapevole della
crescita del suo ruolo internazionale dovuto in particolare al
controllo di grandissime risorse energetiche, intende probabilmente
utilizzare la vicenda del Kosovo come merce di scambio per altre
concessioni.
Da qui l’insistenza
russa a chiedere che la vicenda kosovara rappresenti un precedente
per il diritto internazionale, con un chiaro riferimento alla
Abkhazia e all’Ossenzia del Sud (due repubbliche separatiste
georgiane, filorusse, che vogliono staccarsi dal controllo di
Tbilisi), mentre Stati Uniti e Ue così come lo stesso
Ahtisaari continuano a considerare la possibile indipendenza del
Kosovo un “caso unico che richiede una soluzione unica”. “Sembra che la Russia
–
continua Svilanovic – cercherà di creare uno spazio maggiore
per la Serbia all’interno del Consiglio di Sicurezza e che
rimanderà di uno o due mesi la possibilità di accettare
la risoluzione. Anche su questo tema c’è una collisione con
gli Usa e la Ue, i quali vorrebbero che si arrivi ad una decisione
durante la presidenza tedesca dell’Ue, e prima del summit di giugno
del G8. La Russia può riuscire a rimandare fino al summit del
G8 l’adozione di una nuova risoluzione, non per fare in modo che al
summit si parli di Kosovo, ma per poter decidere, a seconda del
risultato complessivo dell’incontro, la sua posizione futura verso
il Kosovo nella seconda metà dell’anno”.
La partita di Mosca.
La contrarietà del governo Russo alla decisioni strategiche
americane è stata sottolineata dallo stesso ministro degli
esteri russo, Sergei Lavrov, in un articolo pubblicato su un
settimanale russo, The
Moskovskiye Novisti. Secondo il ministro del Cremlino oggi
ci troviamo a vivere in un Sistema Internazionale Multipolare in cui
“alcuni nostri partner stanno cercando di assicurare la loro
egemonia in un nuovo ordine mondiale.” “Un approccio – continua
Lavrov – antistorico, in cui i metodi proposti per risolvere le
questioni internazionali non derivano dall’analisi effettiva della
situazione o dai principi generali del diritto internazionale, ma da
espedienti politici”.
Se realmente non si
arrivasse, nei prossimi mesi, a una nuova risoluzione, in Kosovo
potrebbe crescere la tensione e aumenterebbe il rischio di una
possibile dichiarazione unilaterale di indipendenza da parte di
Pristina. Un’eventualità oggi improbabile ma che potrebbe
verificarsi se lo stallo continuasse a lungo, aprendo nuovi inattesi
scenari.