Numero 10. Dal 1° marzo al 31 marzo 2007
Ancora vittime alle frontiere
dell’Unione europea. Nel mese di marzo 22 persone hanno perso la
vita lungo le rotte dell’immigrazione clandestina: 18 tra la
Turchia e la Grecia e 4 al largo delle isole Canarie, in Spagna. Dal
1988 le vittime dell’immigrazione clandestina sono almeno 8.175,
secondo la documentazione raccolta da Fortress Europe.
Effetti collaterali. Tenerife, 8
marzo 2007. I soccorsi del
Salvamento impediscono l’ennesima
tragedia al largo dell’arcipelago spagnolo. Il mare è in
tempesta e all’orizzonte 49 giovani stretti ai bordi di un
cayucos
solcano onde alte sette metri, 35 km a sud dell’isola. Alla fine si
risolve tutto per il meglio, ma 3 dei passeggeri a bordo sono già
morti da giorni. La traversata dura da 7 notti. Il gruppo si è
imbarcato a Nouadhibou, in Mauritania, il 1° marzo. Uno dei
ragazzi è morto dopo i primi giorni di dura navigazione. Il
suo corpo è stato abbandonato in mare. Gli altri 3 hanno fatto
la stessa fine, dopo 8 giorni senza più acqua né viveri
a bordo. Le scorte non erano sufficienti. Il capitano non aveva messo
in conto i pattugliamenti di Frontex.
I piani di Frontex. Dal 15
febbraio 2007 è tornato in funzione il sistema di
pattugliamento aeronavale di Frontex, l’agenzia europea per il
controllo delle frontiere. Hera III. Partecipano Spagna, Francia,
Lussemburgo, Portogallo, Germania e Italia. Obiettivo: scoraggiare
l’immigrazione clandestina, respingendo in mare le piroghe. Per
evitare le pattuglie europee, le barche navigano sempre più al
largo e su rotte più lunghe. Il risultato – scrive El Dia –
è che “i passeggeri arrivano in sempre peggiori condizioni,
quando non morti”. Lo aveva già denunciato la Guardia
costiera italiana, già impegnata nella precedente missione di
Frontex. Studiando i sistemi di navigazione trovati a bordo delle
piroghe si è dimostrato che le imbarcazioni partono sempre più
a sud per poi navigare ad oltre 300 miglia dalla costa senegalese. Ma
la strategia dell’Ue non cambia. Per il 2007 Frontex ha 34 milioni
di euro da spendere e gli Stati Membri hanno messo a disposizione 19
aerei, 24 elicotteri e 107 navi. Serviranno – ha dichiarato il
direttore dell’agenzia Ilkka Laitinen – a lanciare nei prossimi
mesi 30 operazioni di controllo delle frontiere, di cui 3 al largo
delle isole Canarie. L’obiettivo sembra quello di creare un sistema
di pattugliamento permanente del Mediterraneo.
Tutti contro i clandestini. Un
centro per la lotta all’immigrazione clandestina. Sorgerà a
Perret, Algeria, vicino alla frontiera marocchina, a Maghnia. Mille
metri quadrati di superficie per un costo di 370mila euro. Ospiterà
80 agenti specializzati, in una zona strategica per i flussi
migratori. Da Maghnia passa il 95 percento dei sub-sahariani ed
asiatici diretti in Marocco. La frontiera sud, nel Sahara occidentale
occupato da Rabat, è minata e fortemente militarizzata. Negli
ultimi dieci mesi sono stati arrestati dalla polizia algerina 1.131
migranti; 70 erano bangladesi e 23 indiani.
Pulizie straordinarie. L’11
marzo 8 egiziani sono stati arrestati ad Annaba, in Algeria, in
procinto di salpare su un gommone per Cagliari. Quattro giorni prima
32 algerini erano stati fermati dai carabinieri a Porto Pino,
sull’isola. A Lampedusa, la notte del 6 marzo sono arrivate 113
persone. Ma nel frattempo la Libia di Gheddafi ha iniziato a ripulire
il cortile italiano. Tra il 15 e il 28 febbraio oltre 1.067 giovani
di varie nazionalità sono stati arrestati tra Tripoli e
Zuwarah e altri 1.299 sono stati rimpatriati nello stesso periodo. Da
metà settembre le deportazioni sono state 9.635. Dal mese di
marzo per entrare in Libia servirà un visto d’ingresso anche
per i cittadini africani. Qaddafi aveva dato un ultimatum agli
stranieri irregolari presenti sul territorio. Il timore è che
adesso possa scattare una caccia all’uomo sulla falsa riga di
quanto avvenuto in Marocco tra il 2005 e il 2006. Le cifre degli
arresti non sono rassicuranti, specie alla luce dei rapporti sulle
carceri libiche, già denunciate da Human Rights Watch e
Afvic. Ma l’Italia e l’Europa, nella mera contabilità
degli sbarchi, non potranno non accogliere con un applauso le cifre
di Tripoli. Agli harrag di mezza Africa, braccati nei
quartieri popolari del litorale tra Misratah e Zuwarah, non rimane
che gettarsi in mare - costi quel che costi - pur di non essere
rispediti a Kufrah, espulsi nel deserto o rispediti in aereo a casa.
Un cimitero chiamato Egeo. Il 17
marzo il mare ha restituito alle spiagge dell’isola di Samos i
corpi di 7 naufraghi, tra cui quello di una bambina di 10 anni. Altri
4 sono dati per dispersi. La barca è affondata durante un
temporale. Ormai da Kusadasi si parte solo con il mare mosso, per
evitare i controlli della Guardia costiera greca. Sessantadue morti
in tre mesi. Il 2007 si conferma l’anno peggiore lungo le rotte tra
la Turchia e le isole greche dell’Egeo orientale. Le vittime erano
state 73 in tutto il 2006 e 98 nel 2005. Dal 1996 i morti sono almeno
514, tra cui 252 dispersi.
Altre 7 persone sono morte dieci giorni
dopo, il 28 marzo, assiderate sulle nevi dei valichi montuosi della
provincia di Van, al confine con l’Iran, da dove ogni anno migliaia
di afgani, iraniani e iracheni entrano in Turchia attraversando a
piedi o a cavallo i boschi delle montagne, sui passi delle guide
curde del luogo. Iraq e Iran, insieme alla Siria, sono la porta
d’accesso sulla Turchia. Il passaggio in Grecia si acquista ad
Istanbul. Via terra, nascosti nei camion diretti ad Alexandroupolis e
a Orestias. Oppure via mare, verso le isole di Samos, Lesvos e Hios.
La Grecia è solo una tappa intermedia. La meta è sempre
più a nord. L’Italia, la Norvegia, la Germania, oppure la
Francia, e da lì l’Inghilterra, dopo un periodo nascosti nei
boschi di Calais, braccati dalla Gendarmerie francese per
mesi, tentando di nascondersi sui camion pronti ad imbarcarsi per
Dover, dall’altro lato della Manica.
Atene non resta a guardare. Solo
nei primi nove mesi del 2006 la Grecia ha arrestato più di
23.000 stranieri privi di un visto d’ingresso. E tra il 2003 e il
2006 – lo dice il governo turco - la Guardia costiera greca ha
respinto in mare e abbandonato nelle acque territoriali turche almeno
5.800 delle oltre 22.000 persone sbarcate nelle isole dell’Egeo.
Cittadini somali, iracheni, afgani. Partiti da Paesi in guerra e
potenziali rifugiati politici. Nessuno però ha fatto loro
depositare una domanda d’asilo, anche se forse sarebbe servito a
poco. Nel 2005 la Grecia ha concesso l’asilo solo a 88 delle 4.624
domande esaminate, l’1,9 percento uno dei tassi di protezione più
bassi al mondo.
La situazione in Turchia non è
certo migliore. Il mese scorso, i migranti detenuti nel campo di
Edirne - vicino alla frontiera con la Grecia, a nord – hanno dato
alle fiamme, per tre volte, le mura del vecchio magazzino dove sono
reclusi da mesi, in segno di protesta. Un video della rivolta è
finito anche su
You Tube.
Gabriele Del Grande