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Lunga storia. Il pretesto per rinsaldare la contestazione, che va avanti ormai da un anno
e mezzo, è l'imminente fine dei lavori di costruzione di una delle cartiere previste
dall'Esecutivo uruguaiano, la fabbrica della multinazionale finlandese Botnia,
che, come quella progettata dalla spagnola Ence, gli ambientalisti e gli attivisti
considerano deleteria per l'intero ecosistema, a cominciare dalle acque del rio
Uruguay, frontiera naturale con l'Argentina.
Le ragioni degli ecologisti. Oltre al ponte di Gualeguaychú, 220 chilometri da Buenos Aires, preso di mira
sin dal novembre scorso, gli attivisti hanno dunque chiuso gli altri due collegamenti
con l'Uruguay: il ponte Colón, a 320 chilometri a nord della capitale argentina,
e il Concordia, a 400. Una misura che sta ottenendo una forte quanto prevedibile
ripercussione economica, impedendo il flusso turistico vacanziero e strangolando
il commercio via terra. Questo a testimoniare che gli ecologisti non cedono di
fronte a nulla. La loro determinazione proviene dalla convinzione che quel tipo
di impianto sia dannoso per le tonnellate d’acqua che ogni giorno prende e rigetta
nei fiumi, assieme ad agenti chimici indispensabili per la carta e deleteri per
la natura. Con danni incalcolabili che dilagano sull'intera falda sotterranea
(la zona rientra nell’acquifero Guaranì, la seconda riserva d’acqua del continente
dopo quella amazzonica).
Vita o morte. Il loro intento, ottenere il trasferimento delle cartiere, si scontra però con
la monumentalità di opere ormai terminate e pronte a entrare in produzione. La
prima fabbrica, quella della Botnia appunto, sarà inaugurata a settembre e produrrà
un milione di tonnellate di pasta di cellulosa all'anno. Sempre che qualcosa non
arrivi a impedirglielo. In quel periodo Nestor Kirchner, che ha fatto della causa
ambientalista una bandiera, sarà in piena corsa elettorale per essere confermato
al timone del paese, e ciò rende il futuro delle cartiere sul rio Uruguay ancora
più incerto. Stella Spinelli